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Parco Uditore. I cancelli restano aperti, le domande anche

«Scegliamo ancora una volta di fidarci delle Istituzioni».

Sono le parole con cui la Cooperativa Sociale Parco Uditore annuncia la riapertura del parco, dopo giorni di proteste, preoccupazioni e cancelli chiusi.

Ancora una volta.

È in queste tre parole che sembra racchiudersi il significato di una vicenda che va ben oltre la gestione di uno spazio verde pubblico.

Dopo un incontro con i responsabili della cooperativa, il dirigente generale del Dipartimento delle Finanze e del Credito della Regione Siciliana, Silvio Cuffaro, in rappresentanza del presidente Schifani, ha escluso, secondo quanto riferito dalla cooperativa, l’ipotesi di affidare il parco alla SAS e ha rassicurato sull’imminente predisposizione degli atti necessari a garantire la continuità dell’attuale gestione.

Una buona notizia, certamente. Ma le rassicurazioni, per quanto importanti, non sono ancora atti amministrativi.

E soprattutto non cancellano le domande che questa vicenda solleva.

Perché una cooperativa sociale che per quattordici anni si è presa cura di uno spazio verde, trasformandolo in un luogo di incontro, partecipazione e vita collettiva, ha dovuto arrivare a chiuderne i cancelli per essere ascoltata? E perché le istituzioni, che tanto spesso invocano la partecipazione dei cittadini, faticano poi a riconoscerne concretamente il valore? 

Per comprendere cosa sta accadendo al parco Uditore bisogna tornare indietro. Alla storia di quell’area, alla mobilitazione che ne ha cambiato il destino e, inevitabilmente, alla memoria di Palermo.

Una città che ha visto scomparire sotto il cemento giardini, ville, agrumeti e intere porzioni del proprio paesaggio. Una città che porta ancora le ferite del sacco edilizio, quando gli interessi della speculazione, sostenuti da complicità politiche, amministrative e mafiose, prevalsero sulla tutela del territorio e sull’interesse collettivo.

Fondo Uditore è uno dei frammenti di verde sopravvissuti a quella stagione.

Ma non tutti ricordano che su quell’area era prevista la realizzazione di un centro direzionale della Regione Siciliana. Il Piano regolatore la destinava a uffici e sedi direzionali sovracomunali.

Nel 2010 un gruppo di cittadini decise che quel luogo meritava un destino diverso. Nacque un comitato civico, furono raccolte migliaia di firme, venne elaborata una proposta per trasformare Fondo Uditore in un parco urbano.

Nel 2011 la Regione avvia gli interventi di bonifica e sistemazione dell’area. Il 15 ottobre 2012 il parco aprì finalmente alla città.

Non era soltanto l’inaugurazione di uno spazio verde.

Era una conquista civile.

In una Palermo dove troppo spesso ci si abitua all’incuria, all’abbandono, alla progressiva sottrazione degli spazi pubblici, qualcuno aveva dimostrato che le cose potevano cambiare.

Non aspettando passivamente che fossero altri a intervenire, ma assumendosi una responsabilità collettiva.

Negli anni Parco Uditore è diventato un luogo nel quale bambini, anziani, famiglie e giovani possono incontrarsi, passeggiare, partecipare ad attività culturali, sportive e ambientali. Uno spazio dove stare insieme non significa necessariamente consumare o spendere.

Un bene comune, nel significato più autentico dell’espressione.

Nel 2014 nasce la Cooperativa Sociale Parco Uditore, evoluzione dell’esperienza civica che aveva promosso l’iniziativa. Nel 2017 viene avviato un rapporto di partenariato con la Regione Siciliana, proprietaria dell’area.

Ma la sostenibilità economica del progetto rimane un problema.

Secondo quanto denunciato dalla cooperativa, alcuni immobili che avrebbero dovuto essere messi a disposizione per sviluppare attività capaci di contribuire ai costi di gestione non sono stati consegnati come previsto.

Una questione rimasta irrisolta negli anni, nonostante le richieste e gli impegni assunti.

Sono arrivati contributi regionali, ma non una soluzione strutturale che consentisse alla cooperativa di programmare il proprio futuro.

Il 30 aprile scorso il presidente Schifani aveva assicurato pubblicamente il sostegno alla cooperativa, nel rispetto della convenzione esistente.

Sei mesi dopo, il 26 ottobre, i cancelli del parco si sono chiusi.

Una decisione dolorosa, assunta dalla cooperativa per denunciare l’impossibilità di continuare a sostenere i costi di gestione senza le risorse necessarie.

La risposta della Regione è arrivata rapidamente.

Il presidente Schifani ha annunciato un’interlocuzione con la SAS, società partecipata regionale, per mettere a disposizione personale che consentisse la riapertura del parco, in attesa di un affidamento definitivo.

Una soluzione che sembrava considerare il problema esclusivamente dal punto di vista della gestione materiale dello spazio.

Come se un parco fosse soltanto un prato da tagliare, qualche albero da potare, un cancello da aprire e chiudere.

Come se quattordici anni di lavoro, di relazioni, di partecipazione potessero essere archiviati con un provvedimento amministrativo.

Fortunatamente, l’incontro del 27 ottobre ha aperto una prospettiva diversa. La Regione ha riconosciuto, secondo quanto riferito dalla cooperativa, il valore dell’esperienza maturata e ha escluso il coinvolgimento della SAS.

La cooperativa ha scelto di fidarsi e di riaprire il parco.

Ma resta una domanda.

Perché è stato necessario arrivare alla chiusura per ottenere un confronto capace di riconoscere ciò che era sotto gli occhi di tutti?

