Bora 2 – L’isola dell’amore
A Recife, come credo da ogni parte del Brasile, è difficile muoversi, anche se ci sono di tanto in tanto degli autobus, molto più vecchi di quelli europei: li ricordo colorati di blu e grigio ma non avevano la corsia preferenziale nonostante le strade siano molto larghe; quindi, li vedevi sempre in mezzo al traffico; le fermate sono piattaforme di cemento grandi e alte che emergono al centro della strada come isole. Un grande caos, orari incerti e sicuramente attese lunghissime!

Dopo i tanti tentativi tra taxi e uber, abbiamo preferito ingaggiare per tre giorni un tassista che aveva un’automobile a sei posti, dopo una lunga contrattazione.
Si chiamava Carlos, era un tipo un po’ cupo. Ci diceva molto spesso che lui lavorava e non si divertiva mentre noi eravamo in vacanza e certo era sorpreso della composizione del nostro gruppo. Nei suoi gesti e nel suo modo di fare si notava un certo tradizionalismo e una certa sufficienza nei nostri confronti. Per certe cose, non ci sopportavamo a vicenda. Pagandolo, se non ricordo male 300 reais, è stato per tre giorni a nostra disposizione e il terzo giorno ci ha accompagnati a Olinda e ci ha lasciati là. Lo ricordo un uomo semplice, di carnagione scura, un po’ di gel in testa, una camicia e tanta professionalità; rimaneva un po’ distaccato per mantenere la nostra privacy. Notammo che era un po’ agitato e riceveva spesso telefonate: capimmo poi che qualcuno della sua famiglia non stava bene, e questo gli provocava agitazione ulteriore.
Prima di andare in avanscoperta per dintorni e spiagge abbiamo chiesto a Carlos di accompagnarci a comprare oggetti necessari come un asciugamano per il mare e ho notato che mi sarei dovuto abituare ai tempi lunghi e a non contare il tempo e a godere anche delle cose più semplici. Il magazzino era veramente grande e per cercare quello che serviva ci abbiamo impiegato un po’ e tra entrare e uscire, salire e scendere col tapis roulant più di un’ora: questi erano i tempi cui man mano mi sarei dovuto abituare. Anche questo ritmo era una novità. Notai e feci una fotografia alla fila dei carrelli, enormi carrelli della spesa con sopra dei seggiolini blu per i bambini e molto imbottiti da sembrare comodissimi. Qualcosa di semplice che qui da noi non avevo visto mai.


Poi dritti in spiaggia: la strada a doppio senso si allontanava da Recife, e dopo qualche chilometro l’oceano scompariva dietro grosse ville che chiudevano la vista sul mare: Carlos ci ha detto che erano ville di gente molto ricca, calciatori e politici.
Alla nostra sinistra invece la strada era piena di baracche o bancarelle. Carlos dopo circa mezz’ora di guida verso sud – Olinda è verso nord – ha posteggiato su una strada sterrata e siamo scesi con difficoltà a piedi in una spiaggia a golfo con tante palme e uno stabilimento con un bar ristorante. Abbiamo fatto il bagno in una caletta, la spiaggia era più divertente che bella: anche se eravamo poche persone sono venuti verso di noi ambulanti a cercare di vendere braccialetti o arachidi, uno vendeva tavolette dipinte su cui scriveva il nome della persona alla quale si voleva regalare.
Tornando, abbiamo pranzato in una baracca nella strada principale. Di questo tipo di baracche ne avremmo usufruito per tutto il viaggio, il menù era quasi sempre a base di carne e farina cruda o farofa cotta, una farina gialla con granelli più grossi. A questo menù non mancava mai pomodoro con aglio e naturalmente birra. I polli, quelli ancora vivi, giravano nei tavoli con le loro penne rosse.

noce di cocco da bere con cannuccia
Purtroppo, all’andata non ci eravamo accorti, o forse Carlos l’aveva tralasciata, di un’isola molto vicina alla costa da dove si vedevano i grattacieli: l’Isola dell’amore. Sulla costa davanti all’isola c’erano tre giovani uomini che vendevano acqua da bere e offrivano il servizio per traghettare dalla terraferma.
L’isola dell’amore ha al centro un bosco di alberi e mangrovie (alcune mangrovie cadevano nell’acqua). Quando poi ci siamo andati non c’era sole perché era il tramonto e c’erano anche un po’ di nuvole: nel bosco c’è una casa abbandonata, chiusa, e dall’altra parte si vede l’oceano.

