STANZE DI VOCI, STANZE DI SILENZIO
Radici di carta per salvare le biblioteche

Una biblioteca è un atto di fede
delle generazioni ancora immerse nelle tenebre che nella notte rendono testimonianza all’aurora. (Victor Hugo)

Che cos’è una biblioteca?
Secondo la visione distopica di Bradbury, è un covo pericoloso da consegnare alla violenza delle fiamme; fra le mura dell’inquietante abbazia di Umberto Eco, essa diviene teatro di oscuri delitti, mentre nella narrazione fantastica di Borges assume i contorni di un allucinato labirinto di sale esagonali, metafora di una realtà straniante.
Immaginiamo, ora, di porre la stessa domanda a ventisei scrittori siciliani: cosa otterremmo? La risposta è custodita nella raffinata silloge Radici di Carta, edita da Kalós, ed esternata attraverso “voci dissonanti eppure armoniche”, come le definisce Stefania Auci, curatrice della raccolta insieme a Nadia Terranova, voci che s’incontrano e si sovrappongono fino a comporre una suggestiva immagine. Il volume si configura come un’antologia di testi (racconti, pagine autobiografiche, testimonianze e versi poetici), frutto della creatività degli “Olmi”, intellettuali dell’isola uniti, originariamente, dall’intento di salvare la Biblioteca “Angelo Marsiano” di Niscemi, gravemente minacciata dalla frana alluvionale della primavera scorsa: la scelta del nome deriva dalla radice araba del nome, nāšam, (da cui “Niscemi”) che indica un specie arborea identificata, appunto, con gli olmi, alberi di cui – anticamente – c’era abbondanza sulla collina in cui sorgeva la città.
Nel titolo della raccolta si percepisce un ossimoro allusivo: le radici rappresentano, infatti, ci che ci tiene ancorati a un luogo, a una storia; la carta, al contrario, è sottile, fragile, soggetta agli effetti del tempo. Di questa vulnerabilità le biblioteche sono custodi discrete e silenti ma, nonostante una funzione così preziosa, non sempre le loro condizioni vengono preservate con altrettanta cura o attenzione. Così, dopo la vicenda di Niscemi, è arrivata l’inchiesta sulle Biblioteche dimenticate in Sicilia, pubblicata su “La Repubblica”, alla quale sono seguiti diversi interventi sul territorio nazionale, fino ad arrivare alla pubblicazione di Radici di carta, che nasce quasi spontaneamente, come un qualcosa di “necessario”. In queste pagine gli Olmi, che rappresentano “il frutto di una follia, di un’incoscienza felice” (come li descrive ancora l’autrice de I Leoni di Sicilia), hanno raccontato le biblioteche, interpretandole ciascuno a modo loro, con il proprio linguaggio unico che ne ha esplorato i corridoi, percorso le stanze e “spolverato” gli scaffali, disincarnando, spesso, lo spazio fisico fino a trasformarlo in una sorta di teatro incantato, ricco di aneddoti da condividere o di storie da narrare.
Se Marinetti sosteneva che le biblioteche fossero “cimiteri di sforzi vani, calvarii di sogni crocifissi”, al contrario, nelle parole dell’antologia, esse si animano prendendo corpo dalla voce degli scrittori. E la pluralità degli sguardi è uno degli aspetti più interessanti del progetto: sfogliando le pagine, le diverse narrazioni si intrecciano, si rispecchiano da prospettive differenti, come finestre aperte su un medesimo, emozionante, paesaggio. Ogni testo diviene la tessera di un mosaico variegato il cui disegno finale è frutto di un’armonia di intenti.
Immaginiamo, ora, di aprire Radici di carta come se il libro stesso rappresentasse una biblioteca: sfogliamone la pagine come se ci aggirassimo fra i diversi reparti e leggiamo i testi quasi stessimo prendendo un libro dagli scaffali di quelle stanze.
