Le donne che hanno cambiato l’Italia in un romanzo di Giulia Mafai

Beatrice Agnello

Giulia Mafai, nata nel 1930, terza e ultima figlia di Mario Mafai e Antonietta Raphaël, se n’è andata l’anno scorso. Sorella di Miriam e Simona, è stata l’unica a seguire le tracce del talento artistico di madre e padre e ha lavorato come costumista e scenografa, collaborando con grandi registi, tra cui Vittorio De Sica e Mario Monicelli.
A un certo punto, ha sentito anche il bisogno di raccontare. Sono nati così La ragazza con il violino (2013), intenso ritratto della madre; Ebrei sul Tevere. Storia, storie, storielle (2017) e il romanzo Agenda rossa, uscito postumo quest’anno con la casa editrice indipendente di ispirazione femminista Vand.A.

Come Miriam e Simona, Giulia Mafai ha attraversato con grande partecipazione intellettuale ed emotiva un lungo pezzo del 900 e l’inizio del nuovo millennio. Nel libro ne raccoglie fatti salienti, facendo tesoro anche di esperienze vissute da lei stessa e dalle sorelle più grandi, ma non si tratta di una biografia, si tratta di un romanzo che racconta le vicende di una donna comunista dagli anni del fascismo ai nostri giorni.

La protagonista si chiama Katiuscia e già il suo nome rivela una scelta netta perché non è quello che ha avuto alla nascita, in una famiglia povera, da una madre sartina e da un padre operaio mai con un lavoro preciso, violento e fascista. L’hanno chiamata Adua – per onorare i caduti della battaglia etiopica – ma lei, entrata nella resistenza romana, sceglierà ancor prima dei vent’anni di chiamarsi Katiuscia, come il cannone che salvò Stalingrado dall’assedio tedesco nel ’43.

Fa la staffetta partigiana sulla sua bicicletta tra la fame e le angosce della Roma occupata e vive il senso di liberazione – che Giulia Mafai fa respirare molto efficacemente ai lettori – all’entrata degli Alleati in città. “Come dopo una lunga malattia, la vita stava riprendendo il suo corso. Finito il coprifuoco, gli alberghi e i cinema si riempivano, le strade erano invase da jeep militari, da allegri soldati in libera uscita, ovunque si diffondeva una musica gioiosa, vitale e sincopata. Roma era meravigliosa, la libertà era meravigliosa, e anche Katya si sentiva viva, salva, meravigliosa (…) aveva scoperto di avere un lato del carattere allegro, era come se con la liberazione si fosse sgravata da un macigno che l’opprimeva. Aveva scoperto un’altra se stessa, improvvisamente da timida e schiva che era stata scopriva di essere viva, le piaceva stare in compagnia, ridere, parlare con gli amici e i compagni, discutere di politica, letteratura, cinema, andare con loro all’osteria, bere insieme un bicchiere di vino e poi cantare tutti in coro”.

Katia è una bella ragazza piena di vita, ma “a che serve la libertà se non per impegnarsi?” diceva qualcuno (Sartre), e lei intraprenderà una lunga militanza comunista con instancabile dedizione. Nel Partito crescerà politicamente e culturalmente, ma al tempo stesso subirà una punizione per la relazione sentimentale con un suo alto dirigente già sposato e verrà spedita a organizzare le mondine piemontesi, affrontando le loro stesse durissime condizioni di vita. Vengono fuori, nel romanzo più che nella coscienza di Katia, che accetta il sacrificio, gli aspetti repressivi di una forza politica che, pur puntando sull’emancipazione femminile, condanna con spirito moralista e maschilista l’amore libero e costringe Katia al duro confinamento lontano dal suo amante, rimasto invece a Roma ben sistemato nella sua posizione di privilegio.

I disagi e l’estrema povertà continuano poi, quando viene inviata a fare lavoro politico nelle campagne del Sud. Mi sembra che nelle pagine che ne parlano, ci sia più di un’eco all’esperienza vissuta da Miriam Mafai in Abruzzo. Come Miriam, del resto, incontrerà lì il dirigente del Pci che diventerà suo marito.

Siamo nei primi anni Cinquanta, nel Sud povero e sfruttato bisogna lottare per i diritti più elementari come una scuola o un ambulatorio e Katya si spende senza tregua, sostenuta dalla sua fede politica.

Ma ecco che nel ’56 arriva uno scossone a minare le fondamenta di quel che la sua generazione di comunisti ha creduto fino ad allora: al XX Congresso del PCUS, Kruscev denuncia il culto della personalità e i crimini di Stalin lasciando smarriti i militanti che fino ad allora avevano confidato ciecamente in lui. “Katya aveva pianto chiusa in casa per giorni, non aveva avuto il coraggio di uscire, farsi vedere, incontrare i compagni, sentire i loro commenti, andare in Federazione. Si sentiva profuga, vedova, orfana”. Si diceva che forse era il caso di aprire gli occhi su quel che non andava nel comunismo sovietico, farsi un’autocritica, “Ma era pur vero che lei e le altre compagne i bambini li avevano aiutati, avevano dato il loro contributo per ottenere leggi più giuste. Loro, erano state loro che avevano cambiato il paese: avevano aperto un vero asilo, con il giardino, l’altalena, i bagni in miniatura. Il Comune aveva comprato un autobus che faceva il giro delle campagne, anche le più lontane, raccogliendo bambini di ogni età per portarli a scuola”.

