Agata

Caterina Pastura

Un intenso racconto sui legami e sulle differenze fra tre generazioni di donne. Caterina Pastura è co-fondatrice delle Edizioni Mesogea, redattrice editoriale e traduttrice. Ma non scrive molto come narratrice, per questo siamo particolarmente contente che ci abbia dato per Mezzocielo un suo racconto.

 

per Anita
che ha custodito con amore
il mio tempo delle parole
e il passo solitario della scrittura
CP

Immagina un giorno senza un giorno
che lo preceda, una notte senza una
notte che la preceda.
Immagina il Niente e qualcosa in
mezzo al niente.
E se ti dicessero che questa cosa così
piccola eri tu?
Edmond Jabès, Il libro della condivisione

 

Agata domani avrà trent’anni.
Ha una casa, un marito, una figlia, un lavoro e tanti libri.
Ha tutto quello a cui l’amore e l’educazione della sua famiglia l’hanno preparata.
Di lei, come di un animale sano, intelligente e ben addestrato la gente pensa “peccato che le manchi la parola”.

Non che Agata non abbia mai parlato, anzi, ha imparato precocemente a parlare a camminare, a leggere e a scrivere, ma il giorno in cui compì sei anni accadde la ‘disgrazia’ e restò muta.
Di quel compleanno Agata conserva tre doni, come nelle fiabe: l’anello con la pietra d’acquamarina antica, regalo di nonna Francesca; i due piccoli pendenti dalle pietre col suo stesso nome, regalo di nonno Carmelo, e un piccolo quadernino nero.

Con il primo Agata imparò che non vediamo tutti allo stesso modo e le stesse cose. Attraverso la sua pietra osservava, scomposto in frammenti, in isole azzurrine, lo spazio e le cose che aveva intorno, ma le venne presto una specie di noia e di dispetto perché sempre, nel piccolo prisma, finiva col restare intrappolata qualcosa di visibile, qualcosa con un nome già vecchio e, invece, lei voleva vedere quello che la piccola pietra vedeva quando non rifletteva niente. Voleva vedere quel ‘niente’.
Giocava, Agata bambina, a cercare il silenzio e il vuoto e le sembrava un gioco molto serio, ma non aveva nessuna voglia di spiegarlo, né di farlo con nessun altro. Il suo era un gioco da grandi che con i grandi non si poteva giocare. Glielo aveva fatto capire Anna, una zia venuta dall’Argentina, fanatica di maghi e di malìe, che, prima di ritornarsene al suo paese le disse, guadandola negli occhi seria seria: «I nati di marzo non debbono mai portare l’acquamarina, pietra disgraziata per i pesci». E lo disse anche alla nonna e alla mamma che, anche se fecero finta di non crederci, s’impressionarono assai quando poco dopo Agata s’ammalò e non voleva più guarire. Così l’anello finì in una scatola in fondo al cassettone delle cose importanti, quelle che non si possono prendere mai finché non sei grande…

I piccoli pendenti d’agata venivano dagli anni delle fatiche del nonno in Africa.
Agata, colletto di pizzo candido e inamidato, austero grembiule nero fino all’ultimo giorno del liceo, mai un filo di trucco a colorare la paura di essere al mondo, li lasciava oscillare ai lobi delle orecchie per andare a qualche cerimonia di famiglia.
Il nonno, guardandola, si commuoveva, ripensava ai sacrifici e alle sofferenze, al bisogno di lavorare e al grande raggiro che lo avevano sbalzato fuori dalla sua casa, in una specie d’ingannevole eldorado dai nomi misteriosi: Tripoli, Tobruk, Massaua. Quelle pietre – le ripeteva sempre – avevano il suo stesso nome e lo stesso colore dei suoi occhi di ragazza nei tramonti d’estate. E Agata sapeva che il nonno rivedeva in quelle piccole pietre, insieme ai suoi occhi, quelli della donna che doveva averle portate prima di lei, e che forse gliele aveva fatte scivolare in una mano, nell’ultima stretta, laggiù, al posto di tutte le parole, al momento dell’addio.
Non ne parlarono mai – chi fimmini nun si parra i cetti cosi – alle ragazze non si racconta la guerra, il sangue e l’amore dei soldati, ma ad Agata piacevano i segreti che gli anziani raccontano senza rendersene conto, con una lacrima che sfugge a una canzone, una parola che sfugge alla memoria… E continuò a portare appesi alle orecchie il suo nome e lo sguardo innamorato di una donna straniera, l’arcano della sua adolescenza confuso con le antiche pene del nonno.

