Per la pace in Palestina: guardarsi “di fronte” anziché “contro”
La voce lucida di Widad Tamimi, autrice di padre palestinese e madre di origini ebree, ha trascinato il pubblico che l’ha ascoltata alla presentazione curata dal circolo di lettura della libreria Modusvivendi.
Un mémoir, un pamphlet di denuncia socio-politica, un vademecum per chi coltiva la speranza di una pace impossibile tra Israele e Palestina. Invitata dal “Festival delle letterature migranti” a Palermo, il 24 ottobre, con il suo Dal fiume al mare sfugge alla categorizzazione di un singolo genere letterario e ci offre uno sguardo multiplo, prismatico su una realtà drammaticamente complessa, abbracciando generazioni e processi storici in tempi dilatati e in luoghi distanti. Il titolo del libro fa riferimento al territorio che va dal fiume Giordano al mare Mediterraneo, perennemente conteso tra i Palestinesi e gli Ebrei, che ne rivendicano la proprietà esclusiva, privilegiando l’ethnos sul demos, condizione preliminare ad un conflitto che oggi, con la radicalizzazione religiosa da entrambe le parti, appare irrisolvibile.
Il sottotitolo, Storia della mia famiglia divisa tra due popoli, svia invece il lettore rispetto a ciò che Tamimi racconta; lei, di padre palestinese e di madre di origini ebraiche, ha vissuto il privilegio di un modello familiare del tutto inconsueto e imprevedibile, in cui le storie reciproche di esilio, fuga, spoliazione della propria identità hanno unito anziché diviso le due famiglie che, diverse per appartenenza e per status sociale, nella storia speculare di sofferenza e di distacco dai nuclei familiari di origine hanno superato le profonde differenze, grazie anche alla figura centrale e molto controversa della madre di Tamimi.
I racconti dei suoi viaggi in Palestina, a cavallo della Seconda Intifada, ci restituiscono una trama sociale di condivisione, ospitalità, empatia, un’atmosfera oggi inimmaginabile dei due popoli che si incontrano nei luoghi pubblici, nelle università, che conoscono l’uno la lingua dell’altro, e che nella reciproca conoscenza esercitano la possibilità di un mutuo rispetto. Dopo la Seconda Intifada, dal 2005, tutto è cambiato e la separazione tra i due popoli si è via via cristallizzata, condannando i Palestinesi al ruolo di vittime e di terroristi e gli Israeliani al ruolo di perenne obiettivo di eliminazione. Tamimi riflette con estrema lucidità sulla specularità dei traumi di entrambe le popolazioni: la Shoah da una parte e il 7 ottobre con il conseguente sterminio di Gaza, se non elaborati collettivamente anche nelle gravissime responsabilità storiche, producono inevitabilmente l’irrigidimento di un atteggiamento connotato dalla visione dell’altro come nemico.
Tamimi si sofferma anche sull’attuale condizione dei Palestinesi che, privi di uno Stato riconosciuto, sono condannati di fatto ad una condizione di profughi che si tramanda di generazione in generazione, non potendo peraltro rientrare nella protezione internazionale, che ne garantirebbe il ritorno in patria (ma quale patria?) e obbligando il Paese occupante al rispetto dei diritti fondamentali.
La Storia con la “s” maiuscola si mescola, nella narrazione di Tamimi, con le storie delle persone della sua famiglia e di coloro che ha incontrato ed assistito nella sua esperienza presso i centri di accoglienza a Lubiana in Slovenia; storie che, nella crudezza dei resoconti, mettono in campo i risvolti emotivi e i sentimenti che entrano in gioco: angoscia, rabbia, disperazione, ma anche dignità, responsabilità morale, fiducia, consapevolezza che anche nei peggiori criminali di guerra può intravedersi un barlume di umanità. Alla disumanizzazione dell’altro, infatti, Tamimi attribuisce un peso estremamente rilevante per il perdurare dei conflitti; dunque, ed ecco la pars construens, se si vuole evitare che nelle prossime generazioni la vendetta prevalga su ogni possibilità di pace, bisogna attivare la cultura della reciproca conoscenza, ricordare che entrambi i popoli si definiscono discendenti di Abramo e come fratelli privilegiare il guardarsi “di fronte” anziché “contro”.
Affinché la terra dal fiume al mare possa diventare “laboratorio di convivenza tra etnie e religioni diverse”, è necessario rinnovare e rafforzare il diritto internazionale, a cui Tamimi ha dedicato i suoi studi e in cui ripone grande speranza. Questo di Tamimi è un prezioso regalo per non abbandonarci alla disillusione perché, come lei ci ricorda nelle ultime pagine, “ogni libro è un’occasione di dialogo, di confronto, di crescita reciproca sia di chi scrive che di chi legge”.
Widad Tamimi
Dal fiume al mare, Storia della mia famiglia divisa tra due popoli, Feltrinelli 2026
