Giuseppa Di Sano: una donna alle origini dell’antimafia civile

«Io sono la madre dell’infelice Sansone Emmanuela che la sera del 27 dicembre 1896 fu assassinata in via Sampolo a Palermo; ed anch’io nelle stesse circostanze di tempo e di luogo fui gravemente ferita d’arma da fuoco, rimanendo per lungo tempo in pericolo di vita ed inabilitata al lavoro.
Così comincia il verbale con la deposizione di Giuseppa Di Sano, allegato a una relazione del questore di Palermo Ermanno Sangiorgi del 20 novembre 1898. La relazione è la seconda di una lunga serie, che va dal 1898 al 1900, un documento che solo negli ultimi anni è stato riscoperto e pubblicato. Le relazioni contengono una descrizione della mafia che è in pieno contrasto con l’idea di mafia che si aveva in quegli anni: la mafia come mentalità, modo d’essere, modello comportamentale condiviso da tutti i siciliani che non riconoscevano lo Stato e si facevano giustizia da sé; c’erano semmai piccoli gruppi, le cosche, non uniti tra loro; c’erano le piccole mafie, ma non c’era la Mafia.
Sangiorgi nella prima relazione, parla di «una vasta associazione di malfattori, organizzati in settori, divisi in gruppi, ogni gruppo è regolato da un capo [..] e a questa compagnia di malviventi è preposto un capo supremo». I gruppi erano otto: Piana dei Colli, Acquasanta, Falde, Malaspina, Uditore, Passo di Rigano, Perpignano, Olivuzza. Corrispondono, in buona parte, ai mandamenti attuali di Cosa nostra.
C’è l’organizzazione e c’è un sistema di rapporti: «i caporioni della mafia stanno sotto la salvaguardia di Senatori, Deputati ed altri influenti personaggi che li proteggono e li difendono per essere poi, alla lor volta, da essi protetti e difesi» E ci sono mafiosi in contrasto tra loro, ci sono “pentiti”, ci sono quelli che oggi definiremmo “testimoni di giustizia”.
Tra questi c’è lei, una donna, Giuseppa Di Sano. Giuseppa è una commerciante. Gestisce con il marito, Salvatore Sansone, una sorta di supermercatino del tempo: insieme merceria, pasteria, bettola. Negozio e luogo di ritrovo, per bere o per giocare a carte. Tiene a precisare che fornisce vino alle Guardie di finanza e alla stazione dei Carabinieri. Vivono con i figli, Emanuela di 18 anni, Salvatore di 14, Giuseppe di 12, in un retrobottega separato dal negozio con un tramezzo. La strada è via Sampolo, erroneamente trascritto S. Polo, che richiamerebbe il San Paolo veneziano; in realtà la via era intitolata a Pietro Sampolo, giurista e avvocato, assassinato il 28 maggio 1861, delitto rimasto impunito. La via Sampolo era in un quartiere che nell’atlante mafioso faceva parte del gruppo Falde, per la vicinanza con il Monte Pellegrino. I mafiosi, tra le altre attività, coniavano biglietti e monete falsi, con cui ripetutamente avevano tentano di pagare la merce, ma Giuseppa se ne accorge e non accetta le monete. Il “laboratorio” viene scoperto, vengono effettuati alcuni arresti e i falsari pensano che a indicare il luogo sia stata Giuseppa. Cominciano gli insulti e diminuiscono i clienti. Una cliente la definisce “donna di 22 soldi”, cioè una spia. Ma non basta e i mafiosi organizzano il delitto: fanno un buco nel muro di fronte e da lì sparano. Feriscono gravemente Giuseppa, colpiscono a morte Emanuela che è accorsa per soccorrere la madre.
I mafiosi ritenevano di avere chiuso la bocca ai Sansone, ma avviene quello che non si aspettavano. Giuseppa, che sospettava chi fosse il responsabile lo denuncia, dicendo che la mattina del giorno del delitto, si era presentato Vincenzo D’Alba, un mafioso notorio, accompagnato da un giovane, con la scusa di dover comprare qualcosa, ma in effetti per controllare che il foro nel muro fosse nella posizione giusta. Successivamente alle denunce e all’arresto del D’Alba ritornano le minacce e subisce un secondo attentato, ma Giuseppa non desiste e ricordandosi il nome del giovane che era con D’Alba quella mattina lo denuncia. Alla fine ottiene la condanna di Vincenzo D’Alba. Ha ottenuto giustizia, ma a caro prezzo: il negozio è disertato, ci vanno solo gli «onesti, che non sentono l’influenza della mafia». E, a conclusione del verbale, le sue parole sono amare, ma sono tutt’altro che una dichiarazione di resa: «[…] sicché al danno sofferto, in conseguenza del disastro che mi colpì, e per cui dovetti sostenere ingenti spese, ed alla piaga insanabile che mi produsse nel cuore la disgraziata morte della diciottenne mia figliuola, si aggiunse il danno economico prodottomi dalle persecuzioni della mafia, che non mi perdona una colpa che io mai commisi».
Il Centro Impastato – No mafia Memorial, la Biblioteca delle donne, il Museo sociale di Danisinni, hanno ricordato Emanuela Sansone e Giuseppa Di Sano il 27 dicembre, al No mafia Memorial, nel 129mo anniversario del delitto, presentando un libro a loro dedicato, in cui vengono ricordate anche altre donne di quel tempo, testimoni di giustizia.