E soprattutto, perché non si è riusciti prima a garantire la continuità di un’esperienza che la stessa Regione aveva dichiarato di voler sostenere?

Non si tratta di difendere acriticamente una cooperativa o di sostenere che debba gestire per sempre un bene pubblico.

Si tratta di riconoscere il valore di un progetto che ha costruito nel tempo relazioni, responsabilità e appartenenza. E di chiedere alle istituzioni di rispettare gli impegni assunti.

C’è una contraddizione che questa vicenda rende evidente.

Da anni ascoltiamo discorsi sulla partecipazione, sulla cittadinanza attiva, sulla necessità che i cittadini si prendano cura dei beni comuni.

Parole che riempiono programmi politici, convegni, dichiarazioni istituzionali.

Ma che cosa accade quando quella partecipazione diventa realtà? Quando i cittadini non si limitano a chiedere, ma costruiscono, organizzano, si assumono responsabilità?

Che cosa accade quando, dopo anni di impegno, chiedono alle istituzioni di garantire le condizioni necessarie per continuare?

Viene il dubbio che la partecipazione sia apprezzata finché supplisce alle carenze della politica, ma diventi meno gradita quando rivendica autonomia e riconoscimento.

E poi c’è un’altra questione che non possiamo ignorare.

La storia urbanistica di Fondo Uditore ci ricorda che la destinazione di un territorio non è mai una scelta neutrale.

Quel parco esiste anche perché alcuni cittadini hanno immaginato per quell’area un futuro diverso da quello previsto.

Oggi non abbiamo elementi per sostenere che qualcuno voglia riprendere il vecchio progetto del centro direzionale o immaginare nuove operazioni edilizie.

Ma proprio la memoria del sacco di Palermo ci impone di non abbassare la guardia.

Qual è oggi la destinazione urbanistica dell’area? Quali garanzie ne tutelano nel tempo la funzione pubblica? Quali progetti ha la Regione per il futuro di Fondo Uditore?

Non sono sospetti da alimentare, ma domande legittime.

Perché Palermo conosce il prezzo della perdita del proprio patrimonio urbano. E dovrebbe avere imparato che i beni comuni si difendono prima di perderli, non quando è ormai troppo tardi.

C’è poi una preoccupazione che riguarda il nostro futuro e che rende ancora più incomprensibile la fragilità con cui vengono trattati questi spazi.

Abbiamo appena attraversato un’altra estate segnata da temperature difficili da sopportare. E mentre ci interroghiamo su come affrontare un caldo sempre più intenso, dovremmo considerare che le estati che oggi ci sembrano eccezionali potrebbero essere ricordate, tra qualche decennio, come relativamente fresche.

Non è un’immagine rassicurante, ma è la prospettiva con la quale dobbiamo imparare a confrontarci.

E allora come possiamo permetterci di considerare il verde urbano un problema secondario?

A Palermo, dove il cemento ha occupato tanto spazio e le superfici impermeabili contribuiscono ad amplificare il calore, ogni area verde rappresenta una risorsa preziosa. Gli alberi, l’ombra, il terreno permeabile non sono elementi decorativi del paesaggio urbano. Sono parte delle condizioni che rendono una città abitabile.

E lo saranno sempre di più.

La difesa di Parco Uditore non riguarda dunque soltanto la memoria di una conquista civile, ma la responsabilità che abbiamo verso chi abiterà Palermo nei prossimi decenni.

Perché oggi difendere uno spazio verde significa anche difendere il diritto delle generazioni future a vivere in una città nella quale sia ancora possibile respirare, incontrarsi, trovare riparo dal caldo.

Non possiamo continuare a preoccuparci del cambiamento climatico e, nello stesso tempo, considerare sacrificabili proprio i luoghi che possono aiutarci ad affrontarlo.

La riapertura di Parco Uditore è dunque una buona notizia, ma non può essere considerata la conclusione della vicenda.

Occorrono impegni scritti, risorse certe, una soluzione alla questione degli immobili e una prospettiva capace di garantire stabilità a un’esperienza che appartiene ormai alla storia civile della città.

E occorre qualcosa di più difficile da ottenere: una diversa idea del rapporto tra istituzioni e cittadini.

Perché amministrare una città non significa soltanto gestirne i servizi. Significa riconoscerne le energie, custodirne la memoria, sostenere quelle esperienze che costruiscono comunità.

Palermo ha già perduto troppo.

Fotografia Alessandro Di Giugno – Città rossa, Dalla torre, Palermo 2025

Ha perduto giardini, paesaggi, spazi pubblici. Ha visto sacrificare troppo spesso il proprio patrimonio all’interesse di pochi. E continua a perdere occasioni per diventare una città più giusta, più vivibile, più capace di riconoscere il valore di chi se ne prende cura.

Parco Uditore ci racconta che un’altra Palermo è possibile.

Che esistono cittadini capaci di immaginare e costruire ciò che la politica, da sola, non riesce a realizzare.

Sarebbe doloroso se proprio le istituzioni finissero per disperdere questa esperienza.

Oggi i cancelli sono tornati ad aprirsi. È una notizia che ci conforta.

Ma non vorremmo che, superata l’emergenza, tutto tornasse come prima, in attesa della prossima crisi, delle prossime promesse, della prossima protesta.

Perché una città non dovrebbe essere costretta a rischiare di perdere ciò che ha di più prezioso per ricordarsi quanto vale.

E soprattutto perché la cura di un bene comune non può dipendere, ogni volta, dalla buona volontà di chi lo difende e dalla disponibilità occasionale di chi dovrebbe garantirne il futuro.

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