Le convenienze e inconvenienze teatrali al Teatro Massimo

Egle Palazzolo
Richiede un’attenzione a largo raggio, capace di dosare attrattive e soluzioni sceniche, di porre in disciplinato risalto le risorse musicali che fanno capo allo stesso compositore in altri suoi spartiti, in qualche maniera di ricreare un testo che trova fortunate radici in autori (Goldoni, Sografi) più o meno noti del tempo e confezionare un’edizione di chiaro respiro teatrale, come si pone, in questa settimana, Le convenienze e inconvenienze teatrali, ventesima opera di Gaetano Donizetti, che per la prima volta fu rappresentata al Teatro Nuovo di Napoli nel 1827 e che torna al Teatro Massimo oltre cinquant’anni dopo.
Chiaro e immediato il successo. E non a caso va detto subito che parte essenziale del risultato è merito di una regia e scenografia che Moshe Leiser (in squadra con Patrice Caurier) ha reso a pieno ritmo, con licenze di costumi e colori, di oggetti e invenzioni che, insieme ai personaggi, costituiscono il difficile cammino del “teatro” quando si tira su il sipario. E di ciò che è conveniente o tale non è nulla sa il pubblico, ma tutto coloro che, dal primo all’ultimo impegnato, sono due volte protagonisti.
E in questo allestimento sono: l’attesissimo Nicola Alaimo (Premio Abbiati 2016), che riempie e domina il palcoscenico con una rilevanza fisica e una poliedrica voce basso-baritonale, rendendo instancabilmente con ironica disinvoltura il ruolo di Mamma Agata; il soprano Desirée Rancatore, palermitana doc, sempre capace di regalare al suo pubblico, qui e nei più noti palcoscenici, non solo italiani, l’efficacia di una voce che ha dato vita a numerose eroine della scena lirica con generosità e impegno crescenti.
Ma altri otto i lodevoli personaggi in scena: Giuseppe Toia, anch’esso palermitano e da noi applaudito ne Il barbiere di Siviglia lo scorso anno; Agostino Cavalca, Christophe Forey, Bryan Sala, Joshma Sanders, Matteo Mollica, Massimiliano Danta, Salvatore Salvaggio, Blagoyj Nacoski e Caterina Di Tonno, assai divertente come Luigia, ragazzetta smaniosa di calcare le scene, che poi ha persino emozionato nel canto sommesso e vibrante di “Te voglio bene assaje”, la notissima canzone napoletana la cui musica è attribuita proprio a Donizetti, ancor più godibile, ci è parso, fuori da orchestra.
Intanto sempre assai lodevole il coro, diretto dal maestro Salvatore Punturo.
Innegabile rimane il prezioso apporto del direttore d’orchestra, il greco George Petrou, di grande e meritata fama, al quale si devono originali stacchi e inserti che fanno dell’edizione attuale, di un insolito magma operistico, un’occasione assai apprezzata.
Non più farsa, da quando divenuta opera in due atti, è stata definita dramma giocoso. Un ossimoro, tutto considerato. E non guasta.
A conti fatti, studiosi e competenti hanno ritrovato occasione per dirci tutto su questo momento creativo di Donizetti, che ha un suo posto in un panorama musicale attrattivo e vario, spesso riflesso della vita intensa dell’uomo-artista che ne subisce appieno luci e ombre.
Per quanto riguarda quest’opera, il compositore bergamasco, si sa, puntò e volle lavorare su testi che lo attrassero per gusto e contenuto e, dopo le prime versioni, volle librettista il suo amico e poeta Domenico Gilardoni.
E ancora il binomio si apprezza e lascia ravvisare, tra musica e parole, in diversi passaggi, il suo tono ora impetuoso, ora elegiaco. Si dà libertà, nel corpo dell’opera, all’inserimento di un “parlato” dialettale (se ne sono avuti in veneziano, in napoletano e altri), che fa spettacolo e che da noi è stato, come ovvio, quello del tutto palermitano, con quanto fatalmente comporta in ogni sua pressante caratteristica.
Ma è stato giustamente ricordato che, nella stagione 1825/26, Donizetti soggiornò a Palermo, nominato direttore e compositore di nuove opere al Teatro Carolino, dove debuttò la sua opera Alahor di Granada, la cui sinfonia è ouverture della applaudita odierna versione di Le convenienze e inconvenienze teatrali, in cartellone al Teatro Massimo sino a domenica 3 maggio.

