- 

Per Torino, 16 ottobre 2026

È innegabile che sia partito tutto dal grande movimento francese, che ancora una volta prova a scuotere le fondamenta, già deboli, dell’Europa.

Lo sciopero dei docenti che la settimana scorsa ha accompagnato il corteo degli studenti per le strade di Torino, solo per pochi, era in calendario. Ma le cose evolvono velocemente e arrivano le notizie di qualche fermo, video di ragazzi arrestati dentro le scuole, voci di raid di gruppi esterni con l’intenzione di venire a spaccare tutto. Purtroppo, conosciamo questa storia.

La scelta di partecipare ai cortei studenteschi non nasce, perlomeno a livello personale, da un’esigenza di protezione, bensì dalla consapevolezza che in quell’occasione era necessario esserci, tendere la mano e, come è successo, mettersi a disposizione in quanto adulti per evitare che le tensioni potessero degenerare. Ed è così che è successo. Ci siamo stati, in prima persona, a testimoniare che non si tratta di un grido capriccioso, quello di questa generazione, ma piuttosto di una richiesta sana su temi di fondamentale importanza per tutti.

Per la guerra: perché la patiscono oggi, in questa forma liquida, e la patiranno più di tutti, come carne da macello o perché negherà loro un futuro degno.

Per il clima: perché le generazioni passate hanno lasciato in eredità lo stravolgimento della natura e delle stagioni.

Per un mondo ingiusto: in cui le disuguaglianze sociali sono sempre più feroci e in cui il carovita non permette a molte delle famiglie in cui vivono nemmeno la casa, il pane e il lavoro.

A modificare la percezione di queste proteste, del tutto pacifiche, sono arrivate anche le manifestazioni violente, a cui non dobbiamo non far caso, derubricando tutto a episodi di vandalismo, che certamente tutto devono essere fuorché giustificati. Ritengo che, comunque, da una parte sarebbe necessario capire che si tratta di un’altra rabbia, che non sa prendere forma civile e che trova nella violenza, forse anche abilmente direzionata, la propria espressione. Dall’altra, però, penso sia necessario accettare che ci sono parti dei movimenti, anche quelli per i diritti, che hanno modalità che sicuramente non ci trovano d’accordo, ma che non sono interessate a una nostra legittimazione, restando ai margini di una politica che risponde, spesso, solo in termini repressivi.

In ogni caso, credo che sia necessario prendersi cura di questo movimento, senza fare maternage, perché ridisegnare un nuovo patto intergenerazionale che non preveda una sovradeterminazione degli adulti è un’importante sfida.

I punti in comune sono molteplici, ma certamente non possiamo limitarci ad accompagnare la crescita di un movimento che ci auguriamo segni questo momento storico, critico su troppi fronti. Dobbiamo trovare spazi di collaborazione, mostrare il coraggio di dinamiche non competitive, dimostrare la forza della solidarietà.

Abbiamo avuto un’adolescenza diversa da quella di queste ragazze; il Novecento echeggiava ancora troppo forte per non tentare di imitarlo. All’alba del Duemila, poi, il movimento dei movimenti venne spento nel sangue di Carlo Giuliani in Italia e sepolto definitivamente con gli attentati che misero in secondo piano le richieste di cambiamento, creando l’alibi della sicurezza.

Nonostante ciò, soprattutto come educatori, non dobbiamo tralasciare questa occasione per far presente la nostra parte di richieste sul futuro in generale e sulla scuola in particolare. Ritrovare spazi di partecipazione, elaborare nuove proposte per poter ridare valore alla scuola e, più in generale, alla politica, e lavorare per sostenere la dignità di ogni legittima richiesta di questo movimento in erba, che scopre ogni giorno come e cosa fare per essere parte del mondo in cui vuole vivere.

Fotografia di A.Matizen

Condividi questo articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *