Una targa non basta. Che cosa resta del Centro di Letizia Battaglia?
Qualche giorno fa, scorrendo sui social le immagini di una mostra dedicata al mercato del Capo, ospitata al Centro Internazionale di Fotografia “Letizia Battaglia” ai Cantieri Culturali della Zisa, una fotografia mi ha fermata.
Una pubblicazione dal titolo Parrari – Siciliano-Italiano, appoggiata su un piccolo leggio, davanti a una treccia d’aglio.
Non ho nulla contro l’aglio, naturalmente. Né contro il dialetto, né contro il mercato del Capo, uno dei luoghi più vivi e complessi di Palermo. Ma quell’immagine mi ha fatto tornare in mente che cosa era stato immaginato per quel Centro. E soprattutto che cosa era diventato nei suoi primi anni.
Basta scorrerne la programmazione.
Susan Meiselas, Josef Koudelka, Graciela Iturbide, Donna Ferrato, Mary Ellen Mark, Sylvia Plachy, Catherine Opie. E poi Mimmo Jodice, Ferdinando Scianna, Uliano Lucas, Giovanni Chiaramonte, Dario Mitidieri, Francesco Zizola. Collaborazioni con Magnum Photos, mostre e progetti che mettevano Palermo in relazione con la fotografia internazionale.
Non era soltanto una successione di grandi nomi. Era un’idea.
E quell’idea nasceva da Letizia Battaglia, troppo spesso consegnata alla memoria pubblica con una definizione tanto immediata quanto riduttiva: la fotografa della mafia.
Certo, Letizia ha fotografato la violenza mafiosa, i morti, il potere, gli anni terribili di Palermo. Quelle immagini sono diventate parte della memoria civile di questo Paese.
Ma il suo sguardo era molto più largo. Ha fotografato Palermo, le sue strade e i suoi quartieri, le donne, le bambine, i corpi, la povertà, la festa, la bellezza e la disperazione. E non si è limitata a fotografare la città: l’ha attraversata politicamente e culturalmente, ha costruito esperienze, inventato luoghi, cercato continuamente occasioni nelle quali arte e impegno civile potessero incontrarsi.
Forse proprio per questo aveva voluto un Centro Internazionale di Fotografia. Non un museo dedicato a sé stessa, e neppure un mausoleo della propria opera, ma un luogo aperto agli altri.
Internazionale, appunto.
Un luogo nel quale Palermo non si contemplasse continuamente allo specchio, ma guardasse fuori e permettesse al mondo di guardare dentro di lei. Un luogo di fotografia, ricerca, formazione, confronto, capace di accogliere grandi autori e giovani fotografi, di produrre cultura e non semplicemente di ospitarla.
Oggi il Centro esiste. La targa con il nome di Letizia Battaglia è ancora lì. Si organizzano mostre e iniziative. Sarebbe quindi sbagliato dire che sia stato cancellato o abbandonato.
Ed è forse proprio questo che rende più amara la domanda:
che cosa resta di quella visione?
Davanti a quel Parrari appoggiato sul leggio, con l’aglio disposto davanti quasi a costruire una piccola scenografia della sicilianità, avverto lo scarto tra l’ambizione culturale di allora e l’immagine che oggi viene restituita di quel luogo.
Non è Parrari il problema. Non è l’aglio. E tanto meno lo è la Sicilia. Il problema è una città che rischia continuamente di raccontarsi attraverso i simboli più immediatamente riconoscibili della propria identità, mentre quel Centro era nato anche per fare esattamente il contrario: aprire Palermo al mondo e il mondo a Palermo.
Qual è oggi il progetto culturale del Centro Internazionale di Fotografia? Chi ne decide la direzione? Con quali risorse? Quali rapporti mantiene con la fotografia italiana e internazionale? Quali autori invita? Quali giovani cerca e forma? Quale ruolo gli viene assegnato nella politica culturale della città?
E soprattutto: chi fa queste domande?
Sarebbe troppo facile prendersela con i dipendenti che cercano di tenere aperto e vivo quello spazio con ciò che hanno a disposizione. Non è a loro che bisogna chiedere conto della perdita di una visione.
La responsabilità è politica.
Ed è qui che non riesco a comprendere il silenzio.
Palermo ha quaranta consiglieri comunali eletti. Possibile che nessuno veda? Possibile che nessuno chieda? Possibile che nessuno senta il bisogno di interrogare l’amministrazione sul destino di un luogo che porta il nome di Letizia Battaglia?
Essere eletti non significa soltanto sedere in Consiglio comunale, votare delibere, discutere bilanci. Significa anche guardare la città. Accorgersi di quello che perde, di quello che si impoverisce, di ciò che lentamente si spegne mentre formalmente continua a esistere.
Prima ancora di intervenire, la politica dovrebbe vedere. E poi dovrebbe parlare.
È questa immobilità che trovo insopportabile.
Palermo sembra avere una straordinaria capacità di vivere della propria memoria più lontana. L’arabo-normanno, il Liberty, i grandi monumenti: un patrimonio immenso che giustamente custodiamo e mostriamo.
Ma che cosa siamo capaci di consegnare a chi verrà dopo di noi della Palermo contemporanea?
Che cosa facciamo delle persone che hanno costruito la sua storia civile e culturale, dei luoghi che hanno inventato, delle esperienze che hanno fatto conoscere questa città fuori dai suoi confini?
Letizia Battaglia non ha bisogno di una targa.
Ha bisogno che non venga dispersa l’idea di città che stava dietro quella targa: una Palermo inquieta, curiosa, aperta, capace di confrontarsi con il mondo.
E allora sì, la provocazione viene spontanea.
Se dobbiamo conservare soltanto il nome di Letizia Battaglia sulla porta di un Centro che non ha più l’ambizione del progetto per il quale era nato, tanto varrebbe togliere quella targa.
Sarebbe almeno più sincero.
Perché la memoria non consiste nel dare il nome di una persona a un luogo.
Consiste nel non lasciare morire ciò che quella persona aveva immaginato.

