Egle Palazzolo

 

 

 

L’uomo, nello stupro ha, probabilmente, la sensazione di misurare il suo aberrante trionfo: la sua forza fisica, la sua sopraffazione violenta ed estrema sulla donna, la sua voglia marcia, rimasta forse l’unica possibile, di assoggettarla, il crimine che gli va di commettere e che ritiene possa sfuggire alle maglie di una adeguata punizione come spesso sinora è avvenuto. La storia dello stupro degli stupri è antica, lunga ed ignobile.

Nell’arco del vivere comune, tuttavia, viene accantonata, dimenticata, equivocata. Come fosse causa di eventi e relazioni, espressioni sociali, ghetti di infamie e immoralità estreme che individualmente non ci toccano. Disattenzione, superficialità assuefazione?

Come continuiamo a omettere ogni doverosa presa di coscienza. Non ultima quella del nostro modo di rapportarci ed essere rapportati ai social, cioè di quanto avviene con un mezzo che in sé è un miracolo tecnologico e che inversamente può divenire un rischio o una condanna di falsa occasione di libertà, ribalta facile non solo di luoghi comuni, ma di offerte e occasioni variamente pericolose, una grande agorà dove misuriamo ego e narcisismo in una sorta di competizione oscura e in un’ansia di esserci, di essere presenti, di partecipare, di acquistare spazio e attenzione divenuta ormai virale. Che porta ad eccessi e che non è estraneo anche, e non può sfuggire ad alcuno, a un episodio esecrabile di efferata violenza perpetrata contro una inerme ragazza che si era inopinatamente accompagnata ad uno di essi, conosciuto in precedenza. Sette giovani energumeni senza coscienza e morale, senza alcun senso o barlume di umanità hanno rischiato di ucciderla.

È avvenuto a Palermo città ora più che mai a rischio con numerosi quartieri degradati e zone ritenute franche: la ragazza, orfana di madre e abbandonata dal padre, dunque priva di doverosi aiuti e protezione, nella sua cosiddetta autonomia e illusione di libertà è capitata fra coetanei senza immaginare di essere una vittima preordinata. Incitandola a bere – con un barman che non ha saputo evitarlo – malgrado il suo tentativo di sottrarsi, sono riusciti con facilità a farne una vera e propria vittima del loro massacrante gioco e del loro oltraggio. Ricostruiamo in gran parte dettagli ormai da qualche tempo in cronaca e che nella sostanza riflettono comunque ciò che nel caso in specie ha sollevato grande e doverosa indignazione. 

Ma nell’era dei social e col desiderio non certo occulto di notorietà, di competizione, di stolta emulazione soprattutto per ottenere primati di squallore e di vanità, di volgarità e di vergogna, questo raid, certamente preordinato e esecutivamente condotto, doveva avere il suo video. Un video che si può vendere con offerta al rialzo mentre, al di là dell’intervento di giudici e poliziotti, si gioca con la minore età di alcuni dei forsennati protagonisti senza un serio orientamento di possibile recupero umano e civile. 

Ma c’è sempre un caso, coi suoi dati, coi suoi aspetti particolari che risveglia, dicevamo, la parte “viva” di una società che avverte di subirlo, specie se, pur con dati diversi, una tragica eco viene fuori, quasi contemporaneamente, dalla vicenda di Caivano che mostra, con immagini di vero orrore, la estrema e reiterata violenza su due cuginette segregate e ritrovate per caso. 

Con l’imbarbarimento che il mondo subisce, solo una forte presa di coscienza che chiami a una a una a dovere tutte le istituzioni, che ripristini regole operative, che non lasci spazio a lassismi e non consenta il dilagare di falsi miti ma crei elementi di sostegno, può divenire un tentativo valido e doveroso per ognuno di noi.

Lo stupro, la sua tristezza, la sua ignominia, la stessa diversificazione del suo manifestarsi nella vita di relazione, il suo sommerso, hanno pagine tuttora incresciose, mescolano ragazzi delle famiglie cosiddette bene a quelli che non hanno avuto cultura e difese sufficienti. Il paradosso strisciante rimane: donna come oggetto di piacere, che non ha più volto né nome, né identità di fronte a un uomo ottuso e dissennato. Malgrado le sue battaglie per affermare il suo diritto come “persona” e rivendicare un suo status. Lei, la donna il cui corpo come fosse altrui proprietà veniva offerto come premio al soldato dell’esercito vincente insieme a quello di tante compagne. 

E forse a queste donne, nessuno è riuscito a dire che se l’erano cercata. Come si fa oggi, ignorando ogni parità di genere, di posizione, di diritto, senza voglia di distinguere, di orientarsi, e lo fa l’ottuso o il maschilista incancrenito o anche il politico più o meno di governo, laddove chiamato in causa. Ci aspettiamo, ed è da un po’, che uomini di ogni età scendano in piazza e con chiari cartelli scritti in rosso o in nero rivendicando il loro diniego alla violenza e la loro dignità di genere distinguendosi da chi riconoscono non simile ma dissimile. Come hanno fatto tante donne che ancora oggi devono difendersi dall’aggressione indistinta dei tanti maschi che non sanno più riconoscere e riconoscersi. Una società frontale, stolta, confusa e violenta, è una società malata. E noi tutti gridiamo il nostro imprescindibile bisogno di guarigione.