Isola delle Femmine, trent’anni dalla parte della natura
Un’isola a pochi passi da Palermo, trent’anni di tutela ambientale e una bellezza che resiste alla cementificazione.
Palermo se arrivi dall’ aeroporto, ti accoglie con un’isola che pare uscita dalla penna di un abile disegnatore, con la sua sagoma dolcemente allungata sull’ azzurro e la torre diroccata in cima. Bella come non mai, ha perfino ispirato un gruppo di artiste donne che hanno tentato di riunirsi in associazione per acquistarla: tentativo al momento fallito, da cui è nato però, un percorso d’ arte che da qui ha esplorato altre isole del mondo. Per capire cosa significa vivere in un’isola e come rispettarla, lasciandola in pace. Come afferma l’artista Stefania Galegati, che dieci anni fa è rimasta folgorata dalla bellezza iconica di Isola delle Femmine, ed ha esteso in un progetto l’immaginario delle donne e delle isole, oggi raccontato nella mostra curata da Cristina Alga presso il Museo del Mare Memoria Viva di Sant’ Erasmo.
Isola delle Femmine è separata da terra da appena 500 metri di mare di basso fondale, quasi sempre agitato da correnti. Il borgo di pescatori, ancora oggi molto attivo e la lunghissima spiaggia ne hanno preso il nome e tutto l’appeal turistico che ne deriva. Va detto, però, che la leggenda delle donne prigioniere nella torre, è molto probabilmente soltanto una favola. Qui di femmine rinchiuse non ce ne furono mai, il toponimo deriva a quanto pare dal nome di un condottiero arabo, e l’isola fu avamposto di guardia antichissimo per i naviganti, come provano i resti di vasche di garum, la produzione della salsa di pesce molto ricercata in epoca romana, la torre di avvistamento di epoca spagnola, parte di un sistema costiero di autodifesa contro le invasioni dei corsari che venivano dal mare.
Ma quello che ci preme sottolineare è che, a trent’ anni dalla sua istituzione, la riserva naturale orientata di Isola delle Femmine, quindici ettari di roccia calcarea, è, una volta esplorata, un vero paradiso ambientale inaspettato, una testimonianza di come doveva essere l’ambiente costiero del palermitano prima dell’arrivo dell’uomo e della cementificazione.

Come spiega il direttore della riserva Vincenzo Di Dio – è possibile effettuare una visita guidata con il personale dell’ente gestore, la Lipu, con sede nel comune di Isola, meteo permettendo e mai nella stagione di riproduzione del gabbiano reale, che qui nidifica da marzo a giugno. Si deve arrivare sull’ isola con mezzi propri, barca o canoa, considerando che l’isola è tutta protetta, le coste molto frastagliate e non adatte alla balneazione. Sono oltre mille i visitatori che nei mesi estivi vengono a visitare l’isola e percorrono il sentiero che va verso est, lungo il percorso completamente risistemato dai giovani volontari del programma europeo Informa Giovani. Un secondo sentiero segnato invece porta più in alto, sino alla torre, aprendosi sulla falesia di nord.
Ma cosa c’ era sull’ isola, che com’è noto è di proprietà di privati, prima che la regione la includesse nella lista delle riserve naturali siciliane imponendo stringenti vincoli di protezione di zona A e B, su tutto il suo territorio? Va ricordato che qui anche i fondali marini ormai sono protetti, almeno sulla carta, dato che la costa nord che scende a picco ricca di posidonia oceanica, gorgonia rossa e specie pelagiche, rientra nella zona A dell’Area Marina Protetta di Capo Gallo e Isola delle Femmine. Gli attracchi per le barche e la balneazione, sono consentiti dai gavitelli sul lato ovest.
L’ isola ed il suo ambiente naturale erano a rischio – continua Di Dio, meta di pastorizia e di continui picnic invasivi, per non parlare di ratti, conigli, erbacce infestanti, e plastica abbandonata sulla costa. Il nostro lavoro è stato in questi anni quello di attivare le campagne di studio delle specie animali, soprattutto della colonia di gabbiano reale che qui nidifica, oltre 500 coppie che si cibano ormai di rifiuti lungo la costa e nella discarica di Bellolampo, ma che hanno scelto l’isolotto come sede di tranquilla nidificazione. Ci occupiamo inoltre di riforestare con specie vegetali autoctone, soprattutto con la palma nana, operazione andata a buon fine dopo aver eliminato la presenza dei conigli, di creare e mantenere i sentieri di visita, oltre a continuamente ripulire dai rifiuti di plastica che il mare getta su queste coste. Grazie al lavoro dei giovani volontari che durante l’anno partecipano ai nostri progetti ambientali, affrontando caldissime giornate di lavoro».
E’ davvero una spettacolare sorpresa, per gli amanti della natura protetta, percorre questi sentieri, voltarsi a guardare l’ampio panorama che spazia dallo spigolo di Capo Gallo, lungo la costa completamente cementificata, le alture di Torretta e Carini sino a monte Cofano e San Vito nelle giornate più limpide, per ritrovare più lontana la sagoma di Ustica sull’ orizzonte.
Le fotografie sono di Maria Laura Crescimanno
