manutenzione delle città perché non funziona

Antonella Leto e Rita Masseria
Attac Palermo

Il 21 novembre 2020, in tutta Italia ed anche a Palermo, una rete nazionale di 322 realtà associative riunite dal manifesto della “Società della cura” chiedeva a tutti, a partire dagli Enti Locali, un cambio di paradigma. Il comitato palermitano di Attac Italia, parte di questa rete, nell’ottica di restituire ai Comuni un ruolo ed una capacità di spesa da investire sulla cura della comunità ha proposto simbolicamente proprio in quel giorno al Consiglio Comunale di Palermo ed alla Giunta di approvare un O.d.G. attraverso il quale chiedere al Governo nazionale la sospensione del patto di stabilità interno e il pareggio di bilancio, per liberare le ingenti risorse risorse immobilizzate e permettere al Comune di far fronte alla crisi sociale ed economica acuita dalla pandemia.

 

In una intervista di pochi giorni fa l’assessore al bilancio del Comune di Palermo annuncia come inevitabile il dissesto finanziario; mancano 80 milioni per fare quadrare i conti e i soldi, che ci sono, non possono essere spesi perchè la legge impone che siano accantonati per coprire i crediti di dubbia esigibilità.

Ma facciamo un passo indietro;

nel 2011, all’indomani della straordinaria vittoria dei Refendum sull’Acqua Bene Comune e contro la privatizzazione dei servizi pubblici locali il governo Berlusconi mise il pareggio di bilancio in Costituzione; non era obbligatorio, quasi nessun altro Paese europeo lo fece, fu una scelta politica deliberata che scaturiva dalla sollecitazione della BCE a mettere sul mercato i servizi pubblici locali, in barba alla volontà popolare espressa.

I Comuni italiani contribuiscono al debito pubblico complessivo del Paese in musura irrisoria, appena per l’1,8 %; il 98,2% del debito pubblico è dello Stato e delle Regioni. In piena pandemia il patto di stabilità ed il pareggio di bilancio sono stati sospesi per lo Stato, che li ha potuti sforare a piacimento, mentre per i Comuni permangono immutati, malgrado le sollecitazioni in questo senso mosse anche da Anci Sicilia.

Le politiche finanziarie adottate dagli ultimi Governi nazionali – tagli dei trasferimenti, spending review, patto di stabilità, pareggio di bilancio, blocco delle assunzioni, il permanere del meccanismo perverso della spesa storica che aumenta il divario nord~sud– sono tutte misure indirizzate a mettere i Comuni in ginocchio.

Il motivo è facilmente comprensibile: nelle città e nei Comuni risiede la gran parte della ricchezza collettiva del Paese, costituita da territorio, patrimonio pubblico, beni comuni e servizi pubblici locali; una ricchezza, quantificata in oltre 570 miliardi, che i grandi poteri finanziari e immobiliari non vedono l’ora di “valorizzare”, che è poi una maniera mascherata per intendere “privatizzare”.

Per le città del meridione è praticamente impossibile nelle condizioni date non andare in dissesto, non a caso lo sono i maggiori Comuni meridionali, oltre che i medi e i piccoli. E tutto questo con un fiume di denaro in arrivo, PNRR e programmazione EU 2021-27, paragonabili solo al Piano Marshall del dopoguerra. Su questi fondi pubblici gli appetiti dei colossi finanziari, nonché quelli malavitosi sono enormi. Malgrado il PNRR sia nominalmente incardinato alla transizione ecologica, si è addirittura intitolato un Ministrero così, i Comuni che già arrancano con l’ordinario, avranno difficoltà enormi a progettare e programmare la spesa di fondi indispensabili ad un cambio di paradigma che ci consenta di resistere, adattarci e contrastare i mutamenti climatici, vera catastrofe incombente di cui la pandemia non è che un altro campanello d’allarme.   Sono i Comuni gli enti di prossimità ai quali i cittadini in prima ed ultima istanza si rivolgono, sono i Comuni che possono effettivamente cambiare modello di sviluppo e mettere a sistema la tutela dei diritti delle persone con quella dei beni e servizi pubblici, del territorio, dei beni naturali, culturali e paesaggistici come risorse collettive, come “valore” comune e condiviso da gestire in forme partecipative e comunitarie, non da “valorizzare” e svendere al mercato.

Le ingenti risorse economiche in arrivo, investite a debito sulle future generazioni, anziché restare nella disponibilità dei territori in queste condizioni saranno drenante e gestite dagli stessi potentati finanziari che hanno causato il disastro ambientale e climatico incombente.

Ora prima che i pezzi della ex maggioranza e le opposizioni in Consiglio comunale a Palermo comincino a sparare a zero sul fallimento di questa Amministrazione utilizzando strumentalmente il dissesto per fare campagna elettorale, sarebbe bello sapere da ogni Consigliere comunale se non senta la necessità, come persona e come rappresentante di una forza politica, di assumere la responsabilità di chiedere unitariamente e con forza al Governo nazionale di intervenire sul patto di stabilità, considerando che chiunque succeda ad Orlando si troverà nelle medesime condizioni, a situazione immutata. Allentare il patto di stabilità è una precondizione per proseguire ed amplificare politiche di tutela delle persone, dei beni e dei servizi pubblici, per avviare una vera conversione sociale ed ecologica. A meno che non si vogliano al contrario favorire le politiche che hanno come obiettivo primario l’attacco e la spoliazione delle Città, la privatizzazione dei servizi e del patrimonio pubblico, la consegna della vita delle persone a quel liberismo che ci ha portato al punto limite di non ritorno.

A nostro avviso, da attiviste per i beni comuni e la conversione ecologica e componenti di Attac Palermo, è indispensabile che i cittadini sappiano se possono contare su un Consiglio comunale che difende gli interessi della collettività o quelli finanziari. Vale per Palermo e per tutti i Comuni siciliani. La politica a tutti i livelli deve smettere di nascondersi e dichiarare apertamente di quali interessi effettivamente è portavoce.