Dilaniata da questa lacerazione fra due facce del comunismo che entrambe hanno la loro verità, era andata infine in sezione, ad affrontare in qualche modo il turbamento dei compagni. Ma, arrivata, aveva capito che in quello sperduto Sud era sola di fronte ai suoi tormenti ideali: “L’avevano aspettata, dovevano urgentemente parlarle, ma non, come lei temeva, del XX Congresso dell’URSS, del discorso di Krusciov, dei delitti di Stalin, delle esecuzioni di compagni innocenti, delle fucilazioni dei medici ebrei senza alcuna colpa, dei gulag. Erano molto preoccupati perché erano arrivate delle lettere di licenziamento alla conceria, non sapevano come agire per il lago artificiale che si voleva costruire e che avrebbe inondato centinaia di ettari di buona terra a grano, il grosso problema era che la luce ancora non arrivava nelle masserie su in montagna, che il doposcuola non funzionava e che la mensa scolastica faceva schifo. C’era tanto lavoro da fare, problemi più urgenti da risolvere, la Russia era lontana e poteva aspettare…”.

Direi che il doppio registro del comunismo italiano, da un lato l’adesione a quello sovietico cercando di non vederne gli aspetti più oscuri e dall’altro il grande e generoso apporto al miglioramento delle condizioni di vita degli italiani, viene fuori in maniera icastica.

Passa il tempo, con gli anni Sessanta tutti vedono finalmente un po’ di benessere e anche la vita di Katia si assesta. Dopo aver attraversato, comunque a testa alta, la riprovazione generale per la relazione “irregolare” con il compagno incontrato nel paesino meridionale in cui è stata mandata, anche la vita familiare si “normalizza” con un matrimonio civile e i due figli nati nel frattempo vengono tirati su come “principini rossi”, destinati a un futuro virtuoso e vincente.

Ma neanche questo porta a una soddisfatta serenità: appena entrati nella prima giovinezza, i ragazzi si rivelano di tutt’altra pasta e di altre idee, “Ragazzi difficili, impossibili da tenere sotto controllo, avevano ricominciato con gli spinelli e l’alcol in dosi pesanti, motorini e macchine sfasciate, risse continue. Irrecuperabili. Un calvario, dentro e fuori dai riformatori, dalle cliniche, dalle comunità assistite, riunioni con dottori, psichiatri, assistenti sociali, singole e di gruppo”. Si sfalda nei silenzi davanti alla tv e nei reciproci rimproveri anche il rapporto fra moglie e marito.

Lui comunque scala la gerarchia del partito e diventa deputato. Entrambi si trasferiscono a Roma, ma lei, scavalcata alle elezioni per il senato da una giovane rampante nelle grazie amorose di un alto papavero, resterà con un oscuro incarico nella segreteria del gruppo parlamentare, mentre il marito trova una più fresca compagna e va a vivere con lei.

Katya si ritrova sola a vivere fra le macerie di tante illusioni e anche questo affronta con la massima dignità, rimanendo sempre se stessa, con il suo interesse per le cose del mondo e la curiosità intellettuale, con la sua forza, con una dirittura morale che non cede. Infine la sua storia fatta di grandi sacrifici e inesausto generoso impegno troverà un riconoscimento, soltanto ideale, nell’onorificenza che le viene conferita dal presidente della Repubblica, vecchio compagno che ne ha seguito il percorso politico.

Ma il romanzo è un bilancio molto amaro delle lotte, della vita dura, delle illusioni e delle delusioni di una generazione di donne comuniste.

Il libro fin dallo spunto iniziale svela quella che credo sia un po’ anche la sua motivazione: un vecchio edicolante di sinistra che sa bene come Katia sia stata una donna importante nella storia dell’emancipazione femminile e delle lotte dei comunisti, viene interrogato dalla giovane giornalista Samantha, che vive nell’appartamento abitato prima della morte dall’anziana militante. La ragazza ne ha trovato una vecchia agenda dimenticata, si incuriosisce e gli chiede se conoscesse quella donna che lei non ha mai sentito nominare, allora lui sbotta: «Ma che generazione senza memoria quella dei giovani, cosa diavolo vi insegnano oggi a scuola?».

Questo darà l’avvio alle ricerche della giornalista freelance sul personaggio di Katiuscia per proporre un articolo su di lei alle testate con cui collabora, ma Samantha finirà per chiedersi “questa storia interesserà a qualcuno?”. La risposta che si dà è che no, ai direttori dei giornali con cui lavora non interesserà per niente, meglio proporre invece un’intervista a una star del momento.

Be’, credo che Giulia Mafai abbia scritto questo libro soprattutto per contribuire a mantenere viva la memoria che, come il vecchio edicolante, vedeva dissolversi, la memoria di un’altra tempra di donne e della loro vita votata a un impegno ideale. Impegno senza il quale l’allegria dei canti, dei balli, l’amore stesso, non avrebbero avuto l’intensità che li ha animati ma uno stucchevole sentore caramelloso di storie confezionate da aziende di marketing e da influencer con un milione di like. Come quella che sarà andata magari a intervistare Samantha invece di ricordare la storia di una ragazza del secolo scorso che aveva voluto chiamarsi come un cannone e aveva sgobbato come un mulo, ma il cui impegno ha consentito alle donne di oggi di godere di libertà e diritti impensabili quando ad essere giovane era lei.

 

Agenda rossa

2022-05-14T15:18:57+00:0014 Maggio 2022|Categorie: Storie|0 Commenti

Scrivi un commento

Torna in cima