La colpa e l’istinto nel Pirandello di Branciaroli al teatro Biondo – Palermo
Egle Palazzolo

Lo scrisse due anni prima di chiudere la sua vita, “Non si sa come”, Luigi Pirandello. E non può escludersi che quel titolo costituisca un’indagine, un riflesso di coscienza che personalmente lo riguardi, chiuso com’era in una trappola esistenziale che tanto riuscì a farsi feconda nella sua scrittura, nella genialità di un teatro innovatore, quanto si fece dura a imprigionarlo nell’angoscia e nella solitudine. Fatta di sentimenti, di passioni condizionanti quanto ingenerose, nell’incapacità di saperle offrire o, a sua volta, di percepirle e apertamente affrontarle. Non ci viene neppure da escludere che lo stesso autore abbia compiuto, o magari solamente intuito, pensato dentro di sé, qualcosa di cui abbia voluto dimenticare o rifiutare qualsiasi appartenenza, qualcosa che non si sa, e che tuttavia è colpa, fa ombra all’onestà che alla tua vita tu stesso, o gli altri, dovrebbero riconoscere come certezza. Ed ancora una volta, a due passi da quella diversa e incompiuta opera I giganti della montagna, con cui avrebbe dovuto chiudere una trilogia, straordinario e lungimirante esempio della sua creatività, Pirandello traccia il “Non si sa come” in un contesto borghese dove ogni cosa sembra stare al suo posto prima che lui ne smonti o sovverta l’apparenza.
Il protagonista è il conte Romeo Daddi, palesemente innamorato della moglie Ginevra e molto amico di Giorgio Vanzi che, anche lui in coppia, è suo ospite assai gradito. Niente può far supporre che, per una imprevista e momentanea assenza dei due rispettivi coniugi, il padrone di casa si lasci andare a un improvviso raptus amoroso nei confronti della signora Vanzi, consumando in un istante un pesante tradimento nei confronti della propria moglie e dell’amico verso il quale nutre profondo rispetto. Come è potuto accadere? Quella donna non gli piace più di tanto, il suo gesto si consuma e si smonta immediatamente nella vacuità che entrambi accanitamente riconoscono. Ma resta compiuto, appartiene a chi lo ha commesso, a un corpo che si muove e agisce come se volontà e finalità fossero altro. Da impazzirci. Ed è infatti questo che avviene per Romeo nella magistrale, fiera e lacerante interpretazione di Franco Branciaroli, che spezza l’equazione del quadro borghese avvitato al suo perbenismo e alla sofferta difesa di esso: appare pazzo nel bisogno sempre più forte che la realtà deponga la maschera, che sia davvero “maschera nuda”.
E così sta chiaramente nelle corde del regista Paolo Valerio, duttile e intuitivo, capace di guardare ai classici con giovane sensibilità ma di inserire nel suo rapporto col teatro — che lo vede anche attore — testi di Buzzati, Eliot, Holcroft.
Con Pirandello, va detto, la prova non è mai semplice. E Valerio non la tira per le lunghe. Toglie il rigore che l’equazione pirandelliana gioca a imporre e lascia emergere il dolore. Toglie un paio di vestiti agli attori, nel senso che, con naturalezza, quasi senza volerlo, siano essi stessi a farlo; consente così alle figure femminili, Ginevra e Bice, una marcia in più: nel senso che, sia pure confusamente, si avverte come siano strumento e persino simbolo, costrette a un duro prezzo, laddove, al pari degli uomini, si muovono nell’oscuro labirinto dove poi ogni specchio si copre.
A renderle, in sapiente nevrosi e sincera afflizione, sono Valentina Violo ed Ester Galazzi che, con Alessandro Albertin ed Emanuele Fortunato, contribuiscono a una scena che non cerca insipienti novità, tranne, in buona misura, il video ideato da Alessandro Papa e i movimenti scenografici di Monica Codena.
Non è fra i testi più limpidi e compiuti dell’autore quest’ultimo suo “dramma borghese”, nel quale il “come” lo spettatore finisce col configurarselo. Cominciando proprio con il lungo “monologo della lucertola”, nel quale, nei confronti di un delitto non intenzionale e poi dalla memoria accantonato per sempre, si rivela l’effetto di un’ira estrema, di una giusta ribellione contro la stupida ed efferata violenza verso un innocente animaletto che un altro, tuo coetaneo, accanitamente consuma sotto i tuoi occhi. Aveva ucciso commettendo un gesto istintivo, spinto in definitiva da un solidale impulso, Romeo Daddi alunno delle medie. Ecco come.
E allo stesso modo, sotto il sole infocato di un pomeriggio estivo, col profumo della natura intorno, esattamente come allora, Romeo adulto lascia che una sensualità rapidamente intesa verso Ginevra — che peraltro non si sottrae — lo condanni implacabilmente nella sua coscienza quale traditore di un amico di sempre.
E anche questa volta il “come” è spiegabile: ancora una volta l’istinto ti porta ad agire di conseguenza. Il corpo che è tuo ti costringe all’azione sopravanzando la volontà. Ma resta il peso della colpa. E Pirandello, sia pure fugacemente, fa accenno a Dio, alla punizione che può venirne, a quella che l’uomo stesso misura e accetta. Il conte Romeo Daddi tiranneggia la moglie, scruta a fondo nella ricerca di colpe altrui ma si lascia rodere dai propri delitti: uno che ha dato morte a un bambino trent’anni prima e uno che dà morte a una acclarata amicizia.
Non vive più. Non se la sente. Appare pazzo perché non vuole coperture al proprio operato. E malgrado ognuno cerchi di sfuggire, in qualche modo, a una realtà soltanto sospettata, lui la grida, in extremis, senza mezzi termini, e si espone al colpo di proiettile di Giorgio Vanzi, ormai pubblicamente oltraggiato, per giungere a quella punizione che ritiene chiuda la partita.
E dice, morendo: “Ecco un gesto umano”.
Possiamo non concordare. Possiamo prenderci la libertà di confrontarci con il pensiero pirandelliano, studiarlo, persino contrastarlo. Ma resta intatta la forza straordinaria della sua scrittura, capace ancora oggi di diventare teatro vivo. E resta quella montagna dove i giganti, ieri come oggi, possono distruggere la poesia. Mentre continuiamo a immaginare che Ilse si salvi, Crotone rimane mito, voce che ancora parla a ciascuno di noi.


Gentile Palazzolo
Ho letto e riletto con emozione il Suo commento a “Non si sa come”.
Parlando della genesi di quest’opera, lei ipotizza che lo stesso autore “… Abbia compiuto, o magari solamente intuito, pensato dentro di sé, qualcosa di cui abbia voluto dimenticare o rifiutare qualsiasi appartenenza, qualcosa che non si sa, e che tuttavia è colpa…”
Trovo queste parole importanti perché penso che nell’animo umano albergano sicuramente di questi sentimenti non facili da riconoscere, che si esprimono per vie oblique: inquietudini, tristezze, nevrosi…
Mi è piaciuta anche la lettura del ruolo delle donne: “Strumento e simbolo, costrette, al pari degli uomini, a muoversi nell’oscuro labirinto dove poi ogni specchio si copre”.
Grazie signora Egle, guida sicura alla comprensione di ogni aspetto dell’opera!