Il quadernetto nero era l’ultima richiesta che la sua voce pronunciò il giorno della ‘disgrazia’.
Tornando verso casa dopo il taglio impietoso dei suoi lunghissimi capelli neri, zia Amalia le aveva detto con quella voce fintoscanzonata con cui si parla ai bambini “Adesso andiamo a comprare un regalo, oggi è il tuo compleanno, è una bella giornata, e con questa pettinatura sembri proprio un bel ragazzino, dobbiamo festeggiare”.
E quando Agata espresse il desiderio di quel modesto quadernino, per quanto delusa, Amalia non osò dire di no. Del resto Agata non faceva mai richieste impossibili, si accontentava facilmente e le cose più comuni, una scatola di gessetti colorati, un album da disegno, certe piccole confezioni da sei pastelli di pochissimo prezzo, le procuravano una gioia incomprensibile per chi voleva a tutti i costi darle quel di più che tutti, in quegli anni, presero a volere.
Amalia la portò da Gianna la tabaccaia e lì, mentre le due donne scambiavano le solite chiacchiere e complimenti, fu lasciata libera di frugare tra le pile dei quaderni mescolate al profumo della liquirizia, delle caramelle, delle gomme colorate, del tabacco, dei flaconi d’anice, di zagara e bergamotto.
Trovò il suo quadernino e, malgrado l’invito di Amalia a scegliere qualche altra cosa, non volle altro, ma chiese se poteva restare ancora un po’: le piaceva quel posto, le piacevano i suoi odori disordinati, le bocce di vetro, le scansie, tutti quei cassetti e cassettini… E poi aveva sorpreso Amalia mentre s’asciugava gli occhi bisbigliando con Gianna. Neanche lei doveva avere molta voglia di tornare a casa, ma Agata non capiva perché, alla zia non avevano certo tagliato i capelli!

Agata ha una figlia, Adele, nata nel suo stesso giorno di marzo.
Agata domani avrà trent’anni. Adele ne avrà sei.
Agata ha avuto tutta la vita per ripensare il giorno dei suoi sei anni, ma ha aspettato quella notte per provare a raccontare il suo silenzio.
Adele parla, canta, legge.
Leggerà questa storia?
Capirà la lingua muta di sua madre?

Agata prende dal fondo del cassetto l’acquamarina, sfila dai lobi delle orecchie i piccoli pendenti, ripone l’anello e gli orecchini in una scatola che ha costruito da sé, e decide di cominciare la sua storia dal quadernino.
Il quadernino è grande quanto la sua mano, con le pagine a minuscoli quadretti.
Suo padre ne teneva uno identico in un taschino della giacca per annotare, nella bella grafia inclinata e regolare, cifre che sempre le apparvero misteriose.
Sua madre ne teneva uno identico in cucina, accanto alla vecchia scatola di latta dei biscotti Plasmon in cui conservava i punti di raccolte mai completate, e lo riempiva dei grandi svolazzi con cui cercava di trattenere ricette di pietanze che finiva comunque col variare all’ultimo minuto con quello che aveva in dispensa, come una maga saggia o una sapiente pasticciona.

Nella prima piccola pagina, molti anni fa, Agata ha scritto una frase:

Il tempo cominci a capirlo quando ti rendi conto che le cose succedono tutte insieme e invece a te sembrava che accadessero una per volta; il tempo comincia a prenderti quando ti senti dire “la prima volta che…”

Il resto delle pagine era rimasto bianco fino a quella notte. L’avevano aspettata per tutto quel tempo.
Correvano con lei, ai bordi del pozzo, un pazzo girotondo.
Volevano salvarla o buttarla giù?

Stretta tra i palazzi, la luna mostra in citrino candore la sua rabbia allo scirocco che cresce furioso e caldo tra rami e onde. Le mimose s’abbandonano dolci a un umido buio, Agata scrive su righe calde di pianto la pagina di una prima volta muta.
Adele, raggomitolata sulla poltrona accanto a lei, dorme.
Come sempre, nel sonno, borbotta storie incomprensibili e sorride.

