Emma Dante a Palermo “TANGO DELLE CAPINERE”

Egle Palazzolo

“Ti aiuto io… ti aiuto io”

Lo dice, quasi lo sussurra, la donna sollevando tra le braccia il suo uomo, come fosse un bambino sofferente o assonnato e disponendosi a deporlo nel baule insieme alle tante cose che fanno parte del passato, del loro passato. È il baule di lui, quello al quale tirerà giù il coperchio, perché lei ha il suo, dentro il quale a breve vorrà collocarsi, perché è troppo pesante la solitudine quando comunque, tra schiaffi ed abbracci, è stato possibile, gioioso, danzare insieme. Non sarà stato a caso, e servirebbe pensarci, che Emma Dante è ritornata al suo” Ballarini”, l’ultimo racconto della “Trilogia degli Occhiali”, per riempirla di nuovi appunti e per darle una rinnovata sincronia.

In un palcoscenico inizialmente buio, vuoto, senza rumori, si scorgeranno presto i due uguali, semidistanti contenitori di vecchio legno, dentro i quali ogni oggetto, piccolo o meno piccolo, aprirà a una danza, a un ricordo. Da vecchietta curva che si aggrappa a un vecchietto che sta in piedi a stento, mentre canzoni note e frequenti di un passato più o meno lontano ritmano e scandiscono giorni e ricordi, ha inizio la splendida parabola en arrière, un gioco a ritroso dei due coniugi che a volte opera su sé stesso, su di lei soprattutto, che ha inteso appieno il senso di una vita insieme. E la condivisione non può interrompersi, non potranno esserci altre pagine se non quelle della memoria che ogni oggetto riposto, rimette in scena.

Sono belli e giovani, sono sposi ma prima fidanzati in riva a una spiaggia, hanno sogni possibili e delusioni correnti. Ma balleranno in due. Perché la vita ha un ritmo, ha un suono, ha movimento, si riconosce nella gestualità dei corpi. nel frastuono e nel silenzio che ogni giorno è fuori e dentro di noi. È una sorta di irridente elegia quel che Emma Dante, regista, tanto quanto, autrice, ci offre col Tango delle capinere. Successo pieno al teatro Biondo, per tutto il cast e di produzione ma in particolare per l’estrema bravura di Manuela Lo Sicco e Sabino Civilleri.

Col Tango delle capinere, senza lasciarci stordire e trascinare dalle canzoni, che scandiscono un ritmo, come, spesso con pesate dissonanze lo scandisce la vita, ritroviamo certamente la cifra di Emma Dante. Qui lontana dall’urto, dalla provocazione, dalla rabbia, priva dello sputo in faccia contro gli irredimibili mali di una società divisa, senza un testo classico alle spalle, ma col bisogno forse di spiare all’interno di chi ha perso la sua prorompente giovinezza e il compagno che l’ha vissuta col lei. “Ti aiuto io”: uno spiraglio di poesia, un apriporta alla commozione persino.

Immagine tratta da: https://www.comune.palermo.it

2023-01-22T17:51:25+00:0022 Gennaio 2023|Categorie: Recensioni|1 Commento

Un commento

  1. Rosa Corrado 23 Gennaio 2023 al 10:48 PM - Rispondi

    Nel dire “Ti aiuto io: uno spiraglio di poesia, un apriporta alla commozione” Egle Palazzolo coglie l’essenza di uno spettacolo vivace, brioso, a tratti comico, ma anche commovente e poetico.

    Il momento più alto e intenso dell’amore che lega l’uomo e la donna del Tango delle capinere per tutta la vita è nella dichiarazione fatta in riva al mare da un ragazzo focoso a una ragazza inizialmente restia alle avances di lui.
    In una performance interamente danzata, sulle note musicali delle canzoni amate, dagli agili corpi dei due protagonisti, la scena della dichiarazione è l’unica in cui i due sono fermi e parlano. Il ragazzo giura amore eterno, un amore che le offese del tempo sul corpo della donna amata non potranno scalfire. Usa iperboli degne di Shakespeare. E lo fa in quella lingua viva colorita popolare che è la cifra espressiva del teatro di Emma Dante. Il palermitano parlato è un atto di amore verso Palermo e il fondamento culturale di un teatro che nulla ha della staticità del teatro di parola ma vive del dinamismo dei corpi in scena, della fisicità prorompente e della espressività mimica dei suoi protagonisti.

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