Sicilia: tra le prime regioni per presenza di donne manager e laboratorio politico per giovani donne. Ma l’accesso nelle istituzioni per le donne è ancora non facile.

Rosalba Bellomare

Sorprende che la Sicilia sia tra le prime regioni d’Italia nella classifica del 2020 per percentuale di donne manager, pari al 25% sul totale dei dirigenti, 1 su 4 o meglio 373 donne su un totale di 1470. Un risultato inatteso che si accompagna ad un altro record nazionale, quello di Enna, unica città italiana in cui le donne superano i manager uomini 127 contro 172.

Le classifiche sono tratte dal tradizionale Rapporto Donne di Manageritalia sui dirigenti privati pubblicato come ogni anno in occasione della Giornata Internazionale della Donna con un’elaborazione dei dati Inps.

Tra le regioni più “rosa” spiccano sul podio Molise (30%), Sicilia (25,5%) e Lazio (24,1%), a seguire a pari merito Basilicata e Lombardia (20%). A fondo classifica troviamo terzultima la Calabria (14,6%) e, addirittura sotto il 10% di peso femminile, l’Abruzzo (9,3%) e il Trentino-Alto Adige (9,2%).

È un dato che anche nell’anno dell’emergenza pandemica, il 2020, in Sicilia le donne manager sono cresciute dello 0,54% sul 2019 e se ampliamo lo sguardo ai 12 anni, cioè dal 2008 al 2020, il dato della crescita è ancora più cospicuo, quasi l’80% in più di donne sono diventate dirigenti di aziende siciliane.

Sono donne scelte per competenza, formazione e capacità, l’ambito in cui spicca la presenza femminile è il comparto del terziario.

Luisa Quaranta, responsabile del gruppo donne di Manageritalia, auspica che la rincorsa delle donne verso pari opportunità nel ricoprire posizioni di vertice si allarghi anche nell’ambito della politica in cui invece la Sicilia ancora non si distingue, anzi è “un gap culturale da sanare” dichiara la Consigliera per la Parità di Genere per la Regione Siciliana Margherita Ferro.

In Sicilia su 70 deputati soltanto 18 sono donne, in Prima Commissione sono presenti ben quattro disegni di legge – presentati trasversalmente da diverse forze politiche – per l’inserimento della doppia preferenza di genere come avviene già per i Comuni, in funzione della piena attuazione dell’art. 51 della Costituzione, sulla parità di accesso tra donne e uomini alle cariche elettive, incidendo sui sistemi elettorali presenti nei diversi livelli (nazionale, regionale, locale e al Parlamento europeo), nonché sulla promozione della
partecipazione delle donne negli organi delle società quotate. L’articolo 117, settimo comma, Cost. (introdotto dalla L. Cost. n. 3/2001) prevede inoltre: “Le leggi regionali rimuovono ogni ostacolo che impedisce la piena parità degli uomini e delle donne nella vita sociale, culturale ed economica e promuovono la parità di accesso tra donne e uomini alle cariche elettive”.

Nel 2021 il QdS (Quotidiano di Sicilia) organizzava un convegno “Donne e politica confronto sulla parità di genere all’ARS”, moderato da uomini, dove emerge attraverso il resoconto dello stesso quotidiano la dichiarazione del Presidente dell’Assemblea, On. Gianfranco Miccichè: “Le donne devono meritare la politica come gli uomini. Sono prontissimo ad aprire un confronto, ma se si chiede una data di
calendarizzazione, non siamo pronti. Dobbiamo stabilire regole precise. La parità delle donne in politica è già in vigore e sono favorevole all’ingresso di più donne, ma devono anche impegnarsi, cercare voti e condurre la propria campagna elettorale. Se si vuole l’ingresso in politica perché devono semplicemente esserci più donne mi trovo in una posizione diversa”.

Nello stesso incontro i numeri del ritardo siciliano sono stati elencati da Concetta Raia, deputata del PD siciliano nella scorsa legislatura (ndr, oggi il PD siciliano regionale non ha eletto nessuna donna nel proprio gruppo): “Nel consiglio regionale le donne sono il 22,9 per cento, nei consigli regionali italiani la media è del 34,2 per cento. La presenze di donne nelle giunte regionali è del 25 per cento, in Sicilia è zero. Non facciamo una bella figura. Fin quando la politica non toglierà gli ostacoli per l’accesso delle donne alle cariche istituzionali, possiamo parlare quanto vogliamo ma non avremo dato una chance alle nuove generazioni”.

Recentemente le donne del Partito Democratico siciliano si sono rivolte attraverso una lettera appello al Presidente Draghi, per “esercitare il potere sostitutivo dello Stato, come previsto dall’art. 120 comma 2 della Costituzione, al fine di uniformare la legge elettorale siciliana al dettato Costituzionale.

Al principio di “democrazia paritaria” devono infatti uniformarsi anche le Regioni a Statuto speciale, come ha più volte chiarito la giurisprudenza amministrativa e costituzionale e come ribadiscono le norme dell’Unione Europea e quelle internazionali ratificate dall’Italia.

Le donne siciliane auspicano un intervento autorevole e risolutivo del Governo da Lei presieduto che ponga fine a questa palese discriminazione, affinché la parità di genere non sia affermazione vuota ma costituisca finalmente un reale contenuto dell’agire politico nel Paese intero.”

Ottima iniziativa, tuttavia l’azione manca di una vera e propria coralità tra donne, trasversale tra le forze politiche presenti nel parlamento siciliano, che in altre occasioni si è rivelata vincente. Tra tutte e tra le più recenti, voglio ricordare l’unione tra le parlamentari nel portare avanti l’approvazione delle leggi collegate al riconoscimento della violenza sulle donne come forma di violazione dei diritti umani e di discriminazione.
In una intervista alla 27ora del Corriere Angela Bottari, già deputata al parlamento del PCI, ci ricorda quando il 5 agosto del 1981 venne approvata la legge n.442 per abrogare il delitto d’onore, matrimonio riparatore e abbandono di un neonato per onore, “una parte della destra non era d’accordo. Ma quella legge fu votata anche dalla Democrazia Cristiana e ottenne comunque la maggioranza”.

Dalla unione delle donne le conquiste di civiltà hanno fatto la storia.

Parafrasando Calvino “ci sono frammenti di città felici che continuamente prendono forma e svaniscono, nascoste nelle città infelici”, nel 2019 nasce in Sicilia, a Favara in provincia di Agrigento, “Prime Minister” un progetto generato tra le Associazioni Movimenta e Farm Cultural Park e realizzato da quattro giovani donne: Angela Laurenza, Eva Vittoria Cammerino, Denise Di Dio e Florinda Saieva.

Prime Minister è una scuola di politica per giovani donne di età compresa fra 14 e 18 anni che vogliono intraprendere un percorso di formazione politica – intesa come capacità di interpretare e guidare la società.
Le studentesse della scuola vivono così un’esperienza di empowerment, di rafforzamento delle loro conoscenze e competenze trasversali. La scuola scommette sulle giovani leader, le Prime Minister di domani, e intende far diventare le giovani donne agenti di cambiamento nelle proprie scuole, comunità, città, nazioni.

Fonte: ilmanifesto.it

2022-03-08T19:30:14+00:008 Marzo 2022|Categorie: Il nostro presente|0 Commenti

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