Quando la scena si fa cronaca. Al Teatro Massimo di Palermo Aleko/Pagliacci.

A carte dichiarate il femminicidio è di scena. Con tutta la crudeltà di una cronaca che non cessa di essere tale, con immagini precise, con palesi richiami. Si apre quindi con una sorta di aperto dialogo, col vivido segno che il teatro è vita, la stagione dell’anno al Teatro Massimo di Palermo. Ed è con due testi distanti come autori e contesti l’opera prescelta:” Aleko Pagliacci”, rispettivamente musicate una da Rachmaninov e l’altra da Leoncavallo.
Pochi dubbi. Le due protagoniste Samfira e Nedda vengono uccise, massacrate dall’inarrestabile furia dell’uomo incapace di accettare il loro imminente abbandono. Ma due donne diverse tra loro come diversi i due uomini che compiono con ferocia il medesimo delitto. Perché delitto è il femminicidio che ha come vittima la donna, la femmina, (non abbiamo il caso inverso che faccia numero, il maschicidio, e non è difficile identificarne la ragione) che si riprende la libertà di non essere più compagna di un uomo dal cui controllo e dal cui possesso egli non ammette che possa o debba sfuggire. Ma ogni delitto, e del resto ogni caso, ogni evento, ha alle spalle una sua storia, una sua collocazione. E se accostare le due vittime come con mano sicura e preciso disegno, fa la regista, Silvia Paoli raggiunge efficacia teatrale, al di là del rosso sangue che disegna i vestiti delle due donne, e il loro, in qualche modo, rimanere vive e vaganti, la differenza rimane. E ‘il diniego alla umana libertà di scegliere, di rompere una regola prestabilita, di “peccare”, se così è giudizio spesso non innocente di chi se ne ritiene fuori, avvicina ma non sovrappone due donne nate e vissute in contesti e educazioni diverse seppur in definitiva vittime entrambi di un uomo che del loro amore, potrebbe semmai privarsi per sua decisione ma non per la loro. E se dietro la vicenda di Aleko, un giovane russo che, tra gli zingari, (e non a caso è una vicenda tratta dall’omonimo testo di Puskin) cerca spazi di vita autentici, verità di natura e di respiro, fuori dai lacci di una non propizia libertà, della quale l’incanto con Zemfira si farà dono, ben diversamente, Canio a capo di una compagnia di pagliacci, mortificato dalla finzione e di essa capace di irridere, conta nella verità della sua passione per Nedda, moglie e compagna di lavoro. Per il primo, la giovane donna che rinnegherà il loro passato pronta a un nuovo amore, è offuscamento di ogni ragione, fine di un credo, di una speranza, per l’altro è, “non solo l’amore infranto, il duol che gli avvelena il cor, piuttosto l’onta” da cancellare col sangue. È il delitto d’onore acquattato in una tipologia sociale dove la cancellazione di una norma che lo affrancava da pena, probabilmente sussiste. Ed è infatti da un pesante fatto di cronaca, appreso da bambino, che Leoncavallo, egli stesso accattivante librettista, ne fece opera musicalmente assai fortunata e intramontabile.
E infatti si avvia a riscuotere attenzione e successo una scelta, in apertura di stagione, non facile per struttura e frequenza di un accostamento, certamente possibile ma non consueto. Perfettamente a suo agio l’ottimo, direttore Francesco Lanzillotta, che ha a sue attive prove di grande e particolare interesse musicale, assai apprezzabile il coro diretto da Salvatore Punturo, compatto e univoco con le sue significanti candele in Aleko e nei Pagliacci, e il corpo di ballo che ha offerto una pregevole, non rituale performance. Un meritato consenso (siamo qui alle citazioni riferite al primo cast) a Carolina Lopez Moreno che da vita con intelligenza scenica e tonalità interpretativa sia a Zemfira quanto a Nedda. Sempre nel cast di apertura, due volte, per ruoli assai diversi invece, assai apprezzato Elchin Azizov.

