Niscemi e la Sicilia interna. La frana come metafora

LACRIME DI GENNAIO
In questi giorni d’inverno, densi di ombre, tra le tante crisi di questo tempo, la Sicilia sta vivendo l’ennesimo dei suoi drammi. Dentro un’isola in cui la luce sembra trionfare, solo le ombre insegnano, solo le ombre spiegano. Ce lo hanno detto tanti dei nostri maestri, di cui oggi più che mai sentiamo la mancanza.
Niscemi è una delle tante città siciliane nell’interno aspro, verdissimo in inverno, esausto di sole d’estate (ci vuole intelligenza per amare la Sicilia gialla, diceva Sciascia, a proposito di maestri). È sospesa tra gli altipiani, le propaggini dei monti e la piana di Gela. Sospesa, purtroppo. Poco più di due settimane fa (intorno a metà gennaio le prime allerte), un antico e ciclopico movimento sotterraneo ha ripreso ad avanzare: il 25 gennaio, poi, tutto inizia a sprofondare, nasce un fronte che oggi ha raggiunto i 4 chilometri, creando uno sprofondo di quasi 100 metri, un abisso che inghiotte tutto, che trita, che sconvolge vite, anime, storie. La terra che si mangia l’uomo, e le sue opere. E, attenzione, non stiamo parlando di qualche quartiere di case abusive ma di una zona che è parte integrante della storia della cittadina, vicinissima al centro storico.
Il territorio, come anticipato, non è nuovo a questi fenomeni e, se si possono rintracciare cronache di movimenti franosi anche nel Settecento, la più recente fase critica risale al 1997, e porta fino ad oggi. L’area è soggetta ad una forte instabilità dovuta al comportamento delle piastre di arenaria che galleggiano, quando sono sature, sugli strati sottostanti di marne e argille: una condizione abbastanza diffusa negli altopiani della Sicilia centrale. Dunque niente di nuovo. Ma è anche vero che fenomeni di tali dimensioni sono oggettivamente rari, molto rari.
Si poteva prevedere, si poteva evitare? Secondo alcune tesi, sì, era possibile intervenire magari con drenaggi profondi, con alleggerimento dei carichi, e i fondi pare fossero disponibili, compresi quelli del PNRR. Secondo altre ipotesi, una frana di tale ampiezza e soprattutto volume ha la stessa potenza intrinseca di un terremoto e quindi si possono solo prevenire gli effetti più catastrofici, ma non impedire che avvenga.
È probabile che l’attività di studio e di indagine geologica, nei prossimi giorni e settimane, ci darà ulteriori elementi di giudizio, facendo luce su ciò che si è fatto, su ciò che si poteva eventualmente fare, su ciò che si dovrà fare.
C’è poi la questione degli effetti della crisi climatica. Le reti di rilevazione ufficiali ci dicono che, in verità, le piogge legate al passaggio della depressione afro-mediterranea denominata Harry, tra il 19 e il 21 gennaio, nell’area di Niscemi non sono state catastrofiche come in altre zone anche vicine dell’entroterra (senza considerare i valori davvero estremi nella costa jonica). Ci sono stati sicuramente accumuli molto maggiori della media trentennale di riferimento, ma non tali da poter innescare processi di queste dimensioni. Ciò premesso, però, va sottolineato che in ogni caso la crisi climatica da decenni sta destabilizzando gli equilibri degli ecosistemi e del sottosuolo, e noi non vogliamo accorgercene: basti pensare a come le rocce possono reagire (male) al susseguirsi di estati con settimane e settimane sopra i 37 gradi, con punte sempre più frequenti sopra i 40, e stagioni invernali magari a lungo siccitose ma poi capaci in pochi giorni di restituire gli accumuli di mesi interi (proprio come in questo gennaio).
I processi di contrazione e dilatazione dei suoli sono ormai spinti al parossismo, e la coesione interna ai diversi strati è sempre più messa a dura prova. Inoltre, la protezione data dalla vegetazione va diminuendo drammaticamente, complici anche gli incendi, e il terreno nudo diventa sterile, oltre che pericoloso.
LE CITTÀ DEL MONDO
Se queste sono le considerazioni da fare sugli aspetti geologici e climatici, restano pure altri nodi di fondo sui quali riflettere, al riparo dalle polemiche, dalla propaganda e dalla voce greve dei social.
