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La sfida dei due Baggio, raccontata da Davide Enia 

Egle Palazzolo

Giovedì 25 giugno. Siamo all’inizio della terza edizione del Festival Legalità e disobbedienza, promosso dal Borgo Danilo Dolci di Trappeto. Allo Spazio Franco dei Cantieri Culturali alla Zisa, diretto da Giuseppe Provinzano, Orbite, nuova sezione del Mercurio Festival dedicata alle collaborazioni con altre realtà culturali del territorio, ospita Roberto Baggio di Davide Enia, in collaborazione con il Festival Palpitare di Nessi. È qui che prende avvio la sua intensa narrazione.

Un’ora, o qualche minuto in più, ed è Davide Enia che, con tutta la sua tenace bravura, ce li rappresenta, calati ieri e oggi in una realtà, in una visione di essa da cui è difficile, anche a provarci, prendere la fuga.

Il suo monologo, meglio, la sua narrazione, si ispira a Roberto Baggio e al suo doppio. L’uno, beniamino degli stadi; l’altro, nelle corsie dell’estrema sofferenza delle zone di guerra, in Afghanistan in particolare.

Lo sforzo, la fatica, l’impegno, la passione del Roberto seguito dalle folle, col fiato sospeso per un campionato vinto per un soffio, o dell’altro, altrettanto sottilmente segnato da un soffio naufragato, divenuto per il grande campione un irremovibile macigno, rivivono nella febbrile memoria di Davide Enia, attore e autore.

Ha voluto, non a caso, accorpare e riportare vivido il sofferto e mai tralasciato percorso di chi, senza fama risonante, ha il suo stesso nome e il suo stesso cognome.

Ci vien detto che i due si incontreranno e forse riusciranno a scambiarsi risultati, esperienze. O possiamo soltanto immaginarlo.

Il nostro attore, in pausa solo per qualche sorso d’acqua, racconta, muove con gesti misurati le braccia e le mani, si ferma e ci lascia cogliere il nesso fra i due Baggio, e non solo fra loro.

Ed è la sfida. La sfida, palese o quatta, che la vita inesorabilmente ci invia; quella che avvertiamo: Roberto davanti a un pallone che, per miracolosa traiettoria, trova l’angolo giusto della rete; l’altro davanti a un bisturi controllato, inteso, adoperato per la possibile salvezza di una vita che da lui dipende.

Dal campionato senza eco di un mondo troppo spesso ignorato, trascurato, sommerso.

Due mondi: uno di applausi, l’altro di dure prove senza scampo, ma destini egualmente attraversati dal dolore, dalla sofferenza, dal rimpianto. E, in fase di bilancio, forse con eguali dubbi e uguale ansia di ricerca. Della scintilla di un altrove che stia nelle mani di Budda o di un Dio che c’è, o che ti inventi.

Stipati sulle panche di legno, seduti a terra, su cuscini o su improvvisati rialzi, eravamo in tanti. Anche a distanza assai ravvicinata si guardava Enia con in faccia un’unica luce, quella di un’angoscia visibile e accerchiante.

Silenzio e partecipazione.

Scuotevano gli episodi riportati: atrocità, brutture, amicizia, salvezza, dedizione. Voglia di farcela o di mollare.

Qualcuno si alza prima della fine? Qualcuno si dice che il sonno stava per venirgli in soccorso.

Gli applausi arrivano scroscianti per chi ci ha fatto teatro. Un buon teatro, il teatro altro, che altro non è.

Mi alzo e scopro che mi viene una domanda, che mi viene voglia di rivolgere a Enia, sperando nella sua benevola comprensione:

«C’è qualcosa, Davide, che possiamo, che posso fare, per te?»

Non è una battuta. Perché chi ci parla, quale che sia la sua veste, il suo posto, ha voglia e ragione di farlo. E chi ascolta esce, talvolta, dal suo generico ruolo di “pubblico”. E magari deve orientarsi, per poi riprendere la sua strada.

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