La stanza dei ricordi
Come un dono prezioso rivolto ai lettori, in questa sezione gli scrittori ci consegnano i loro ricordi più intimi, scostando il sipario della memoria quel tanto che basta per lasciarci intravedere uno scorcio della loro interiorità. Ma “conservare” non implica soltanto proteggere qualcosa dalla polvere o dal deterioramento: significa “custodire”, impedire che una parte di noi venga perduta, rendendola viva per sempre.
Talvolta malinconiche, ma sempre tenere e delicate, sono le voci di chi racconta di anni passati, ricordi legati all’infanzia o a un tempo, comunque, lontano.
Così, Francesca Maccani descrive, con dolcezza e un velo di emozione, i chilometri che percorreva, da bambina, per arrivare alla biblioteca più vicina al suo paese di montagna in Trentino, “un luogo che non si raggiunge per caso, ma per desiderio”. Sabrina Petyx, invece, narra nostalgicamente di essere entrata per la prima volta in biblioteca, quando, ancora molto piccola, aveva accompagnato, sua mamma “all’unidiversità, parola storpiata che conteneva l’incanto di quel luogo unico”. O ancora, Rosita Manuguerra, con la dolce ingenuità di un bambina “che cercava parole ovunque”, rammenta quando pensava che le biblioteche fossero esseri viventi, come le piante, e che – proprio come quelle – si prosciugassero per mancanza di cure. Commovente è anche il ricordo di Beatrice Monroy, la “piccola di casa” chiamata “Bambina” fino all’età adulta, che viveva in un universo privilegiato nel quale, “grazie all’intimità con libri”, entravano in lei le biblioteche, “luoghi dove puoi trovare l’inimmaginabile e precipitare in migliaia di storie che intrecciano il mondo”. E poi c’è Clelia Lombardo che, a diciassette anni, “varca la soglia” e, come in un’imperscrutabile epifania, comprende che “andare per biblioteche e archivi significa incontrare le parole e le persone che da lì sono passate”.
Altri ci narrano, invece – spesso con una disarmante spontaneità – il loro primo approccio con “l’oggetto libro”. É il caso di Gaspare Grammatico che descrive come, alla scuola media, fu l’intuizione di una professoressa a rivelargli l’esistenza di una biblioteca, così da spingerlo “definitivamente in quel mare di libri” da cui non sarebbe più emerso. La stessa emozione la riscontriamo nelle parole di Carmelo Sardo il quale ricorda come, da ragazzino, abbia ricevuto in premio un romanzo, il primo che avesse mai avuto, inebriandosi “del profumo poderoso delle pagine nuove di stampa” e respirando quell’odore che avrebbe ritrovato nella biblioteca del suo paese. Intriganti sono anche le parole di Catena Fiorello che, provenendo da una famiglia modesta, ancora ragazza, “cercava di assicurarsi una cultura” frequentando la biblioteca e appassionandosi “all’atmosfera mistica di quelle stanze”, a dispetto dei “modi burberi” e indisponenti della direttrice!
La stanza dei racconti
Scaffali impolverati e traboccanti di libri, lunghi corridoi labirintici e custodi dall’aria sinistra… Le biblioteche hanno da sempre offerto agli scrittori infiniti spunti narrativi e prospettive da esplorare. Accade così anche a diversi autori di Radici di Carta, che hanno scelto di interpretare la tematica proposta attraverso racconti intriganti e suggestive novelle, spesso dal fascino d’altri tempi.
