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Geografia letteraria delle montagne siciliane 

Le montagne siciliane non sono soltanto natura. Sono pagine di romanzi, storie di uomini e donne, memoria civile e culturale.C’è una Sicilia che raramente trova spazio nel racconto contemporaneo: quella dell’entroterra, dei borghi, delle Madonie, degli Erei e dei Nebrodi, come scrive Luca Alerci. Una Sicilia che scrittori come Giuseppe Antonio Borgese, Nino Savarese, Michele Anzalone, Antonio Maddeo e Maria Messina hanno saputo raccontare con uno sguardo profondo e spesso controcorrente.

Per tracciare una geografia letteraria della Sicilia di montagna bisogna guardare a tutta quell’area centrale dell’isola che dai Monti Erei risale fino alla dorsale appenninica siciliana di cui, del resto, gli Erei settentrionali sono naturale contrafforte. 

È un’area che, nonostante le mille trasformazioni dei secoli, mantiene ancora oggi una propria continuità culturale se è vero che per secoli, dal Regno normanno alla fine del Cinquecento, questo territorio era compreso nella circoscrizione amministrativa del Vallo di Castrogiovanni, nome medievale, appunto, dell’antica (e odierna) città di Enna. 

fotografia di Luca Alerci – Polizzi Generosa

Giuseppe Antonio Borgese  

Polizza Generosa si trova alla base dei grandi colossi delle alte Madonie ed era il territorio più occidentale del Vallo di Castrogiovanni. È arroccata e fiera sul paesaggio e, una volta attraversati gli archi solenni del suo antico acquedotto, da Polizzi si arriva velocemente, ansa dopo ansa, sotto lo straordinario anfiteatro della Quacella, il grande versante concavo) che al tramonto corona di rosa l’orizzonte di montagna. E da lì si raggiunge il valico di Portella Colla da cui si diparte l’anello di Piano Cervi, uno dei più suggestivi e anche noti sentieri delle Madonie. 

Giuseppe Antonio Borgese nacque nel 1882 proprio a Polizzi Generosa. Borgese è stato uno dei maggiori critici della prima metà del Novecento con un percorso, diremmo, di impegno politico e civile. È stato naturalmente lo scrittore di Rubè (Milano,1921), il romanzo disperato della storia italiana a cavallo della prima guerra mondiale, uno dei libri che per tante generazioni di siciliani è stato un romanzo di formazione letteraria e civile, anche grazie al ruolo che Sciascia gli assegna nella tassonomia della letteratura isolana che ha tracciato nelle sue mirabili pagine di saggistica letteraria. Rubè è, infatti, uno dei romanzi cardine nel passaggio verso una narrativa italiana sempre più consapevole del proprio ruolo sul far del Novecento.  

Ma tentiamo di andare oltre Rubè. Sappiamo che negli anni più bui del regime fascista, e fino al termine della seconda guerra mondiale, Borgese visse in esilio volontario in America dove si trovava, da accademico illustre, proprio nel momento in cui fu chiesto ai docenti universitari il giuramento di fedeltà al fascismo che naturalmente non sottoscrisse. Borgese, ci dice Sciascia in Cruciverba, è stato tra le altre cose l’autore di testi fondamentali per la comprensione del resistibile trionfo del fascismo in Italia, su tutti Golia, la marcia del fascismo, scritto in inglese nel 1937; nonostante fosse scritto da uno dei più importanti intellettuali che resistette al regime quando molti altri ne furono affascinati, è stato spesso dimenticato dalla nostra repubblica, nata per superare quella terribile esperienza totalitaria e invece cresciuta, come è evidente a tutti, per dimenticare le cause di quelle tragedie e le minacce di un ritorno sempre attuali. 

fotografia di Luca Alerci – autunno nelle Madonie

Nino Savarese  

A sud dei possenti massicci madoniti si arroccano le due Petralie. Petralia Sottana, nobilissima sotto la cima, tra le altre, di Montagna dell’Alto con il santuario mariano probabilmente più alto d’Europa, ci accoglie nella piazza del Duomo, austero ma familiare, solenne ma accogliente. Da Petralia Sottana si sale a Petralia Soprana, il borgo felice, immutato nei secoli, perfettamente preservato dalla violenta speculazione della contemporaneità che ha colpito ogni luogo di Sicilia. Sotto la chiesa di Santa Maria di Loreto, dalle forme di un sublime equilibrio, nasce quasi in segreto un breve sentiero, che è anche un appartato belvedere, da cui lo sguardo arriva lontano e la montagna madonita di Petralia si specchia in quella erea di Enna. 

