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Palermo e il libro di Beatrice Monroy “La verità è moneta perdente” 

Sull’articolo di Vanessa Ambrosecchio nella rivista Mezzocielo di giugno 2025 

Leggo ciò che si scrive su Palermo e sulle vicende drammatiche che non smettono di torturare questa città. Sì, una tortura, carnefici e vittime che si inseguono, si dilaniano, si abbracciano, urlano, cantano, sprofondano.  Non smettono veramente mai, come affezionati a un copione che, anche se non piace, sembra insostituibile. Si dice volentieri: Palermo è così, anche quando si potrebbe dire un’altra cosa, o non dire niente. 

Ho letto il libro di Beatrice Monroy “La verità è moneta perdente” di cui cito subito dei frammenti contenuti nella premessa “La cultura mafiosa che ha devastato i nostri destini ci vuole fallite, mediocri, per soggiacere a chi ci ha imprigionate… La bomba ha creato un trauma e un lutto di cui non si è parlato, se non per far agire la paura. I corpi esplosi ci hanno fatto diventare altre per sempre… Noi abbiamo il compito di tradire questo sistema di potere, non bisogna arrendersi allo status quo che sembra inamovibile”. Andando avanti ho trovato coinvolgente il ritmo del racconto, la propria vita in intensi frammenti emozionali lanciata come una pietra nella storia di distruzione e di morte che Palermo ha vissuto dagli anni Sessanta fino alle stragi del ‘92. Poi hanno taciuto le armi ma si è inabissata anche la ricerca della verità su chi ha voluto il massacro dello Stato italiano, istituzionale e sociale.   

Nel libro di B.M. c’è dentro quella generazione giovane negli anni Settanta che ha provato, come ovunque, a far cambiare direzione a un sistema ormai incanalato sui binari del capitalismo prima industriale e poi finanziario, che già si sapeva come sarebbe andata a finire.

Su Mezzocielo 1/2025 Vanessa Ambrosecchio intitola un suo intervento sul libro prendendo spunto da un passaggio “Io, poi, sono solo una di Noi. Noi chi? Quelli scesi per le strade… Noi, i nessuno. Noi, i senza nome. Noi che abbiamo mollato la presa. Che poi, invece, ci siamo incaponiti, qui per sempre o per destino, tentando di essere normali in un luogo che ci spinge a non esserlo”. V.A. definisce il libro una rilettura poetica che B.M. adotta anche per consentire al lettore di rintracciare le medesime frequenze tra le vibrazioni della memoria: in ogni momento c’è un Noi e un Loro e Palermo è un luogo di guerra, un obiettivo è mantenere vivo il senso dello scandalo, anche quando si cammina da soli. È uno scandalo camminare su marciapiedi puzzolenti e dissestati, calare la testa a soprusi di ogni genere, cedere all’illegalità banale che governa ogni condominio. Chi ha passato i 70 anni, se ha lavorato e fatto famiglia, si è adattato e ha contribuito in modo più o meno convinto alle cose come stanno. A Palermo, come ovunque, uomini e donne di quella generazione sono diventati anche amministratori delle istituzioni, gestori di aziende pubbliche e private, responsabili dello sviluppo materiale e morale, o del contrario. 

Si può dire che qui, a causa di una minore mobilità sociale, la “casta” che ha occupato questi ruoli ha maggiormente compreso persone appartenenti al ceto medio/alto di origine; altri sono diventati professionisti e tanti altri dipendenti dello Stato e degli enti pubblici. Ma tantissimi invece non hanno avuto alcuna possibilità, oppure hanno vissuto precariamente o di espedienti. La Palermo “popolare” ancora oggi continua a essere in buona parte misera, che è peggio di povera.

Ambrosecchio aveva venti anni al tempo delle stragi e scrive che si è aspettato anche troppo che qualcosa cambiasse veramente, almeno per chi negli ultimi trent’anni si è adoperato con impegno e rigore! Accogliendo l’Alt di B. M.  sostiene che bisogna chiedersi una volta e per tutte perché qui tutto cambia per non cambiare mai abbastanza e, soprattutto, trovare le risposte alle responsabilità di Noi!

In un commento colto su un social, un lettore definisce il libro intimo ed elitario, sentito, elegiaco. Trovo anche questi termini appropriati e utili alla discussione, egli si chiede anche se la ricerca della scrittrice sia quella di provare a giustificare i propri errori, cercare di dare un senso al fallimento.  Un’operazione comunque necessaria. “Vivere tra le rovine, vivere tra lo sfacelo, vedere i morti ammazzati, crescere nella violenza e nella sistematica distruzione del bello produce uno sbandamento. Ti devi adattare, non c’è via d’uscita.”  È vero, ma forse attualizzare il dolore nelle sue molteplici forme aiuterebbe a costruire un nuovo percorso collettivo, parlare pubblicamente di cosa significa adattarsi. 

Rosalba Bellomare, sempre su Mezzocielo, interviene sul dolore e sul disagio sociale a Palermo intitolando “Emerge un’ansia nuova: riconoscersi in qualcosa di pulito”. Lei che ha fatto esperienza politica, amministrativa e culturale ora dice: “Sono passati oltre trent’anni di storia seppelliti dagli stessi protagonisti perché, come scriveva Giuliana Saladino, il dolore non passa mai liscio, ma scava, esaspera, incattivisce, stanca”. 

È la tristezza di non essere ben amministrati forse da mai. Molti desiderano una città più pulita e solidale ma invece rivedono incuria e abbandono, ignoranza e protervia. La violenza giovanile indica quanta mano d’opera a basso prezzo è pronta per il mercato criminale e quindi quanta miseria è, appunto, presente in città.

Io continuo a vedere condizioni umane che ho conosciuto a metà degli anni Settanta appena arrivata a Palermo e che ho poi sempre osservato, anche per il mio lavoro al Comune durato quarant’anni. 

Mi faccio delle domande, che una popolazione ritenga di farsi rappresentare da un personale politico di discutibile formazione ha varie spiegazioni, ma come possa il governo della Repubblica permettere che una grande città, la quinta, da sempre non abbia asili, scuole sufficienti, centri sociali, trasporti dignitosi e un servizio di nettezza urbana degno di questo nome per me non ne ha nessuna! A chi giova questo atroce e squallido mercato del sottosviluppo anche dopo gli inverosimili prezzi pagati in termini di vite umane? A Loro risponderebbe Beatrice, ma può bastare?  Fa bene Rosalba a citare ancora Giuliana Saladino “Palermo è cambiata e noi con lei. Ha fatto molti passi avanti la coscienza anti mafiosa e molti passi indietro la speranza di venire a capo del fenomeno”. Può essere così, forse non si arriverà mai a pareggiare il salatissimo conto che questa società ha pagato alla criminalità politico-mafiosa. Ma sono tanti i punti d’incontro che ancora si possono creare, la generazione dopo la nostra e tutte le altre vivono e sognano una città vivibile e uno Stato democratico in grado di rimuovere i malfattori dai posti di comando. Amministrare non è un privilegio, è un lavoro preciso e ben remunerato; chi lo svolge deve farlo con grande responsabilità nei confronti della comunità e trattare pubblicamente i limiti e le reali possibilità di realizzare un programma annunciato. Costruire futuro realizzando la Costituzione, sennò è solo una presa in giro. Palermo lo vuole?

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