 

II

«Dovresti farti tagliare i capelli», disse il Cappellaio
Lewis Carroll, Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie

Il giorno in cui la terra tremò Agata compìva sei anni, vedeva per la prima volta un morto e per la prima volta le tagliavano i capelli a maschio.
Dal parrucchiere, seduta in poltrona su una pila di piccoli cuscini, al primo attacco delle forbici, aveva fissato lo sguardo sulle foto delle attrici e se ne era andata altrove, in fondo allo specchio, come la sua amica Alice.
Ma quando lo spruzzo della lacca la riportò indietro, non poté evitare di vederli lì in terra, abbandonati, traditi, recisi come erba inutile. I suoi lunghi capelli neri.
Ora non era più lei. Sembrava veramente un maschio. Paolo, suo fratello, l’avrebbe voluta con sé adesso, nelle battaglie coi ragazzi…? E lei avrebbe veramente potuto smettere di far la parte dell’infermiera per fare quella del soldato che non muore mai? Sarebbe veramente stato più facile, adesso, scorrazzare per la campagna, saltare i fossi, squartare lucertole, arrampicarsi sull’albero di fico davanti alla casa?
Bastava veramente andare da un parrucchiere per essere qualcun altro? E se un bambino vuol fare la bambina dove lo portano? E i grandi? Dove vanno i grandi che vogliono essere qualcun altro? Dal parrucchiere no di certo: la mamma, le zie, le nonne, quando andavano a farsi i capelli non tornavano papà, zii o nonni…
Chi le aveva fatto credere che tagliando le trecce avrebbe tagliato via la paura di cadere, l’affanno nel correre, l’orrore del sangue, l’ombra che voleva afferrarla di notte? Chi le aveva fatto credere che per essere agile e veloce, furba e mattacchiona non dovesse più essere una bambina?

Arrabbiata con tutti e in particolare con zia Amalia, tornando verso casa, Agata continuava a tenere la sua mano in quella di lei profumata di colonia e intanto immaginava che le sue piccole dita fossero forbici e che piano piano facessero dei buchi nel vestito a fiori di Amalia e le staccassero dalla testa i ricci neri e induriti di lacca. Sentiva il fruscio maligno delle lame ancora nelle orecchie e continuava a ingoiare le lacrime che le stringevano la gola, ma assecondava il passo della zia che non la finiva più di ripetere che ora sembrava proprio un bel maschietto.
Amalia parlava parlava parlava…ma Agata non la sentiva e quando si fermarono e Amalia la fissò per dirle
– Allora, cosa vorresti in regalo per il tuo compleanno?
Agata rispose la prima cosa che le venne in mente e che di certo alla zia non sarebbe piaciuta
– Vorrei un quadernino per scriverci le mie storie quando sarò grande.

Amalia sembrò delusa e protestò un po’, ma alla fine si arrese e, forse allettata dall’idea di scambiare due chiacchiere con Gianna, la tabaccaia, l’accontentò.
Quando arrivarono a casa tutti sembravano indaffarati in qualcosa di molto serio e mamma non era in cucina. Agata si strinse al suo piccolo quaderno e sgattaiolò in solaio.
E lì, nel suo cantuccio fra la vecchia culla e le damigiane, pianse.

Piangeva Agata il giorno del suo compleanno, piangeva nel cantuccio del solaio e le sue lacrime si mescolavano all’aria impregnata di mosto e cenere, dell’afrore dolciastro della frutta lasciata a maturare, e degli oggetti lasciati ad invecchiare.
Piangeva Agata e fissava tra le lacrime il quadro dell’ultima cena, con la faccia terribile di Giuda che, tra quelle avvinazzate degli apostoli e il dolore pallido di Cristo, sembrava zio Bastiano quando s’affacciava sulla porta all’ora di pranzo, la domenica. Ma accanto a questo c’era, dentro una nera cornice ovale, la crocifissione coi suoi colori cupi, lividi, di tempesta che non passa mai. Nei corpi martoriati e seminudi sulle tre croci scoprì pudore e voluttà senza conoscerne il nome, ascoltò lo spasimo e il lamento, scambiò per bocche le ferite carminie nel costato, e quando si ricordò di Marcellino pane e vino, della voce che gli parlava, Agata si coprì le orecchie per non sentire e scappò via dal suo rifugio prima che qualunque voce di quella tempesta potesse raggiungerla e portarla via.

