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TRUMP, DA INESPERTA DI GEOPOLITICA 

Ormai sono rimasti in pochi a lanciarsi in analisi geopolitiche per dimostrare che Trump non è diverso da altri presidenti USA, ma solo meno ipocrita nella sua politica di potenza. La maggior parte dei commentatori è passata alle analisi psichiatriche. 

Faccio qui le mie considerazioni, del tutto non scientifiche.

A Davos, the Donald ha scelto la parte di chi non vuol fare a male a nessuno (diciamo così, ha usato la vaselina): la Groenlandia, che nel suo discorso ha confuso per quattro volte con l’Islanda, non la prenderà con le armi né con i dazi fino a due giorni prima minacciati a chi si oppone alla sua annessione, ma con le trattative commerciali che sono la soluzione preferita per lui, abituato alla logica imprenditoriale. 

Secondo questa stessa logica, ha presentato il Board che si occuperà di Gaza, dove costruirà i grattacieli ipermoderni presentati in un rendering, eliminando qualsiasi segno identitario preesistente (non è certo il caso di conservare memoria di un passato da pezzenti); non prendendo in considerazione gli obsoleti organismi internazionali come l’ONU e sostituendoli con una joint venture, modello di future soluzioni per il destino del mondo. Del resto, si sa, lui non ha bisogno del diritto internazionale, è guidato dalla sua “moralità”, che ben si accorda con quella di altri membri del Board come Bin Salman, Javier Milei, Viktor Orban, Santiago Peña, presidente del Paraguay, Faisal bin Farhan Al Saud, ministro degli esteri dell’Arabia Saudita.

Da Zelensky, costretto a barcamenarsi fra i momenti alternati di buona o cattiva disposizione nei suoi confronti del presidente americano (un po’ come il miliardario di “Luci della città” con il povero Charlie Chaplin), ha incassato un intervento di critica alla poca fattività dell’Europa, in cambio di promesse di protezione e di un tavolo a tre – USA, Russia e Ucraina – per fermare la guerra.

Insomma, ha lavorato per restare nella storia e per avere finalmente quel Nobel che finora gli è stato inspiegabilmente negato dal comitato norvegese che lo assegna. Sarà perché con i nordeuropei non si trovano congeniali, né con i norvegesi né con i danesi, fra cui non è chiaro se faccia differenza, anche come collocazione geografica. 

Poi se ne è tornato a casa, dove ha altri affari da sbrigare in Minnesota, visto che non sarebbe opportuna una guerra civile in prossimità delle elezioni di midterm. E lì ha usato il pugno di ferro, o meglio di ghiaccio: irriducibili senza ICE in quello stato insubordinato, sia i neri che i bianchi, lui non è razzista e il suo esercito privato spara senza guardare il colore, tanto che ha ucciso una bianca e un bianco. 

E dire che nelle università della Ivy League era riuscito a mettere a posto le cose solo tagliando i finanziamenti alle ricerche che non gli piacevano – tutta quella fuffa woke – e facendo tornare nei loro paesi molti degli stranieri che le infestavano. E un po’ in tutti gli States era riuscito a mettere la strizza al culo a europei, arabi e altri mangiapane a tradimento nel ricco piatto americano. 

I democratici sembravano quasi silenziati, ma non i cittadini del Minnosota e quel loro governatore che Kamala Harris aveva scelto come vicepresidente, Tim Walz. Una brutta gatta da pelare, quelle centinaia di migliaia di gente in piazza a Minneapolis, mica si può risolvere mettendoli tutti in quelle gabbie dove la sua segretaria per la sicurezza Kristi Noem aveva infilato i migranti da espellere. Una dura, quella, come del resto la portavoce Karoline Leavitt, due donne con le palle. Magari non adatte per altri usi, per quelli meglio le ragazzine di Epstein, ma come ferocia niente da invidiare agli uomini. En passant, si può annotare che donne così piacciono anche a Putin, Maria Zacharova, portavoce del suo ministro degli esteri, non è da meno.

Da inesperta di geopolitica e di psichiatria, tento di interpretare la politica di Trump con i miei mezzi (associazioni mentali sparse) e la prima cosa che mi viene in mente è quella canzone che comincia “A volte sono un bastardo e a volte un buono / A volte non so neppure come io sono”, e chiude “Sono un pirata ed un signore / Più amor proprio che pudore”. Nel caso in questione, mi prendo la libertà di interpretare signore nell’accezione di padrone e sovrano, non di gentleman, come lo intendeva Julio Iglesias.