Così Giampiero Montanti costruisce una deliziosa dialettica drammaturgica raccontando il patto che un anziano – e colto – docente di storia antica stringe amicizia con una scanzonata adolescente, rifugiatasi in biblioteca solo per ripararsi dalla pioggia: a poco a poco la ragazza comprende che dietro quegli scaffali si cela tanto altro e comincia a guardare il professore “aspettando che la prossima parola sgorgasse dalla sua bocca”, senza più fretta. Un incontro altrettanto “gustoso” ce lo regala Massimo Maugeri, descrivendo l’apertura di un’insolita biblioteca di quartiere, nella quale due scrittori riescono ad affabulare uno scalmanato gruppo di ragazzini incantandoli attraverso la magia di una lettura evocativa: “le parole lette avanzarono una dopo l’altra, mentre nella mente di Nino cominciarono a comparire immagini”. Eliana Camaioni, invece, ci trascina nei misteri di un racconto giallo, trasformando la biblioteca di Messina in un luogo del delitto nel quale sarà chiamato a investigare un brillante filologo: del resto, si sa, “le biblioteche sono luoghi pericolosi. Custodiscono troppa verità. E a volte la verità brucia chi la maneggia”. Vanessa Ambrosecchio, poi, coinvolge noi lettori in una divertente gita scolastica verso “un altro mondo”, la Biblioteca comunale dei ragazzi, nella quale porterà gli allievi di una vivace classe dell’Arenella che finiranno per constatare, con un misto di stupore e incredulità, come si sentissero “risucchiati in un mondo inopinato o almeno lontanissimo, come se varcare quella soglia fosse bruciare in un batter d’occhi spazi e tempi”. Affascinante è anche la surreale biblioteca di Antonio Mistretta, uno spazio animato e, forse, dotato di vita propria, in cui scaffali e ripiani compaiono all’improvviso, o si spostano a loro piacimento, e dove sono i libri stessi a scegliere i propri lettori poiché, abitualmente, “la biblioteca non parlava ma sembrava aver sentito”.
Pervaso da atmosfere inquietanti è, invece, il racconto di Marco Rizzo, che sfiora l’horror presentando la biblioteca come un riparo notturno in cui due ragazzi e un vecchio si nascondono per sfuggire a una minaccia soprannaturale, “poiché lì non avrebbero trovato nessuno, specie a quell’ora in cui si erano intrufolati dall’impalcatura”; in un clima diverso, ci lasciamo trasportare dal vento bollente della controra nel racconto di Giusy Sciacca, che ci narra della duratura amicizia fra Livia e Maria Grazia, nata e coltivata fra gli scaffali della biblioteca di Lentini, una parentesi dalla realtà esterna “fresca, gentile, rigogliosa come una cisterna scavata nel tempo per bagnare la siccità della vita con la sua riserva rigenerante di bellezza e di parole scritte”. Con un affascinante sguardo sul passato, infine, Ugo Barbàra trascina il lettore indietro nel tempo, fino alla seconda guerra mondiale, raccontando di un fascista e un partigiano, le cui prospettive – agli antipodi – riescono a convergere grazie a una biblioteca privata, luogo “sacro” che si oppone alla ferocia del conflitto come un “tempio violato che invoca l’ira degli dèi sui barbari sacrileghi”.
La stanza degli aneddoti
Continuando a sfogliare Radici di carta entrando nel libro come se esplorassimo gli ambienti di una biblioteca, arriveremmo nell’ultima sala, una stanza che “conserva” riflessioni personali, aneddoti e figure di persone reali.
Con grande maestria narrativa, Gaetano Savatteri presenta un bizzarro personaggio del suo paese, Racalmuto, il quale colleziona libri e acquista vecchie case del centro storico per “ospitarli”, poiché “fino a quando esisterà una biblioteca, anche quella di un visionario di paese, la memoria avrà un futuro”. Icastica e ricca di suggestioni è, poi, la voce di Elvira Seminara, quando racconta la biblioteca dei suoi sogni, che ha conosciuto in un lembo della Lapponia, dove “il fruscio delle pagine è uguale a quello delle foglie”, tanto da farle passare il tempo “respirando le esistenze intorno, reali e apparenti, fino a esserne imbevuta”. Dolci e poetiche sono anche le parole di Andrea Giuseppe Cerra, che delinea i contorni della biblioteca di Linguaglossa, alle pendici dell’Etna, sovrapponendo le righe e le pagine dei libri al lento colare del magma, in un continuo e caloroso fluire: “La lava scendeva con punteggiatura prudente: virgole come muretti, punte come cappelli. Le case con nomi propri, i campi con pazienza antica”.