 

III

Questa curiosa bambina amava molto fingere di essere due persone diverse.
Lewis Carroll

Le scale del solaio finivano nella grande cucina della casa antica dove Agata abitava insieme ai genitori, al fratello Paolo – di poco più grande di lei e, a detta di tutti, ‘terribile’ – alla nonna paterna, ai due nonni materni, a una zia giovanissima sorella di sua madre, e a un cane, Bobby, color miele e caramello, tutto pelo e coccole, ubbidiente e pacioccone, proprio come lei.
Agata ci arrivò a precipizio nella vecchia cucina, col cuore in gola, e anche questa volta, nessuno le badò. Si erano già abituati a non avere più per casa una bambina?
Sedette sull’ultimo gradino e restò là indisturbata a osservare la spola ininterrotta delle donne tra la cucina di casa sua e quella dei vicini, passando dalla porta mai vista aperta prima di allora, che in quella grande casa antica separava le due abitazioni e accomunava le due famiglie.
Con la vecchia stufa a legna, l’enorme cappa sopra i fornelli a carbone sempre anneriti che facevano dannare la mamma, con la pila per lavare i panni fatta di piccoli coriandoli di pietra bianchi e neri, la sua cucina era così spaziosa da sembrarle una specie di parco giochi. Quella mattina però somigliava in tutto e per tutto a uno dei formicai in cui Paolo andava infilando fiammiferi accesi per assistere alla fuga delle microscopiche armate nere. Tutte le donne di casa, infatti, non facevano che andare da una cucina all’altra, ora con le mani ingombre di teli di lino, ora con flaconi di colonia, ora con pentole fumanti, oppure a capo chino e mani vuote. Nessun maschio intorno: Paolo era a scuola; papà in servizio, faceva il vigile urbano; nonno Carmelo in ufficio, in un posto che chiamavano Genio civile; Bobby nella cuccia, in giardino. Solo donne, e l’altra cucina, quella dei vicini, sembrava inghiottirle in una penombra spessa di aromi. Tutte sparivano in una scia silenziosa di origano, caffé, rosmarino e alloro. Malgrado tutto quell’andirivieni, da quella porta non passava nemmeno una voce. Solo odori. Gli stessi che riempivano le ore che passava con la vicina, Titina, e i suoi tre ragazzoni addestrati come soldati e donne di casa.
Erano loro i suoi maestri e mescolavano fogli e foglie, matite e mestoli, numeri e fagioli, insegnandole una cosa mentre ne facevano altre: poesie con le conserve, aritmetica con distese di fichi da imbottire di mandorle e confettini, filastrocche con pietanze e stoviglie, alfabeti di sapori e odori.

Agata si guardò intorno aspettando il momento buono per passare anche lei dall’altra parte e svelare finalmente il mistero. Ai capelli tagliati sembrava non pensare più. Adesso aveva altro da fare, doveva entrare a tutti i costi nel silenzio della casa, capire da dove veniva e perché.
Zia Amalia passò con un vassoio di bicchieri colmi di un liquido lattiginoso lasciandosi dietro una scia di anice e la bottiglia aperta sul tavolo. Agata ne aspirò l’aroma a occhi chiusi e non riiuscì a resistere alla tentazione di leccarne qualche e goccia… Le piaceva, anche se faceva pizzicare la lingua…
Per qualche minuto nessuno comparve sulla soglia. Era il momento che aspettava. Lasciò il suo scalino e svelta passò dall’altra parte.
Come immaginava, nell’altra cucina non c’era nessuno.
In punta di piedi percorse il corridoio che portava alle altre stanze. Si avvertiva appena un brusio lontano, come di preghiera; dovevano essere tutte in camera da letto, l’ultima stanza in fondo al corridoio, ma prima di arrivarci doveva passare davanti a un’altra, questo lo sapeva bene, in fondo, quella di Titina e dei ragazzi, era un po’ anche casa sua.
La porta era socchiusa, bastò una leggera spinta … e Agata scivolò leggera dentro il silenzio.