Da ex giocatrice di poker, poi, ho sperimentato sulla mia pelle di perdente come sono i giocatori incalliti, pronti al bluff e al rilancio ma anche alle ritirate quando intuiscono che dall’altra parte del tavolo il gioco è più forte. No, non è vero che “Trump always chikens out”, Trump sa quando “to chicken out” come lo sanno i giocatori veri, si ritira in attesa di condizioni favorevoli per rilanciare, fra l’altro sua vocazione più sentita perché è quella che gli assicura risonanza mediatica. 

Certo, quando si trova al tavolo con Putin, non sempre sa che pesci pigliare perché Putin un po’ gioca a poker e un po’ a scacchi. Azzarda, ma ha in mente una strategia, non punta solo a intimorire l’avversario con il bluff, ma a ottenere un vantaggio sulla scacchiera, che ha molte caselle (64) e un numero quasi infinito di combinazioni possibili. Le mosse della guerra fredda le conosce bene, l’ha vissuta nel KGB, e lui, si sa, da Stalin ha preso molto, anche se vuole vestire i panni dello Zar di tutte le Russie (basta guardare la sua casa bianca e oro per capirlo).

Mentre Trump sembra il capo della Spectre di un film di James Bond, un megalomane che vuole appropriarsi del pianeta e dettargli nuove regole. Che cos’è il Board per Gaza, se non l’esperimento di un nuovo assetto internazionale futuribile e distopico? Che cos’è la rapina della Groenlandia? Che cos’è il suo interesse per le terre rare con cui dominare il futuro tecnologico? Tutte cose mai viste, come i progetti della Spectre. Anche se hanno echi del mito western della Frontiera, terra aperta di opportunità illimitate per l’individuo forte e ambizioso, e della corsa all’oro del Klondike che ispirò a Jack London “Radiosa Aurora”, il cui protagonista riuscì ad arricchirsi più di chiunque altro sfruttando le migliori concessioni dei giacimenti auriferi. 

Ma anche il sogno dell’annessione del Canada e la rinominazione del Golfo del Messico come Golfo d’America fanno pensare a sogni di onnipotenza che stanno fra quelli di un bambino viziato e “Il Grande dittatore” con Chaplin che giocherella con il mappamondo.

Comunque, nei film di 007, dopo epiche partite al tavolo verde, il capo della Spectre non riesce a spuntarla con il vecchio James, chissà come andrà a finire fra Trump e Putin (che in questo caso sembra più nei panni che furono di Sean Connery), titolari dei due di gran lunga più grossi arsenali nucleari del mondo.  E ancora non si è aperta la partita con l’impero cinese, dalla storia millenaria ma tecnologicamente non inferiore a nessuno, tranne che nella dotazione atomica ben più esigua. Sembra che non ci sarà da annoiarsi. 

Se non fosse una bella seccatura che ogni giorno i Tg del mondo debbano aprire con l’ultima uscita di Trump, una forma di presenza che al presidente più narciso nella storia è congeniale e che gli fornisce l’adrenalina, carburante di ogni giocatore. 

Non ci si annoierà, comunque, come non ci si annoia davanti ai colpi di scena dei film distopici, anche quando di mediocre sceneggiatura. Piuttosto, visto che questo non è un film, si vive in uno stato ansioso senza tregua.

A ragione, purtroppo, perché è un pericolo cosmico avere a che fare con uno che gioca d’azzardo cambiando faccia alla politica e azzerando ogni possibilità di mediazione internazionale nata dopo la seconda guerra mondiale, proprio perché il sangue versato era fresco ovunque. Né il suo paese né il mondo sono “safe”: dipendono dagli spiriti animali del capitalismo, che Trump incarna nella loro manifestazione meno temperata, e dalla sua fortuna al tavolo, che peraltro di certo non corrisponde alla nostra di esseri umani che preferiscono le libertà democratiche a dittature e autocrazie. 