A Enna (all’epoca ancora Castrogiovanni) nacque Nino Savarese che, nonostante i lunghi soggiorni lontani, soprattutto a Roma, visse lunghi anni nella sua città di origine. Di Savarese, scrittore per tanto tempo posto comodamente tra i minori, molte opere sono di nuovo in catalogo, ripubblicate dall’editore Il Palindromo. Gatteria, Malagigi, Rossomanno, I fatti di Petra, Il capo popolo, sono parte del canone della produzione letteraria siciliana del Novecento. E Sciascia (di nuovo) lo considerò tra i suoi maestri di scrittura tanto da citarlo nel titolo del primo grande successo, Le parrocchie di Regalpetra. Savarese fu cantore lirico della terra del latifondo, di quella Sicilia interna ancora schiava di un feudalesimo eterno, abolito, peraltro solo sulla carta, dalla costituzione del 1812. 

E di questo latifondo si volle occupare anche come sceneggiatore di un film che però, purtroppo, non vide però mai la luce.  

(L’idea del film venne da un importante burocrate che, illuso, sperava dal fascismo vero sviluppo per il sud: Nallo Mazzocchi Alemanni direttore dell’Ente per la colonizzazione del latifondo siciliano). Del film, fortunatamente, esistono le foto preparatorie del regista Pozzi Bellini, oggi visibili nel volume Viaggio in Sicilia (Estate 1940) dell’editore Squilibri. Molti scatti colgono la lontananza arcaica di quel mondo: la convivenza tra uomini e animali, i paesi immersi in una vastità immutata e dolente, ma, forse grazie al confronto con Savarese, si percepisce rispetto e amore per quel mondo. Si vede una civiltà antica destinata alla sconfitta, la stessa dolce sconfitta di molti protagonisti dei romanzi di Savarese. E si sente una sostanziale distanza dagli ideali fascisti che pure i rondisti come Savarese non ebbero mai a rinnegare apertamente. Ma tanto, come si diceva per Borgese, lo società letteraria dell’Italia repubblicana ha ignorato sia la nettezza antifascista di Borgese sia l’ambiguità dei rondisti. 

Favole a Castroforte 

Michele Anzalone è stato medico e scrittore, nato nel 1912 anch’egli a Castrogiovanni/Enna. Autore di diversi testi come Tra poco è giorno o come L’umana compagnia, vincitore del prestigioso Premio Napoli nel 1983. Uno scrittore dallo sguardo profondo, di ironia sottile ma partecipe e solidale, una voce sociale. La sua opera più famosa resta, a parte quelle citate, Favole a Castroforte (Città Armoniosa, 1979, purtroppo non più reperibile). Castroforte è la Petra di Savarese ed è, quindi, la città nativa di entrambi gli scrittori. Il testo è costruito su una serie di narrazioni concatenate tra loro che raccontano fatti pubblici e privati ispirati a vicende della città natale dell’autore, seguendo una scansione cronologica. I singoli episodi diventano parte di una storia collettiva, minore ma emblematica. Savarese fonda la sua scrittura su una visione quasi panica, dove i paesaggi, gli uomini, le contrade diventano protagonisti insieme di un racconto denso di pietas, per un’umanità dispersa come gli esuli troiani narrati da Virgilio. 

Anzalone riprende la stessa adesione umana ma la trasforma in una incisiva opera di innesto sociale, con un linguaggio straordinario, sorvegliato ma denso, capace di scavare a fondo, ricchissimo di lemmi, una letteratura insomma che oggi appare in via di estinzione. Ed eccola la Castroforte di Anzalone vista dai garibaldini al loro ingresso in città “accozzaglia e armati a malapena” ma vincitori: “Verso Castroforte la terra diventava più sola e più severa […] Attraversavano regioni dove la vita era indietreggiata in un tempo incalcolabile o taceva in letargo nei grappoli di lumache ferme sulle canne disseccate”. 

Del resto, tornando a Savarese, era la terra dove il fiume che i Greci antichi dicevano Krisas, dorato, era diventato nei secoli Dittaino, fiume di fango. 

