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“Qualsiasi cosa succederà, sarò contenta” Tiziana Martorana e il coraggio di Mezzocielo

Giovanna Murena *

La Facoltà di Lettere dell’Università di Palermo ospita un corso di scrittura coordinato da Maria Laura Crescimanno, giornalista e docente a contratto del Dipartimento di Scienze umanistiche di Unipa. Nel corso degli incontri con gli studenti si è affrontato il tema della tecnica dell’intervista, invitando un’ospite alla lezione. La chiacchierata con Tiziana Martorana, direttrice responsabile della rivista Mezzocielo, è stata preceduta dalla presentazione dell’ultimo numero della rivista, edita dall’Associazione Mezzocielo, che ne cura oggi il progetto culturale e editoriale attraverso il lavoro condiviso del direttivo. Occasione per ricostruirne la storia e approfondire i temi proposti. Dallo scambio con i partecipanti è nata l’intervista realizzata da uno degli studenti presenti alla lezione.

Non tutte le storie iniziano con un’idea. Alcune iniziano con una necessità. Mezzocielo nasce così, dall’urgenza di tre donne — Letizia Battaglia, Simona Mafai e Rosanna Pirajno — di dare voce a ciò che il giornalismo tradizionale faticava a raccontare. Il femminismo, la violenza, la guerra, la poesia. Tutto ciò che non stava nei margini dei grandi giornali, qui trovava la prima pagina. A raccontarla oggi è Tiziana Martorana, giornalista e direttrice. Le sue parole sono sincere e dirette, capaci di restituire insieme: l’amore per un progetto e il peso di tenerlo in vita. Con la passione di chi sa che certe battaglie non finiscono mai.  Di quella storia originaria si è fatta erede senza esserne prigioniera: non c’è nostalgia nelle sue parole, ma continuità e la consapevolezza che raccontare non è mai un atto estraneo, ma sempre una scelta. Ciò che resta, dopo averla ascoltata, non è solo la storia di un giornale. È la testimonianza di chi ha scelto la libertà — quella vera, difficile, indipendente — e in quella libertà ha trovato il senso del proprio lavoro.

Considerando la varietà dei temi, Mezzocielo è alla ricerca di un unico fil rouge? 

“L’idea di fondo è trovare un filo che colleghi temi diversi attraverso un approccio comune: l’analisi sistematica dei fenomeni, dalla geopolitica alla musica.

Come sottolinea Marco Betta, sovrintendente del Teatro Massimo di Palermo, la convivenza tra persone diverse funziona come un’orchestra: così come musicisti con strumenti e voci differenti riescono a creare armonia suonando insieme, anche la società può trasformare la diversità in una risorsa.

Non è uniformità, ma convivenza delle differenze.”

Dalla precarietà della carta stampata, qual è il riscontro della generazione Z?

“Nonostante la precarietà della diffusione del giornale cartaceo, la generazione Z è molto attenta alle varie tematiche affrontate dalla testata: dal femminismo, alla violenza, alla guerra. 

In questo modo non vi è alcuno spazio per il pregiudizio dell’incomunicabilità tra generazioni.”

L’eredità di Letizia Battaglia e la sua visione della fotografia continuano a vivere all’interno della rivista?

“Le immagini hanno sempre accompagnato e potenziato la comunicazione scritta e parlata. In ambito giornalistico, come ha evidenziato e reso fondamentale Letizia Battaglia, la selezione delle fotografie rappresenta, ancora oggi, un momento cruciale nella costruzione di un articolo. Lo stesso principio vale per il mondo televisivo: nei telegiornali, infatti, il servizio si apre quasi sempre con riprese o filmati capaci di catturare immediatamente l’attenzione dello spettatore, preparando il terreno all’intervento del giornalista”.

Ha mai vissuto un momento in cui si è trovata a dover scegliere tra la verità e l’opportunità giornalistica?

“In verità no, al contrario, ho accolto la necessità di raccontare la verità, quella ricerca instancabile e quell’impegno che le tre fondatrici hanno incarnato fin dall’inizio. Un impegno possibile, tra l’altro, proprio perché non c’è un editore, né qualcuno che comanda o controlla.

Si tratta di un gruppo di donne che vivono nella libertà indipendente del racconto.

Al contrario, invece, di un’altra verità, forse più crudele, quella che spesso si nasconde dietro ai giornali di partito e di fazione.”

Come si è trasformata, nel tempo, la paura che provava all’inizio della sua direzione?

“È diventata Riconoscenza. Qualsiasi cosa succederà, sarò contenta. Oggi sono felice. Quando accettai la direzione del giornale, dovetti prima chiedere il permesso al direttore nazionale della Rai. Fu un momento particolare, il vecchio direttore stava andando in pensione e proprio in quei giorni il suo successore scese in Sicilia per incontrare le varie testate. Raccolsi tutto il coraggio che avevo e gli chiesi di poter dirigere Mezzocielo, viste le severe clausole previste dai contratti Rai. Lui accettò immediatamente. Forse era destino.”

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