Tutta intera, tutta in parti

Considerazioni private sul romanzo di Espérance Hakuzwimana

Vanessa Iannone

La parola “intero” etimologicamente rimanda a ciò che non manca di nulla, al completo, al perfetto, è una variante di “integro” che evoca subito la compiutezza e l’assenza di compromesso.
Se rispetto alla lettera le istruzioni per montare uno di quei mobili dall’architettura scandinava minimale, lineare ed efficiente esso sarà perfetto, non avanzerà nemmeno una vite, la brugola in dotazione attenderà al suo compito e io avrò arredato un pezzo della mia casa.
Le persone non sono mobili componibili, non sono lineari e minimali, avanza sempre una vite da qualche parte, manca sempre un tassello da un’altra parte, eppure, misteriosamente, le persone trovano il modo per funzionare e per raccontare la loro storia.
L’ultimo romanzo di Espérance Hakuzwimana si intitola “Tutta intera”, è edito da Einaudi e in copertina riporta l’immagine di una ragazza con un bel mazzo di fiori e i capelli ricci e scuri raccolti nella parte alta della testa, il volto però non c’è; non ci sono gli occhi, non c’è il naso, non ci sono le labbra, non c’è la maschera che ci fa andare nel mondo.
Chi sono io se nessuno mi vede?
Me lo sono chiesto tante volte, mi sono chiesta se basti guardarsi allo specchio per riconoscersi o se, a furia di fissarsi, i contorni non diventino incerti fino a farci dimenticare noi a noi stessi, come in quel video del fotografo Peter Lindbergh, Testament, dove il volto di un condannato a morte ripreso per trenta minuti mentre fissa uno specchio unidirezionale, trasforma quel volto fino a far cadere ogni speranza, persino gli occhi, alla fine, sono altri occhi.
“Tutta intera” è un romanzo pienodi nomi, di domande, di dolore, di amore, di amori. L’autrice è nata in Ruanda nel 1991, arriva in Italia e cresce in provincia di Brescia, in una famiglia che la adotta e nella quale scopre di essere nera, come lei stessa racconta, solo all’età di otto anni. Nelle molte interviste rilasciate dice: “sono nera, italiana, donna, e scrivo.. Il mio essere donna mi ha trasformato; il mio essere donna e nera mi ha formato negli insulti, negli approcci sessuali degli altri, nel disprezzo, nel pregiudizio e nella mancata considerazione. La mia storia è mia, ed è donna; come la parola, come la rivoluzione e la resistenza. E anche per questo mi piace da morire”.
Se volessimo fermarci qua, avremmo già la recensione del suo libro, c’è tutto quello che c’è da sapere. Quando ho cominciato a leggere questo romanzo, alle prime duecento battute avevo un’idea abbastanza chiara: una storia non ti tradisce se nelle prime pagine hai già trovato una corrispondenza, un dialogo segretissimo tra la protagonista che vorrebbe lavarsi con la candeggina e tu che non ti sei mai sentita intera.
Sara, la protagonista, fa Righetti di cognome, cresce in una famiglia che la ama molto, la protegge molto, mette un velo per non esporla al mondo, ha un padre docente di lettere al liceo classico del paese e lei vorrebbe diventare come lui, si esercita fin da piccola nel gioco dei sinonimi, si iscrive all’Università, ma interrompe gli studi, si rompe, cresce dalla “parte giusta” della città, dove la coltivazione delle pesche, “l’oro rosa”, scandisce, il tempo “dell’uomo e delle stagioni” avrebbe detto Guccini.
La “parte sbagliata” della città, sta al di là del fiume Sele, che segna il limite oltre il quale le cose si fanno difficili.
Sara è costretta a passare quel confine, con la sua bicicletta, la sua borsa e la sua bellissima sciarpa perché si ritrova a fare il doposcuola a un gruppo di ragazzini irrecuperabili a detta della vicepreside dell’Istituto Rodari, Gianni Rodari, uno che con le parole ha costruito mondi pieni di verità.
Nel romanzo ci sono moltissimi nomi e i nomi fanno la realtà, fanno le storie e segnano i destini. Sara è nera ma i suoi studenti non la riconoscono come simile, parlano una lingua che lei non comprende, descrivono categorie e sotto-categorie che le creano una grande confusione e che le fanno chiedere: “chi sono io? Sono la Signorina Bellafonte, sono solo la Signorina Bellafonte? Sono Sara di nome, Righetti di cognome, nera, nipote del guardiano del frutteto, sono la bambina che ringrazia sempre perché così la signora Piera, al mare, mi dice che sono proprio una bambina educata?”
Sara ci prova, cerca di costruire un linguaggio che possa diventare un filo sottile e complice tra lei e Giulio Abour che legge l’italiano per tradurre le bollette a sua madre, o per dedicarle poesie; cerca di convincere quei ragazzini che la letteratura è una cosa bellissima, una salvezza, una bussola. Le parole non bastano, Sara deve condividere delle esperienze per essere accolta in quel mondo che la respinge e allora decide di farle quelle esperienze solo che, da quel momento, le urgenze e le domande si fanno più radicali e radicate, si fanno meno trascurabili, si manifestano in modo più luminoso. La ricerca di senso per qualcuno è un fatto più pungente che per altri e abita lì tutta la differenza tra un’esistenza autentica e una in-autentica, avrebbe detto Heidegger.
Sara ama M. che si chiama Matteo ma che lei chiama sempre con lettera puntata perché se non dici il nome non racconti nulla – e infatti lo chiama per nome solo quando deve lasciarlo- è uno che non ha sbagliato nulla, non ha sbagliato i “ristoranti, i weekend fuori zona, il numero dei baci…” però, dopo i ragazzini, dopo il confine del Sele, Matteo è diventato quello che una volta le ha detto che era nera e al buio non la si vedeva e lei aveva riso ma forse non voleva ridere ,ma forse ci era rimasta male e non sa spiegargli perché, dovrebbe capirlo da solo.
“Tutta intera” è questo romanzo qui, è una storia di frangibilità, di grandezza, di coraggio, è la speranza, come il nome dell’autrice, che non esiste nessun criterio per essere definiti sbagliati, semmai diversi ma non è forse la diversità che determina l’identità?
Questo romanzo ha suscitato in me molte emozioni, alcune scomode -per fortuna aggiungerei-, ho imparato molto, ho ascoltato molto e ho riflettuto molto, anche sui capelli e su come essi non siano cornice ma siano essenza, modo d’essere, storia (ma sui capelli scriverò un’altra volta). Questo romanzo ha abbattuto una parte delle mie instabili fortificazioni, mi ha portata dall’altra parte del fiume, fuori dai confini rassicuranti di una vita che ho cercato di definire attraverso un limite estremo che non esisteva se non nella mia mente o nelle mie paure.

Tutta Intera, Espérance Hakuzwimana, Einaudi, Torino 2022

2022-11-16T13:10:30+00:0016 Novembre 2022|Categorie: Il nostro presente|0 Commenti

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