Carla Lonzi, la rivoluzione di essere donna
Carla Lonzi. Dentro e fuori dal mondo il documentario di Francesca Archibugi
Egle Palazzolo
«Mandò all’aria tutto un modo di fare politica, il femminismo!», dice Nanni Moretti a Francesca Archibugi mentre passeggiano insieme nel film che la regista ha dedicato a Carla Lonzi, una donna non come tante, eppure a tante simile e vicina. Un documentario al cui titolo, Carla Lonzi, si aggiunge una frase particolarmente felice: Dentro e fuori dal mondo.
È stato già detto molto, e giustamente, di questa recente e riuscita fatica cinematografica, tanto che appare difficile aggiungere qualcosa. Ma a suggerirlo è forse proprio la suggestione, quella sensazione di vicinanza con Carla Lonzi che si avverte durante l’intera durata del documentario.
La narrazione ci riporta a una bambina precoce, sveglia, lucida nei rapporti con la madre e in quelli assai difficili con il padre, con il quale recupererà un legame significativo soltanto in età adulta. E poi alle delusioni, agli eventi da affrontare, sino alla chiara indagine di sé, dei propri bisogni e delle proprie scelte.
È un discorso sul femminismo e sulle sue diverse interpretazioni, ieri come oggi, quello che Francesca Archibugi ci propone? Non proprio. A noi, semmai, offre la possibilità di una legittima, mai frontale rilettura, che potrebbe ancora una volta riunirci, farci ritrovare positivamente nell’esame del nostro essere donne.
Donne, persone, che hanno legittimamente rivendicato una parità di diritti che un codice civile avrebbe dovuto da sempre riconoscere, senza per questo chiedere l’omologazione a una figura altra, quella maschile. Una figura dalla quale ci distinguiamo e rispetto alla quale non è necessario misurare il nostro valore. Siamo nel mondo di tutti e, come ogni essere umano, abbiamo il diritto di esistere per ciò che siamo, per ciò che sappiamo e possiamo dare.
È proprio nel pensiero di Carla Lonzi che ritroviamo questa distinzione. I suoi testi, provocatori ma intensi e inequivocabili, ci restituiscono l’idea di una femminilità, anima e corpo, riconoscibile in ogni momento, non subordinata ad altri modelli.
Nei libri che pubblicò si ritrova un’analisi lucida e un’immagine aperta di sé, talvolta persino confessoria, nell’esame che fa della propria condizione di donna fra le donne, o di compagna di un uomo. Sempre con l’ansia e la necessità di un dialogo, senza il quale «mi perdo», diceva, anche quando quel bisogno poteva entrare in conflitto con quello dell’altro di non sentirsi delimitato.
Tra il suo pensiero e il modo di vivere le proprie scelte, le relazioni amicali e sentimentali, non sembra esserci frattura. Il film lo evidenzia: Carla si riconobbe e volle farsi riconoscere.
Per un lavoro che diventava crescita e riconoscimento delle donne, lavoro vivo, comune e di gruppo, lasciò la sua affermata professione di critica d’arte e diede un altro corso alla propria attività. Senza tuttavia allontanarsi del tutto da quel mondo, al quale la tenne vicina anche la sua vivace e complessa relazione con Pietro Consagra.
Nel film la vediamo raccontarsi e la vediamo raccontata. E questo ci conduce quasi alla necessità di una nuova lettura della sua figura e del suo pensiero.
Il documentario coglie e restituisce, in misura lodevolissima, i tratti essenziali, umani e intimi, della donna che Carla fu e soprattutto volle essere. Gli inserti, le sequenze, le loro connessioni, tutti i personaggi, uomini e donne che le furono accanto, assumono ciascuno una precisa identità, quasi un proprio protagonismo che trova, nella relazione con lei, la sua ragion d’essere.
Carla, donna sofferente o felice, filosofa o poeta, che si china sulle fondamenta delle mura della sua casa, che si mescola alla natura, che sente la gioia e sa dare un posto al dolore, ritorna nel film Carla Lonzi. Dentro e fuori dal mondo con tutta la complessità della sua persona.
Nell’opera di Archibugi si avverte, oltre alla sua bella mano di regista, un’emozione particolare per quella donna di indiscutibile statura umana e sociale che aveva conosciuto da giovane. Ne ebbe modo perché Carla era la madre, una madre certo non tradizionale, del suo compagno di vita, Titta Lena, che nel documentario interviene, precisa, ricorda.
Come fanno gli altri testimoni, ciascuno con la propria voce, senza mai risultare fuori misura. Tutti contribuiscono a rendere vivo il bel racconto di una donna che potremmo, in ogni momento, tornare a scoprire. Sia interrogandoci ancora sulla parola femminismo, forse oggi giunta a una pagina diversa della propria storia, sia soffermandoci sulla personalità di Carla Lonzi e sulla sua presenza nel mondo.
È soprattutto grazie a donne del suo stampo che possiamo concordare con Moretti e con quanti, non molti in verità, hanno saputo riconoscere l’anima, il senso e il significato dell’essere donna in quella che storicamente si colloca come una rivoluzione, ancor più che come una rivolta.
Una donna, un essere umano, una persona che, come Carla Lonzi ha voluto sostanzialmente affermare e dimostrare, pretendeva di essere riconosciuta come «equivalente».
