Caravaggio al Teatro Massimo di Palermo
Il corpo della luce

Egle Palazzolo
Da dove si comincia per dare cenno di riflessione, per star dentro al corale consenso che accoglie “Caravaggio” balletto in due tempi, giunto al Teatro Massimo di Palermo lo scorso sabato?
Epicentro, certamente intendiamo Roberto Bolle, con la sua bravura sapiente, la sua bellezza incrollabile, la coerenza e forza di uno stile che pur restando fedele a sé stesso, muta, aggiungendo ricerca, spazio, parola quasi, al suo stesso corpo, al corpo del compagno, avvolgendo del suo movimento, la scena che, in uno con chi lo guarda, diviene davvero dialogo. Ma priorità evidente per l’essenzialità del risultato va a Mauro Bigonzetti, coreografo certamente di indubbio calibro, ma qui davvero autore di un evento teatrale che si dedicava, si ispirava, alla figura di Caravaggio. E dunque all’ inesauribile genialità di un artista, all’inattaccabile libertà di un uomo che trasmette non solo il suo tempo ma tanto altro. E forse Mauro Bigonzetti avrà avvertito anch’egli le ragioni non casuali che portarono nell’ombra le opere e la storia di Michelangelo Merisi, tanto quanto, e solo da meno di un secolo, la riproposta che si fa di lui con analisi e ricerche di ogni tipo. Anche da qui nasce la coreografia che scrive, il suo imprimatur, è movimento che parla. E in questo senso il balletto diviene non solo danza, movimento dei corpi, luci, colori, musica col suo ruolo mai secondario, ma “capacità di generare forme di conoscenza e comprensione che trascendono il linguaggio verbale”.
Il connubio fra Bigonzetti e Bolle è chiaro sin dalle prime apparizioni, nell’incipit di una narrazione che poi li vedrà allo stesso modo convivere con ciascun altro in scena: con la splendida Maria Khoreva che, come la “luce” che rappresenta, riempie e irradia. E a questo punto, in ciò che riferiamo di uno spettacolo il cui allestimento si deve alla Fondazione teatro del Maggio Musicale Fiorentino, non è secondario ricordare “Buio, Bellezza, Destino e Anima”, come pure la Zingara e i Bacchi danzatori simbolo del significato ampio e di cui ogni singolo protagonista può farsi simbolo. E la bellezza personale trionfo di Martina Pasinotti – e persino la vita e la morte, il destino di Caravaggio quanto sono più o meno sommessamente rivivificati mentre un braccio e una gamba si avvitano, confondono e le mani alte e un cielo improvvisamente conquistato e il dolore, la sconfitta ma intatto il sogno si ripropongono?
Le musiche di Bruno Moretti da Claudio Monteverdi perfette con la disciplinata e vibrante direzione di Charlotte Politi e l’orchestra del teatro Massimo. Ogni segnale proveniente dal corpo di ballo diretto da Jean Sebastian Colau, va apprezzato per coesione e intesa. Alle luci di Carlo Cerri e ai costumi di Kristopher Millar, l’importanza di far tessuto con i colori e stacchi dentro la “cornice” – come i chiarori e il loro mutare sui corpi senza altro gioco di membra levate in alto. Tutto in tensione verso una volta che sia cielo o altro.
Da Palermo grazie a Roberto Bolle che, nel mezzo del cammin della sua danza, oggi ha bravura e vigore e intatta bellezza. E il suo cuore, le sue emozioni, i suoi intenti come rispondono a lui e a lui soltanto quando in scena è al centro. Un vero artista, e Bolle lo è, quando nella danza riesce a trasformare anche il mestiere più alto in qualcosa che lo supera, portandolo nel territorio dell’arte. E abbiamo inteso.

