Io e Maren: riflessioni su “Bones and all” di Luca Guadagnino

Margherita Celestino

21.12.2022

Love will tear us apart again
Joy Division

Non avrei mai creduto di poter apprezzare un film sul cannibalismo. So solo adesso, dopo diversi giorni che sono uscita dal cinema, che l’ho fatto perché quel film mentre “spiaccicava” la più assurda delle morti sul grande schermo, parlava d’amore e viceversa.

Ci vogliono centinaia di chili di amore, un furgone, colori tenui e molta ingenuità per poter abbattere un tabù così grande.

“Bones and all” è un viaggio alla ricerca della propria origine e contemporaneamente del proprio posto nel mondo.

Cerco da dove vengo per capire dove vado.

La giovane Maren incontra un amore nuovo, condannato come lei alla fuga per via della propria natura cannibale. I due attraverseranno l’America di stato in stato, ma pur muovendoci insieme a loro in una mappa molto chiara, avremo la sensazione perenne di restare sospesi in molti non luoghi come fermate degli autobus, casette con vialetti che si assomigliano, luna park, pompe di benzina, boschi, diversi nascondigli in mezzo ai campi e un ospedale psichiatrico che con sé porta il bianco di tutte le direzioni senza via di uscita.

È tutto un attraversare senza sosta guidato dal nastro di una cassetta in un walkman che va avanti e poi ricomincia da capo. Play. Rewind. È la voce di un padre che si ritira dal proprio ruolo e allo stesso tempo lo rafforza, illuminando il cammino di Maren verso l’uscita dall’ombra dell’adolescenza, dell’appartenenza a una madre antropofaga che in senso metaforico è stata “ingerita” alla nascita dalla protagonista.

Maren è cannibale, ma vorrebbe soltanto essere normale; per liberarsi da questa condanna non scelta, però, ha bisogno di capire da dove arriva questa sua necessità di” consumare” gli altri.

Scelgo la parola consumare perché mi risuona familiare: il tempo della fuga è un tempo consumato, vissuto a un ritmo potente in cui i giorni scorrono gli uni sugli altri e la vita è percorsa a grandi passi che tuttavia tracciano il loro solco sul posto, i passi della sopravvivenza. Non c’è tempo per assaporare nulla in uno stato di emergenza che succhia l’anima dall’interno e non c’è velocità che tenga, se i mostri da cui fuggiamo ce li portiamo dentro.

Uso questa parola anche perché richiama un certo tipo di rapporti. I rapporti familiari in particolare, quelli non decisi, quelli in cui amore e guerra sono un po’ la stessa cosa perché in certe famiglie la reciprocità non solo non esiste, ma potrebbe non essere mai esistita.

Ci sono tavolate in cui il posto di uno è tolto ad un altro, è come se mancassero le sedie per tutti e non c’è spazio per l’amore, qualcuno morirà di fame se non imparerà a chiedere o ad andarsene.

Di fronte al dramma della crescita, persino mangiare gli umani diventa un gesto guardabile, anche se per fortuna impossibile da accettare.

Le immagini del sangue e delle ossa prese a morsi scompaiono ai miei occhi dietro il reale pericolo di
consumare ogni cosa. La nostra società è maestra di consumi e ladra d’amore.

Per quanto ancora continueremo a mangiarci a vicenda?

C’è un tipo di amore che costruisce, un altro che divora. Un amore in cui ci si consuma e non ci si sposta di un millimetro da sé, dalla propria necessità di sfamarsi e dall’idea folle che sia qualcun altro a doversi
sacrificare per noi.

Un amore in cui si fatica a mettersi a fuoco, a toccarsi senza uccidersi, a baciarsi senza strapparsi la pelle.

Quanti chilometri di autostrada intercorrono tra la teoria e la pratica d’amore? E quanti anni? Si può forse morire senza aver mai saputo cosa sia l’amore?

 

Diciotto anni è cavarsela da soli, imparare a dire no, prendere uno zaino e iniziare a camminare verso la verità di noi stessi.

Ventotto anni è guardare questo film da una poltrona coi braccioli troppo duri e capire che la libertà di stare in macchina dentro paesaggi sconfinati, non ha più lo stesso sapore di prima.

Adesso in quel tipo di movimento vedo un muoversi senza avanzamento che avviene attraverso luoghi-non-luoghi privi di tempo e identità, in cui lo spazio è rarefatto in una nebbia di possibilità che in nessun modo portano a delle scelte.

La fuga e il viaggio sono due cose diverse, così come lo sono la mappa e il territorio.

Mi sento chiamata così a rispondere che non bastano gli anni in più.

Diciotto- ventotto.

Oggi è il mio compleanno.

Mi risuonano le parole di de André: “è triste trovarsi adulti senza essere cresciuti” nonostante io sia alta un metro e sessantotto.

Intervallo.

Il cinema è pieno di gente che chiacchiera e fa fatica a stare ferma in una posizione. Qualcuno va a fumare una sigaretta, qualcun altro al bagno, qualcuno invece dice “che schifo, non ce la faccio a continuare”.

Inizio seconda parte.

Mi siedo e mi sento rassicurata nel sapere che manca ancora un pezzo di film, un pezzo di consapevolezza, un pezzo di tempo contenuto da una visione che va oltre lo schermo… un morso di vita.

2022-12-21T20:54:22+00:0021 Dicembre 2022|Categorie: Il diario dell'apocalisse|0 Commenti

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