L’isola è dell’amore di nome e di fatto, perché è molto romantica, soprattutto alle ore del tramonto quando i colori cominciano a cambiare, e intorno si fa sempre più scuro; lì vicino i grattacieli si illuminano con le loro luci accese a ridosso dell’isola. Era bello, ma anche un paesaggio per noi europei inconsueto. Lentamente siamo tornati dai barcaioli, abbiamo ritrovato le nostre scarpe che avevamo lasciato nella barca, ci siamo rimessi nella macchina di Carlos.
Era arrivata la sera e siamo tornati alla vita di città. Sembrava la fine di qualcosa, forse di un incantesimo.
Ho fatto alcune fotografie: era molto strano vedere le luci dei grattacieli che si affacciavano su questa isola, e comunque, era triste pensare che una volta quel luogo era stato completamente incontaminato, forse c’erano solo capanne di indios o addirittura solo le mangrovie. Tutta l’atmosfera faceva pensare a questo passato. Chissà cosa poteva essere: forse i barcaioli a piedi nudi che remavano in una barca di legno che un po’ faceva acqua e che ci aiutavano a scendere. Mi sono domandato quante isole dell’amore o isole simili piene di mangrovie esistono nel Brasile. Comunque, in quel momento mi andava solo di correre e sentire le onde della sera.
Poi siamo tornati, sempre con l’auto di Carlos, al nostro ostello, il mercato era già chiuso però siamo entrati in un supermercato dove vendevano quasi solo frutta, e ovviamente frutta tropicale, mango, papaya e banane buonissime. Poi siamo tornati all’autogrill del bancomat a prendere dei pão de queijo e formaggio fritto. Il pão de queijo è forse più diffuso della tapioca e si trova sempre in bar e aeroporti.

A Olinda il paesaggio e l’atmosfera sono completamente diversi, ma a dir la verità non abbiamo visto Olinda nuova, dove ci sono i soliti grattacieli. Là ci siamo avvicinati per andare al mare, costeggiando una strada lungo la costa che dalla nostra posada arrivava su una spiaggia con davanti un’altra isola. Io ero pronto per arrivarci a nuoto ma sono stato subito bloccato da Martina: ho capito che era un effetto ottico. Quell’isola fatta solo di sabbia e palme, sembrava vicina ma era molto più lontana. Ringrazio Martina, capii che sono un po’ spericolato, spesso impulsivo, qualche volta bambino un po’ incosciente.
In quel tardo pomeriggio capii che era meglio fermarsi e ascoltare. Mi sembrava strano, ma il mio corpo non riusciva a fermarsi.
Se fossimo andati ancora più avanti ci sarebbero stati i palazzi di Olinda nuova, e con molto rammarico Martina ci ha raccontato che quando è stata là per la prima volta quei palazzi non c’erano, era tutto sabbia, terra e mangrovie, e adesso grattacieli. Purtroppo, è un problema che si ripete in modo simile in tutto il mondo.
Quella sera mi sentivo, e credo anche gli altri, come se fossi tornato da un qualsiasi pomeriggio di mare, e infatti era proprio così: però quello era oceano con tutti i suoi pericoli, come molto spesso mi dicevano. La sera al mare in Brasile non è come le sere da noi, all’imbrunire la gente se ne va, la spiaggia diventa buia, vuota e pericolosa.
Meglio avviarci dove ci sono le luci verso la nostra posada.
La posada era molto semplice e aveva una terrazza che dava sull’oceano, l’apertura dell’orizzonte era molto vasta, più vasta dei grattacieli di Recife.
Continua….



Caro Nicola, continuo a leggerti ed è bellissimo, la tristezza, la bellezza, i contrasti. Hai un modo di raccontare che fa sentire i luoghi, le persone, il tempo.
Vorrei tornare a quando non c’erano i grattacieli e le Mangrovie potevano vivere indisturbate.
Grazie di condividere con noi tutto questo.
Ti abbraccio
e’ davvero come camminare accanto a Nicola in un luogo diverso ma avvolgente , bello come l isola dell amore che si fa simbolo di natura vincente ma altrettanto non tale se solitudine, poverta’ distanza si avvertono per dire ancora una volta come eguale e dissimile puo essere il mondo
grazie egle e Valentina sono molto felice a rendere e accompagnare in questa esperienza bellissima che ho fatto ed è un onere pubblicare nel vostro giornale un caro. saluto