- 

Le leonesse di Vergine Maria: quando la memoria diventa coraggio

Egle Palazzolo

Le leonesse di Vergine Maria” di Vanessa Ambrosecchio, edito da Mesogea nel dicembre dello scorso anno, ha percorso, e sta facendolo ancora, numerose tappe di chiaro successo e non soltanto a Palermo dove, peraltro, si è riproposto con un fitto calendario. Ultima data è mercoledì 22 luglio, in conversazione con Bice Agnello e Martino Lo Cascio, alla enoteca letteraria Prospero di via Marche.

Ma eccomi con l’autrice, intanto, per un paio di domande o meglio di considerazioni che mi tentano, a proposito di quanto il ruggito delle leonesse vada oltre la stessa loro storia. Intendo, quella di una borgata coi limiti, le necessità e magari anche i sacrifici non dovuti cui è costretta. E se questa storia abbia segnato una vittoria duratura, abbia abbassato, e fin quanto, il peso di un destino di silenzio e di rassegnazione, particolarmente “siciliano”? Sto chiedendoti, e non mi rivolgo solo all’insegnante, che sa stare insieme ai giovanissimi alunni e fra la gente e sa coglierne sentimenti e potenzialità, ma soprattutto alla scrittrice che non ha rinunciato a narrare di loro, del dolore che le ha piegate insieme ai propri cari sulle bare di quattro bambini, al coraggio dell’opposizione, della azione portata avanti da fiere protagoniste. Nel senso che siamo adesso in grado di verificare se in questo lembo della tua e della mia terra, si è riusciti a girare pagina; a svegliare chi ha doveri e responsabilità, chi dovrebbe sapere come si vive in una borgata che non è solo quella di Vergine Maria e non limitarsi a contare soltanto i voti racimolati nelle specifiche occasioni?

È una domanda esiziale, la tua: va dritta al cuore del problema e lo trafigge. Se siamo riusciti a voltare pagina, chiedi. La nostra Isola, ritratta non a torto come terra generalmente prona alla rapina e alla conquista perpetrate da potenze straniere e potentati locali, ha anche registrato nella sua lunga storia atti di ribellione, reazioni coraggiose allo statu quo. È stata non una volta laboratorio di innovazione sociale e politica: pensiamo ai Fasci siciliani, all’occupazione delle terre in nome della riforma agraria, all’impegno di Danilo Dolci che siciliano non era, ma qui trovò un seguito che altrove non avrebbe trovato, e allo straordinario fermento della società civile dopo il ‘92 contro lo strapotere mafioso, per la costruzione di una cultura e una didattica della legalità. È in questo filone di storia parallela della Sicilia che ho inteso incastonare la lotta delle Leonesse di Vergine Maria: una battaglia spontanea dal basso, che espresse con cieca determinazione e consapevole assunzione di rischio una disubbidienza civile nei confronti di una politica malata, di un sistema di potere anti/parastatale fondato sulla connivenza, la minaccia, la ritorsione, l’abuso. Una storia parallela, ho detto. Perché l’altra, quella più nota, è stata ed è segnata dalla dominante della corruzione, del clientelismo, dell’illiceità, dell’incompetenza al potere. Dunque, no, non abbiamo voltato pagina: ne abbiamo appena sollevato l’angolo, e già per far questo sono occorsi decenni di lacrime e sangue. Forze contrarie, da ricercare non solo tra le cosche mafiose o nella politica collusa, ma dentro ciascuno di noi, in quella subcultura in cui affondiamo un poco ogni giorno quando tolleriamo il marciapiedi impraticabile, il puzzo di immondizia all’angolo di ogni strada o la mancetta al parcheggiatore di turno, spingono perché quell’angolo appena sollevato ricada. C’è tanta fatica ancora da fare, fuori e dentro di noi.

Torno a questo tuo ultimo libro, alla tua scrittura forte e lineare, senza imbrigliature, che fa di 157 pagine il suo doppio: ti sei trovata in misura diversa rispetto ad altre volte? la vicenda che hai voluto riprendere e racchiudere ci può fare pensare alla necessità di farsi leonesse da sole o programmando coi leoni a fianco la difesa o il progresso di una foresta che è spazio di vita? I piccoli protetti, il cibo assicurato, il riparo, la crescita, la legittima sicurezza? E solo perché la guerra scuote il mondo, perché tra anonimi e potenti la divaricazione si allarga inesorabile, perché l’ingiustizia diventa il più spesso una spada di fronte a uno scudo che viene a mancare, che mi chiedo e ti chiedo: è assai più di un episodio quello di Vergine Maria? Che ti dicono ora le donne e gli uomini di quella borgata?

È la storia di un microcosmo, che però ci impartisce una lezione imprescindibile oggi, a vari livelli e latitudini: reagire si può anche quando sembra impossibile; si può sperare in qualche margine di successo soltanto se si fa comunità, se si è uniti e compatti negli obiettivi e negli strumenti di lotta; la reazione al sopruso deve essere strutturata, non episodica, tempestiva e durevole. Ci vogliono, insomma, dei requisiti che mancano al nostro tempo: in primis, sapere uscire fuori da sé, dall’angusta dimensione in cui ci ha trincerato la religione del consumo, del vantaggio personale e del piacere autoreferenziale. Siamo, spesso anche dentro le famiglie, una somma di solitudini, e così è un gioco da ragazzi asfaltarci tutti. A Vergine Maria continuano oggi a lottare contro la mala politica che vorrebbe realizzare in uno spazio confiscato alla mafia, originariamente destinato ad area pubblica, un ampliamento del Cimitero dei Rotoli. Irriducibili come allora, le leonesse e i loro eredi si battono per la salvaguardia e la riqualificazione del loro territorio: sono un esempio di amore e dedizione al territorio che difficilmente si registra a Palermo. Nel ricostruire e raccontare questa storia mi sono soprattutto misurata con la loro capacità di fare gruppo, di mettere da parte interessi particolari e puntare al bene comune, una capacità irrinunciabile nella Palermo degli anni Sessanta o del ’92 come a Kiev o a Gaza oggi, per ambire alla sopravvivenza. Dopo il trauma delle Stragi di trentaquattro anni fa, qui a Palermo siamo invece, anniversario dopo anniversario, tornati ad assopirci. Oggi brancoliamo per la città come strafatti di Fentanil, la droga degli zombie: sembriamo non vedere e non sentire l’imbarbarimento che avanza, il disagio crescente delle periferie culturali, gli scontri tra vecchie e nuove forme di criminalità, il futuro rubato, una voragine esistenziale prima che economica, che i giovani devono pur riempire in qualche modo per non farla finita prima dei trent’anni. Uno stato di narcosi collettiva che non fa onore agli intellettuali, ai giornalisti, ai magistrati che ci hanno preceduto e di cui ci diciamo immeritatamente epigoni. Sentimenti e riflessioni questi che hanno determinato il registro narrativo del libro, soprattutto l’opzione della seconda persona singolare, che parla tanto a me quanto al lettore per prenderlo per il bavero e dirgli: guarda cosa hai fatto e cosa non hai fatto di questa città, di questo mondo! Ti decidi ad aprire gli occhi? Ad avere un guizzo di dignità? A riprendere in mano il tuo presente e il futuro dei tuoi figli?

Condividi questo articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *