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Giulio Cesare o la notte della Repubblica

Egle Palazzolo

La Fondazione Teatro Libero di Palermo, diretta da Beno e Luca Mazzone, riapre i battenti e ritrova il suo pubblico attento e numeroso. E il successo.

Il testo intriga: si parla di Giulio Cesare ma, già nel titolo, Giulio Cesare o la notte della Repubblica, l’alternativa introdotta dagli autori, Marco Lorenzi e Lorenzo De Iacovo, prelude, in certo modo, a una rilettura in chiave odierna. Quasi che il riferimento a ciò che condusse al brutale assassinio di un indimenticabile epicentro di potere, e a chi fu parte più o meno integrante delle brutali Idi di marzo, riguardasse più il presente che il passato.

Ed è nel dialogo e nel gioco strutturale cui si sottopongono, con bravura e generosità, sei attori dinanzi a chi guarda e segue, che la narrazione scandisce ciò che deve essere assicurato a un popolo del quale si reggono le sorti: innanzitutto le componenti imprescindibili della libertà e della democrazia. Da parte di chi detiene il potere. Da parte di chi ne è responsabile.

Ma se il nostro personaggio chiave è Giulio Cesare, lasciamogli plausibile memoria: Shakespeare lo fece, rivisitò senza tradire, in una delle sue opere, forse non fra le migliori, la sua statura e il suo percorso, dinanzi a un popolo che lo amò e lo pianse, e lo collocò nelle fragilità, contraddizioni e crudeltà proprie dell’uomo ai vertici del potere e di un’équipe a lui vicina.

Dante si rammaricò di non poterlo collocare in Paradiso, tra i benefattori del proprio popolo, giacché solo nel Limbo gli era possibile farlo, ma condannò, senza remissione, i suoi assassini.

Oggi due autori, Lorenzi e De Iacovo, colgono teatralmente, da una vicenda storica e da un testo classico, ogni elemento possibile per ricondursi alla realtà politica, sociale e persino umana di oggi.

E per questo, se la cadenza teatrale rispetta il suo ritmo e le sue scelte, il dialogo spesso si dilata e si sovraccarica, assume tonalità didascaliche e l’attore stesso scolora ciò che sta per rappresentare. C’è come un voler dire troppo e cercare necessarie somiglianze con un mondo politico che grava oggi su tutti noi; c’è, sin troppo esplicita in gran parte della riscrittura, la voglia di sollecitare assonanze.

Ogni storia assomiglia a un’altra ed è al tempo stesso nuova di zecca.

Ma dinanzi a una scena fatta di un lungo tavolo e qualche sedia, animata da attori bravi e perfettamente calati nel gioco – Daniele Russo, Vittorio Camarota, Yuri D’Agostino, Francesco Sabatino, Alice Spisa, Angelo Tronca – ciò che ritorna, o rimane, è una legittima riflessione o, di più, una certa inquietudine.

Ci sono tornate le voci di Cassio e Antonio, cioè della corruzione, falsità e debolezza dell’uno e del cinismo, tradimento, arguzia e crudeltà dell’altro.

Ma Bruto chi è? Un difensore del popolo, un guerriero pronto a rovesciare un monarca assoluto, come aveva fatto, insieme ad altri, il suo antenato contro Tarquinio il Superbo?

Non è facile identificare con chiarezza, ancora oggi, il ruolo che volle darsi, ma resta una figura centrale, con le sue angosce, i suoi dubbi e quell’aura di «ideale» che oggi non c’è, o non sappiamo intravedere nel panorama che si staglia davanti ai nostri occhi.

Bruto seppe dare la morte a chi, in certo modo, amava, e seppe darla, senza esitazioni, a se stesso. Abbiamo visto, o colto, nel ricreato racconto di ciò che un tempo accadde, la nevrosi di chi finì con l’agire portando dentro di sé ansia di giustizia e raptus di follia.

Che ci resti ancora oggi da indagare, come certamente hanno fatto i due autori che, nello scorso anno, hanno portato in diversi teatri italiani la proposta della loro rilettura.

Non ci resta che dare a Cesare quel che è di Cesare e ai membri della congiura ciò che è di ognuno di loro. Sia a un Bruto, metà vittima e metà carnefice, sia a ciascuno dei sei artefici di ciò che produsse, come esito, una Roma peggiore.

La regia è dello stesso Lorenzi ed è intensa e idonea al testo. Gli inserti video con le figure del nostro tempo si inseriscono abbastanza bene, ma non aggiungono quanto, forse, occorrerebbe. Come lo stesso Danilo Nigrelli, un Cesare quasi sognato, che dallo schermo suggerisce ironicamente a Bruto le grandi verità.

Ci chiediamo quali siano quelle di oggi e come, senza dotarci di fendenti, possiamo difenderci da chi sta dominandoci, distruggendo, a vario titolo, il nostro presente.

O forse ci sfugge qualche monito, qualche chiarimento sul nostro presente, che gli autori, attraverso questa rilettura della notte della Repubblica, intendevano offrirci?

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