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Ricordati di ricordare

Egle Palazzolo

Ricordati di ricordare, 74 pagine, piccolo formato, fa parte dei “Pizzini della nomafia” pubblicati da Di Girolamo editore ed è firmato da Umberto Santino e Andrea Cozzo.

Il titolo, che riprende quello del noto saggio di Henry Miller, è divenuto nel tempo una frase ricorrente, un’esortazione non casuale. E non è casuale, infatti, riavere questo piccolo libro fra le mani proprio nei giorni in cui la cronaca ci consegna la notizia del suicidio di Denise Cosco, figlia di Lea Garofalo, la coraggiosa testimone di giustizia barbaramente uccisa dalla ’ndrangheta per volontà del suo stesso compagno.

Abbiamo certamente un nome in più da aggiungere. Anche di Denise dovremmo mantenere vivo il ricordo e, insieme, vigile la coscienza.

In questa sorta di dittico, come lo definisce l’editore, nella prima parte una composizione lirica di Umberto Santino rievoca le numerose vittime della lotta al sistema mafioso; nella seconda Andrea Cozzo, attraverso una lettura che attraversa epoche e luoghi diversi, allarga lo sguardo all’impegno, alla forza e al sacrificio delle donne contro ogni forma di “violenza e di sopraffazione”.

Vi sono tanti nomi di donne di ogni tempo, persino del mito, fino alle barbarie più attuali che riguardano il mondo femminile. Donne che spesso diventano vittime due volte, perché inghiottite dall’equivoco o dal silenzio. Troppe vite, spesso giovani, rimaste fuori da ogni attenzione e difesa.

Come Denise, forse, che a dieci anni teneva la mano di sua madre e la guardava mentre, con la forza della sua accusa in tribunale, affrontava il mondo. Una bambina che ha poi tentato di ricomporre, dopo una tragedia di sangue e di famiglia, la propria vita futura.

Aggiungiamolo, allora, il nome di Denise al tragico elenco che questo libro, attraverso alcune storie esemplari di una e di tante, ci invita a ricordare.

Denise è caduta insieme alla madre Lea, forse già da allora. E a 35 anni, proprio quanti ne aveva sua madre quando fu uccisa, non regge più e si lancia nel vuoto.

Un suicidio, il suo? O piuttosto un omicidio a scadenza, perpetrato da chi sa vivere di brutalità e sopraffazione? Una morte alimentata nel tempo da contraddizioni, inganni, debolezze, speranze e persino dai disguidi e dagli scollamenti di chi aveva il dovere di non trascurare nulla?

Se ci ricordiamo di ricordare, allora facciamolo perché ciò che può ancora essere fatto non resti soltanto pagina, memoria, elenco — fatalmente incompleto — di tanti nomi. Perché le tragedie di tante e di tanti possano trasformarsi in un bisogno concreto e operativo di ostacolare, combattere davvero, interrompere questa lunga, ricorrente Sagra nera.

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