Antonio Maddeo

Antonio Maddeo e Liborio Coppola 

Gli anni Ottanta, anche in Sicilia, sono stati uno spartiacque tra due epoche, eppure nelle province più remote e lente, in quegli anni è come se si fosse attardato ancora lo spirito di azione collettiva fiorito nel precedente decennio. A Enna, proprio in quei decenni, era protagonista della vita culturale Antonio Maddeo, nato (vedi il caso, ma forse non è affatto un caso) a Polizzi Generosa. La sua capacità di attraversare nell’ordine la fotografia, il cinema a passo corto, il teatro, lo ha portato ad incrociare il cammino di artisti e critici tra i più impegnati e originali del panorama italiano, Guido Aristarco, Liborio Termine, Sciascia e Ferdinando Scianna, e non solo. 

Fu un autore che volle parlare alla sua gente, dialogare e crescere insieme alla propria comunità. Emblematiche, da questo punto di vista, le esperienze del cinema di piazza, portato nei paesi e nei villaggi più remoti (già svuotati da epiche e tragiche migrazioni interne) e infine la Cooperativa “Nuove Proposte”, all’inizio degli anni Settanta, un teatro anch’esso popolare, pasoliniano, un fatto pedagogico, sociale, civile e politico. La sua grande generosità portava il suo teatro e il suo cinema a cercare risposte, evangelicamente, dai ragazzi delle scuole, dai fragili, si direbbe ora, anziani, uomini e donne esclusi apparentemente da ogni tipo di progresso. 

Ne traggo il ricordo, oltre che dal mio personale, da un libro che l’editore Il Lunario ha pubblicato nel 2003, Antonio Superotto scritto da Liborio Coppola. L’autore, a sua volta eclettico danzatore tra scultura, pittura, scrittura, figlio della stessa tradizione libertaria e liberatoria di Maddeo, traccia nel testo un’acuta riflessione soprattutto sulla produzione cinematografica di Maddeo, su pellicole come Iuxta crucem dolorosa, funebre processione bergmaniana invocata da una tragica figura di donna del sud per l’uccisione del mulo, unico sostentamento della famiglia. 

Ma è nella testimonianza diretta di Coppola, riguardante la proiezione per il cinema di piazza di un altro film di Maddeo, Verdura nera, che Coppola riesce in modo mirabile a raccontare quelle vite di artisti e intellettuali della provincia più remota che più che alla loro di voce vollero dare spazio a quella della loro comunità tramite le loro opere:  

“Perciò si avvicinò, staccandosi dal gruppo, al mio microfono una donna la cui età si riconosceva nei capelli, perfettamente acconciati nel “tuppo” […] mi disse: questo un cinematografo muto è, parla come noi.”  

Raccontare il silenzio  

Il Vallo di Castrogiovanni confinava, a nord, con il crinale dei Nebrodi, un’immensa foresta, l’unica presente in Sicilia e che dovremmo preservare in modo molto più efficace. Mistretta è lì, una delle capitali della montagna siciliana, distesa sul versante che guarda al mare Tirreno. Ha resistito a innumerevoli frane e terremoti e ancora oggi si possono individuare interi quartieri rinati sulle spoglie dei precedenti travolti dal moto della terra.  

Mistretta è stato – lo sappiamo – luogo di elezione di Maria Messina, luogo di indagine dovremmo dire, della scrittrice nata a Palermo nel 1887. Nei suoi testi, spesso riscoperti ma sempre comunque misconosciuti, è facile seguire le tracce che abbiamo colto finora nella descrizione di una terra dove la storia è passata forse solo per errore e i cui abitanti hanno compiuto enormi sforzi per fare fiorire una cultura, pur nella disperazione come cifra dell’esistenza, nel silenzio imposto, nella negazione di ogni genere di emancipazione. I libri della Messina, i romanzi e i bellissimi racconti, sono espressione di questa dimensione. Parlano di cose messe da parte, potremmo dire, scartate, “di vecchie lacrime rancide” come scriveva Ada Negri, e ne parlano con la visione di una donna che in quel tempo, tranne qualche fortunata occasione, fu anch’essa vittima di esclusione dal mondo letterario italiano, per la prematura scomparsa ma anche per la consueta vita difficile delle donne, anche in quei contesti. Ma dalla periferia si vedono con più nettezza cose che dal centro appaiono sfocate e confuse. 

Da questo interno dell’isola, dalle forre e dalle rocche che pure si guardano tra loro nell’orizzonte, ma come se fossero lontane interi continenti, l’esercizio della vita e la sua testimonianza sono (ancora oggi) duri e ingenerosi, non facciamoci ingannare dalle fiction, di carta o di immagini che siano. 

Gli spazi sono troppo voraci e rubano voci e parole. Ma non per questo c’è meno vita e meno speranza.

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