Teatro come teatro.
Al teatro Biondo Palermo “Lungo viaggio verso la notte”Eugene O’Neill – regia di Gabriele Lavia

Esplicito, voluto. Specie se si sceglie di riparlare di Eugene O Neill. E le ragioni, quando regista e attore è Gabriele Lavia, inducono a più di una riflessione. Nelle sue note di regia ricorda quanto “le vite degli uomini sono fatte di tenerezza e violenza, di amore e disprezzo, comprensione e rigetto, di famiglia e della sua rovina.” E questo potrebbe indurci a credere che il nucleo famiglia e in questo caso il suo maggiore responsabile, il padre James Tyrone, siano al centro di questa sua odierna esperienza teatrale dove ogni particolare di scena, ogni cadenza e essenzialità di ciascun interprete, è alta, naturalissima eppure controllata, ogni effetto assolutamente previsto è anche esso controllato. Pure il dubbio viene se vogliamo ricordare come, dal suo primo sorgere, il nucleo famiglia, sia stato destinato a costituirsi responsabile di malesseri singoli e collettivi e come, nel voler rappresentarsi forza, sia fatalmente divenuto oggetto e causa di perdite e condizionamenti, non solo di libertà, ma di desideri puri e semplici. Va certamente ricordato che, scritto dieci anni prima la sua morte avvenuta a soli 63 anni, nel 1953 “Lungo viaggio verso la notte” rappresentata postuma e gratificata dal premio Pulitzer (nel 1936, un biennio dopo che a Luigi Pirandello, era stato conferito a Eugene O Neill anche il premio Nobel per la letteratura), abbia contenuto palesemente autobiografico. Il capo famiglia è un attore come era stato suo padre, sottoposto all’alcool un figlio, esattamente come lui, destinato al sanatorio l’altro figlio e anch’egli richiama un suo dramma, sottoposta a oppiacei la moglie, esattamente come lo fu inguaribilmente la stessa madre del drammaturgo statunitense. In quanto all’avarizia del capo famiglia di Tyrone marito e padre, siamo di fronte a una vera malattia che penalizza ogni membro della famiglia sino a centellinare il consumo della luce. Saremmo portati a leggerla piuttosto come un sintomo virale che non permette all’amore e alla ricerca l’uno dell’altro, che intanto si avverte, di un concepibile sbocco consolatorio.
Sulla scena, disordine, confusione, sciatteria, attorno ad essa grandi, allegoriche inferriate a ricordare la prigione della famiglia, la loro impossibilità a farsi definitivamente fuori da quella brutta casa con vetrata chiusa contro una inevitabile e lamentosa nebbia. Il contatto, il dialogo cercati e volutamente forieri di aggressività e dolore, l’io da ciascuno auto considerato con esaltazione o con vergogna, hanno non solo l’autorità di palcoscenico di Gabriele Lavia ma la disinvoltura e la pregevole capacità di segnare il personaggio di Jacopo Venturiero e Ian Gualdani, come appare sciolta e consapevole la presenza di Cathleen, domestica di una famiglia “prigioniera” incapace di spegnerle il sorriso.

Ultima citazione e non a caso tale, va dedicata a Mary moglie madre e donna soprattutto, cui tocca il primo posto nella narrazione che vuole farsi e fa a noi Eugene O Neill, come personaggio chiave non solo di una vicenda familiare ma di un ruolo la cui bellezza vorrebbe preservare da delusioni e da dolori, da prove e da artifizi. A Federica Di Martino, protagonista, ricca di ogni sfaccettatura, vera e riconoscibile, in definitiva, elegante e armoniosa, persino in una non del tutto prevista ultima scena), un grande speciale applauso. Quello che questo difficile lavoro dell’interessante programma del Teatro Biondo sino a domenica prossima avrà dal suo pubblico.