Innanzitutto, è fondamentale guardare al contesto, che è quello delle aree interne che – ce lo hanno detto l’anno scorso con documenti ufficiali – devono essere accompagnate dolcemente al declino, in assenza di qualsiasi prospettiva di invertire la tendenza allo spopolamento, all’impoverimento, alla desertificazione sociale ed economica prima che climatica. Ormai pare che quelle che in realtà sono scelte e precisi indirizzi politici per il futuro siano diventati orizzonti del destino, ineliminabili: la burocrazia dei decisori che incamera il fatalismo della cultura delle aree sulle quali decide.
Così stando le cose, anche un evento così macroscopico ed epocale, diventa in fondo marginale, parte di una pagina di storia da chiudere definitivamente. Sì certo, bisognerà pur fare qualcosa, ma in fondo tutte quelle vite, quelle vicende, quegli affetti, generazioni su generazioni, sono comunque destinate a scomparire in pochi decenni, così va il mondo. La cosa terribile è che questo evento possa essere semplicemente un acceleratore di processi più che avanzati.
Nelle mie montagne e colline del Sud, da anni vanno via intere famiglie, le loro case messe in vendita, i profumi delle stanze che lentamente perdono intensità e calore. Nessuno più risponde dalle finestre ai richiami della speranza, del domani, non c’è più speranza e non c’è più un domani.
Ma anche questo sprofondo demografico, come quello del fronte che frana, non è un fatto che accade all’improvviso, e quando era un rivolo e non una piena violenta, nessuno ha voluto fare argine. Eppure poi le cose, è il caso di dirlo, precipitano.
Le scelte che stiamo subendo, purtroppo, sono queste e prima le vediamo in tutta la loro portata e meglio è: al più, i nostri altipiani vanno bene per scelte predatorie o figlie di logiche di occupazione del territorio, sicuramente nessuno ci aiuterà a ripristinare gli agroecosistemi, rivalutare i paesaggi, consentire uno sviluppo meno violento e cieco, contrastare la perdita di fertilità dei terreni. Questo dobbiamo saperlo.
Le nostre generazioni hanno alle spalle sacrifici immani, vite vendute alla fatica, alla brutalità dello sfruttamento più bieco, nei campi come nelle illusorie centrali di sviluppo industriale, e come nel sottosuolo (ci siamo di nuovo) ricco di minerali. Questi sacrifici avevano uno scopo, rispondevano alla necessità di restituire finalmente ai figli ciò che era stato sottratto da sempre ai padri. Io credo nessuno possa avere il diritto di dimenticare che questo è stato.
Questa resistenza, vecchia e nuova, non può però essere declinata solo in senso di attualità politica, o che so io.
Chi pensa e scrive di cose siciliane, chi è comunque erede o ancora partecipe dei tanti laboratori culturali dell’isola, lo sa, deve saperlo che le donne e gli uomini della Sicilia interna sono destinati ad un esilio di massa. No, non è giusto che si debba ancora scappare, sempre scappare, che tante voci si perdano, perché nessuno le ascolta. La tremenda frana di Niscemi è, se vogliamo, l’ennesima trincea, stavolta anche fisica, di chi, abitando una periferia del mondo, si trova ogni giorno a dover resistere: alla propria marginalità, alla lontananza, al silenzio degli uomini, perché dopo i clamori mediatici, sappiamo che il silenzio regnerà di nuovo. E se c’è silenzio e nessuno ascolta, è facile subire nuove scelte sbagliate, nuovi soprusi, nuove colonizzazioni, nuovi insabbiamenti.
Resta certo che chi sta guardando le mura sospese sull’orrido, nel vuoto, le case senza più fondamenta, i volti disperati, capisce bene, finalmente, che in una piccola città lontana dalla visione a una dimensione della Sicilia tutta sole e mare, lì c’è una nuova e antica frontiera della nostra civiltà da difendere, da proteggere, contro una visione selettiva di quali territori (e popoli) meritano o no di sopravvivere, di sperare, di gioire.
Biografia
Luca Alerci è nato e vive ad Enna. Collabora con riviste cartacee e online (Limina,
Nazione indiana, Left, Lucialibri, Scorci). Ha partecipato alla raccolta Ancora guerre
(Istituto Poligrafico Europeo, 2022) e ha di recente pubblicato Viaggio nell’appennino
siciliano (Tarka, 2025). Pubblica articoli e approfondimenti di meteorologia e
climatologia su alcune testate siciliane, cartacee e online.
È docente di scienze e di sostegno presso la scuola pubblica.