Salvatore Picone si fa, invece, portatore di un accorato appello nei confronti di quelle migliaia di libri, in Sicilia, “che cercano casa”, delle biblioteche abbandonate, “luoghi della memoria che rischiano di trasformarsi in depositi dell’indifferenza”, sottolineando con efficacia come tali spazi abbiano un ruolo fondamentale nella scelta della restanzapoiché “ogni comunità che rinuncia ai propri luoghi di cultura rinuncia anche a una parte della propria capacità di immaginare il domani”. A lui fanno eco le parole di Giacomo Pilati, il quale, pur sapendo bene che “restare non è facile”, ci fa entrare – con l’affetto di chi quei luoghi li ha vissuti e li sente come propri – nel silenzio della Biblioteca Fardelliana, “un polmone culturale che non è solo un luogo di approfondimento: è molto di più. É il peso della memoria condivisa”. Del resto gli spazi e i mobili che li occupano raccontano storie e custodiscono vissuti, come ricorda Claudia Origoni ricercando frammenti di ricordi smarriti, perché gli archivi servono effettivamente a conservare ma corrono anche il rischio di cancellare e “talvolta certificano un’assenza con una forza persino maggiore di quella di una presenza”: allora, con spirito di iniziativa, “bisogna avventurarsi alla ricerca di ci che è andato perduto”. Non va, per dimenticato, come ci rammenta – con un paragone vivido e personale – Rosa Maria Di Natale, che compito di una biblioteca non è proteggere gli oggetti: a quello ci pensano i musei! Una biblioteca, al contrario, deve rimetterli in circolazione, giacché essa “è un organismo vivo e respira soltanto se qualcuno apre un libro”.
E fra le macerie di luoghi crollati e le fragili pareti di altri che rischiano di subire lo stesso infausto destino, s’infiltrano i versi poetici di Stefania La Via la quale, nel suo frammento trentacinquesimo, evoca nostalgiche gocce di memoria quando recita: “Tra le pagine impolverate / di antichi registi parrocchiali / nel segreto degli archivi / ci sono carte / che a sfogliarle ancora gronda il cuore”.
Ventisei storie. Ventisei autori che, insieme, hanno scelto di piantare i semi delle loro parole in un terreno difficile per far crescere Radici di carta dalle quali possa germogliare l’amore nei confronti dei libri e una rinnovata attenzione per i luoghi che li custodiscono. Cosa rimane di tutto questo? Cosa rimane del grido indignato di tanti intellettuali che chiedono ascolto per le storie, cura per i testi, attenzione per biblioteche, che non devono essere “depositi”, magazzini, bensì spazi vivi, interlocutori con cui dialogare?
Resta un progetto, un sogno forse un po’ visionario, ma mai utopico: i proventi della vendita dell’antologia verranno destinati alla realizzazione di attività culturali che promuovano la lettura e la diffusione di nuova consapevolezza in merito all’attuale situazione di tante biblioteche della nostra isola, per restituire dignità al patrimonio librario in esse contenuto. A questo ci esorta, con intensa emozione, Nadia Terranova la quale, concludendo la raccolta con le sue parole, scrive che la vicenda di Niscemi “tocca le corde più profonde dei siciliani continuamente feriti dall’incombere di una distruzione, di una perdita”: tante biblioteche, troppe, sono ancora “in pericolo, su un baratro”, eppure – o forse proprio a causa di questo – si va avanti con la determinazione che ogni biblioteca appartenga a tutti noi e che “salvarne una significa salvarle tutte”.