Dice Jonathan Safran Foer, intervistato su Repubblica del nove gennaio da Annalisa Cuzzocrea, “Le democrazie falliscono non solo per cattivi leader, ma per cittadini esausti che si abituano alle ferite morali. Se la gente vota solo per ritrovare comodità nulla cambia. Se vota per ristabilire dignità e responsabilità, allora forse qualcosa cambia. (…) Ciò che serve ora non è solo leadership, ma resistenza morale. La capacità di continuare a nominare ciò che accade, anche quando la ripetizione diventa pesante, anche quando l’indignazione non sembra più nuova. La democrazia non si salva con il carisma. Si salva con chi non abbandona la propria coscienza per comodità”. 

Speriamo che se ne ricordino quelli che hanno votato Trump piuttosto che Kamala Harris, quelli che lo hanno fatto per paura dell’incertezza e di un mondo in cambiamento, minaccioso delle loro identità; quelli che se ne sono fottuti delle elezioni perché convinti che Trump e Harris tanto fossero la stessa cosa, come molti studenti e docenti delle università, soprattutto di quelle “giuste” della Ivy League, e molti arabi che vivono in USA. Pensavano che le cose non potessero andare peggio che con Biden e si sbagliavano: studenti e docenti, gli stranieri minacciati di non aver rinnovato il permesso di soggiorno, chi faceva ricerche sgradite non più finanziato se ne sarà accorto, se ne sarà accorto anche chi era preoccupato dell’inflazione e ha visto che è aumentata; se ne saranno accorti in tanti come se ne sono dovuti accorgere a Minneapolis.   

Il motivo principale per votare Kamala Harris, pur non essendo suoi fan, era bloccare una canaglia priva di scrupoli molto pericolosa per il mondo. Motivi che corrispondono ai valori da contrapporgli, quelli che la Harris aveva indicato all’atto dell’accettazione della candidatura: “Freedom. Opportunity. Compassion. Dignity. Fairness”. Alcune, sacrosante, sono già nelle Costituzioni di ogni paese non totalitario, ma ce ne sono due che non erano scontate: Compassion e Fairness. Quest’ultima significa Equità, ma ha una sfumatura differente da Equity, meno giuridica e più umana, comprende un sentimento di comunanza nella stessa barca dell’umanità tutta. Bisognava votarla anche per quelle due parole. Senza Compassion e Fairness non c’è futuro su questo pianeta, forse ci si potrà trasferire su Marte con Elon Musk.

Con queste ultime parole avevo chiuso un pezzo su Mezzocielo cartaceo uscito appena dopo l’esito delle presidenziali USA del 2024, molto preoccupata del risultato. Oggi, dopo un anno dall’insediamento di Trump, le peggiori preoccupazioni che si potevano avere sono tutte confermate e amplificate. 

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2 Commenti

  1. Ora Trump conta di mettere a posto anche l’Iran e manda portaerei nel Golfo Persico, annunciando soluzioni decisive (muscolari) anche lì. Senza il bisogno della scusa di esportare la democrazia o per rispondere a un atto di guerra come fu l’attacco alle torri, ma con la minaccia esplicita di un’operazione di polizia internazionale.
    Ma ‘sta stella di sceriffo Over the World chi gliel’ha data? Gliela suggerisce evidentemente la sua “moralità”, che, come si sa, per lui è la guida; ma forse anche il vecchio pragmatico metodo per sviare l’attenzione da quel che sta facendo a casa sua, a Minneapolis.
    Eh, non è che tutte le manifestazioni di piazza indicano un malessere nei confronti dei governi! Ci sono quelle giuste e quelle sbagliate e per individuarle basta avere una percezione netta della legge morale sopra di sé, e lui di questa ha un sentimento indefettibile.
    Inoltre, come ha dichiarato già nella campagna elettorale che lo ha portato alla presidenza, ha grande sensibilità alla condizione femminile, tanto che allora proclamò “Proteggerò le donne, che a loro piaccia o meno” (si riferiva al divieto d’aborto che intendeva imporre).
    Poco importa che questo suonasse come una messa sotto tutela delle americane come fossero tutte minorenni non in grado di decidere da sé e che le donne iraniane chiedano invece di non stare sotto tutela, la cosa fondamentale è che le donne vanno protette (acchiapparle in quei posti coperti dalle mutande, come sua abitudine dichiarata, è un’altra faccenda, indice di mascolinità doc, non di maschilismo).
    Comunque, aspettiamoci, oltre all’ICE per le Olimpiadi invernali, un pezzo di flotta USA nel Mediterraneo. Quando c’è di mezzo il Golfo persico, siamo sulla strada, Sigonella e dintorni servono.

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