Mitridate Eupatore al Teatro Massimo di Palermo
A trecento anni dalla morte di Alessandro Scarlatti -era nato a Palermo nel maggio del 1660- il Teatro Massimo ha celebrato il compositore, da sempre consacrato fra i massimi esponenti della musica barocca e del primo Settecento, con una scelta rispondente e rigorosa:” Mitridate Eupatore”, opera, la cui storia, ricordata con opportuni riferimenti e indicazioni nel libro di sala, è stata ridisegnata a misura di un ascolto non riservato nello specifico a un musicologo esperto, in ogni caso messo in conto, ma a quella di un pubblico di intelligente attenzione e curiosità.
Meno di tre ore -erano cinque in versione originale- che hanno restituito l’armonia del canto e la voluta ripetitività del fraseggio dove gorgheggi e particolarità interpretative, hanno saputo raggiungere la positività di un giusto amalgama. Diretto in encomiabile misura e lungimiranza da Giulio Prandi,- fondatore dal 2003 dell’ Orchestra Ghisleri e del Coro per un rinnovato gusto nei confronti del repertorio settecentesco- il “Mitridate”, che conclude la sua programmazione sabato 12, si avvale di un testo rielaborato da Girolamo Frigimelica nel quale una tonalità poetica lascia spazio, una ad una alla forza delle parole e intatta a sua volta la tragedia familiare e politica, l’efferatezza e l’orgoglio, l’amore sacrificato, l’insidia, la menzogna e inesorabile l’eccidio degli uni e degli altri. Come è noto il testo ha chiari prodromi nelle tragedie greche, echi di Elettra, di Agamennone, di Oreste, o anche in classici più recenti. Passato e presente si ritrovano sotto nomi diversi, il contesto teatrale cerca spazi più ridotti e sintesi probabilmente più avanzate me dietro alla tragedia dei monarchi, cioè dei potenti la violenza narrata non si ferma all’interno delle proprie mura, ma si allarga ai popoli, intesi come personali conquiste da perpetrare con estreme falsità e crudeltà ad ogni costo.
Mitridate è stato al centro -ma né eroe né martire alla fine- di una tragedia senza tempo che è stato un bel momento nel panorama lirico che seguiamo, per indubbio merito di Cecilia Ligorio, regista giovane e assai, brava, nota per i suoi molteplici interessi musicali ed artistici e qui infatti responsabile anche della “drammaturgia” insieme a Paolo V. Montanari.
Grande impegno si richiedeva, per il difficile, ormai desueto canto agli interpreti , specialisti nel genere ed un grande applauso va a ad Arianna Vendittelli (Laodice) apprezzata sin dal suo debutto a Salisburgo sotto la direzione di Riccardo Muti, e che è stata la presenza costante sulla scena e Carmela Remigio ( Stratonica) che annota nel suo curriculum il Premio Abbiati dell’associazione critici musicali italiani , non solo voce ma anche dominante presenza scenica. Sotto mentite spoglie, come era si era soliti al tempo, Martina Licari (Nicodemo) che si è specializzata a Palermo con il Coro delle voci bianche del teatro Biondo e del Conservatorio e che nel repertorio del teatro barocco si è sperimentata. Tra le voci maschili, la più organica più convincente quella del cattivo re, il Farnace, che Renato Dolcini rende con la fierezza e la bravura che lo hanno fato conoscere e apprezzare nei grandi teatri del mondo. Mitridate è Tim Mead definito come “uno dei tenori più autorevoli della scena internazionale” ha avuto certamente in apertura del secondo atto, il suo momento più felice. Se lungo è l’elenco di chi rende viva un’opera, e fatalmente non si completa, seppure luci e costumi e collaborazioni a diverso titolo, abbiano volti e nomi, un applauso all’intera orchestra che tra cembalo, clavicembalo, violoncello e tiorbe è stata particolarmente impegnata e al direttore del coro Salvatore Punturo che il nostro pubblico ha imparato a conoscere.