 

IV

« Se tu conoscessi il Tempo come lo conosco io », disse il Cappellaio,
«non ne parleresti con tanta confidenza».
«Non so che vuoi dire», disse Alice.
«Certo che non lo sai!», disse il Cappellaio, agitando sprezzante il capo.
« Scommetto che non ci hai nemmeno mai parlato, col Tempo!»
Lewis Carroll

Piccolo, bianco, dalla docezza inceppata di bambola di cera, il viso della nonnina spezzava la penombra della stanza come un cammeo su un drappo scuro.
Il corpo, ancora più minuto dentro l’abito grigio delle feste, galleggiava in una luce incerta in cui s’aggrumava un penetrante sentore di canfora e legna vecchia.

“La nonnina” disse Agata a se stessa sottovoce e, sottovoce, provò a chiamarla:
– Betta, Betta, perché dormi a quest’ora? È mattina, Betta.

Betta non era una delle nonne di Agata. Le sue nonne erano più giovani di Betta, non portavano tutto il giorno il grembiule sui vestiti, andavano dal parrucchiere a fare la permanente, si dipingevano le unghie delle mani e dei piedi ridendo con le zie, portavano la cipria, il rossetto e i tacchi alti.
Betta, invece, no. Betta era la nonna dei ragazzi della porta accanto e la pelle del suo viso ricordava il biancomangiare quando ne raccogli lo strato superficiale appena rappreso. Nei suoi tratti sonnolenti di vecchia ‘vera’, Agata, sola nella stanza con lei, ritrovò una per una, le rughe che tante volte avrebbe voluto toccare, accarezzare come le carte geografiche di cartapesta che i nipoti di Betta costruivano facendo lezione ad Agata in cucina. Ma ora erano più piatte e più dure, quelle rughe, nel pallore rigido in cui riconosceva le stesse cose che l’attiravano e l’atterrivano nel quadro della crocifissione che stava in solaio.
Era inutile coprirsi le orecchie per non sentire la voce che parlava a Marcellino, era inutile scappare, era inutile chiudere gli occhi.
Dal solaio era rotolato rapido nel silenzio della grande casa il suono della parola che toglie le parole agli uomini, l’odore e il colore della morte.

L’aveva sentita senza capirla, quella stessa mattina, mentre le tagliavano le lunghe ciocche nere, mentre perdeva il suo aspetto di bambina, ma non poteva riconoscerla. Non c’era quella parola sull’abbecedario che i ragazzi le insegnavano in cucina, non c’era nelle storie che suo padre le raccontava, dove tutti, nei momenti peggiori, la nonna di Cappuccetto Rosso, le mogli di Barbablù, Biancaneve, si addormentavano. Non c’era quando guardava attraverso i pezzi di vetro e i fondi spessi dei bicchieri di cristallo. Ma Agata la sentiva crepitare nei formicai incendiati dai ragazzi, la sentiva nel piccolo tonfo dei passeri che precipitavano dalla palma più alta del giardino, la sentiva sibilare nell’impercettibile grido delle lucertole che suo fratello voleva studiare dentro…

“Betta dorme” avevano detto la mattina i grandi “Betta dorme, cercate di non disturbarla e fate i buoni”. E ora Agata sapeva, riconosceva quella parola nella menzogna adulta.
“Betta non dorme” si disse “Betta è morta”.

D’un tratto le voci delle donne arrivarono confuse e incomprensibili nella stanza della nonnina, un balbettio crescente e ripetuto come una nenia interminabile, che si fece grido scomposto quando ogni cosa prese a singhiozzare, scossa dentro da un misterioso respiro trattenuto per secoli nel cuore della terra.
Scatole, fialette, medicine, santini, spazzole, vasetti, fotografie, prendevano vita nella stanza di Betta, dove niente poteva mai essere spostato, ora che lei se ne stava rigida nel suo lettino smaltato d’azzurro come in una culla di bambina, ora che lei di vita non ne aveva più. Le cose respiravano ora che Betta non aveva più fiato, parlavano ora che Betta non aveva più parole.

Betta e le sue cose s’erano scambiati il posto, il buio e il silenzio.

Agata pensò ai soldatini di Paolo, scomparsi nel pozzo l’estate prima, e si sentì uno di loro. Forse i grandi non avevano voluto che lei entrasse nella stanza della nonnina morta perché poteva inghiottire i bambini. Forse lei non doveva entrare in quella stanza perché era un pozzo senz’acqua, e da lì si poteva sentire il respiro della terra e il suono di tutte le parole sconosciute che Agata non aveva ancora fatto in tempo a imparare… Ma ormai era tardi, ormai era entrata nella stanzapozzo e le parole arrivavano tutte insieme in una specie di boato soffocato, un tuono lontano e minaccioso. Agata lo ascoltava attenta, quasi dovesse riconoscere qualcosa che faticava a ricordare, sgomenta ma anche sollevata, come lo avesse aspettato da sempre quel respiro, quel grido, quel dolore nuovo, tanto diverso eppure così vicino a quello provato mentre scivolava dentro lo specchio del parrucchiere…

Una lama di luce, filtrando improvvisa alle sue spalle la trascinò via mentre la stanza sembrava scrollata dalle mani invisibili e rabbiose di un gigante… Qualcuno la stava soffocando in una stretta di felceazzurra e gesummisericordia.
– Agata sei qui, dio ti ringrazio, ti abbiamo cercato dappertutto. Andiamo, levati di qua, Agata, corri, corri sotto la trave e prega, prega il tuo angelo custode. Corri e prega Agata, c’è il terremoto.
Ma Agata non pregava, schiacciata contro il calore morbido del corpo grande grande di Amalia tratteneva il respiro contro i fiori del suo vestito diventati un unico buio senza parole.

Quando si svegliò, sul sedile di pietra del giardino, erano tutti intorno a lei. Paolo, papà e il nonno erano tornati, Bobby le leccava una mano, mamma la accarezzava, zia Amalia e le nonne, tanto per cambiare, piangevano. Tutti le chiedevano qualcosa, ma le loro voci erano così lontane e la sua continuava a sprofondare. Dove stava andando? Poteva fare qualcosa per riportarla indietro? E mentre se lo chiedeva, istintivamente si girò a guardare il pozzo. “Starà bene laggiù, con I soldatini di Paolo”.
Poi, tra I soliti gesummisericordia e signuritiringraziu si alzò e corse a cercare il quadernino nero e una matita.

Così, dal giorno in cui compì sei anni, le furono tagliati a maschio i capelli e Betta morì, Agata non parlò più, Agata si fece muta, come dicevano le donne di casa. Agata cominciò ad aspettare.
Aspettava che la terra tornasse a tremare, aspettava che la terra tornasse a parlare e le raccontasse di quel pozzo segreto dov’erano naufragate le voci allegre e laboriose di due cucine in una casa antica, di quel pozzo dov’era annegata la sua voce.
Aspettava che tornassero sulle sue labbra di bambina sfuggita a una parola sola le parole che quella s’era portata via il giorno di marzo in cui si fece muta.

Aspettò per anni e anni Agata, poi Adele – la notte prima dei suoi sei anni e dei trent’anni di sua madre – s’alzò nel sonno dalla poltrona in cui s’era addormentata, le prese la mano e disse: Domani ti regalerò una storia… e poi si lasciò portare a letto.
Il giorno dopo Agata e Adele giocarono a cercare in giardino i regali del loro compleanno e ai piedi del pozzo chiuso ormai da tanti anni, nell’aiuola delle calle che lo circondava, trovarono una scatola di latta un po’ arrugginita, ma sul coperchio si leggeva ancora Plasmon. Dentro ne aveva un’altra, di carta. E dentro quella di carta c’erano un anello d’acquamarina e un paio di pendenti d’agata.
“Sono bellissimi, mamma, tienili tu. Io voglio questo.”
Sul fondo della scatola di latta, aveva trovato un quadernino nero.

cp, 1998

 

 

 

2022-08-25T16:08:54+00:0024 Agosto 2022|Categorie: Storie|1 Commento

Un commento

  1. Gianni Rigamonti 25 Agosto 2022 al 9:42 AM - Rispondi

    Sospeso magnificamente fra realismo e magia. C’è maestria in quest’autrice. Non credo che sia un’esordiente; o se lo è, è un fenomneno.

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