Bora 3 – Olinda blu

Il giorno dopo lo abbiamo dedicato a Olinda Vecchia. Olinda porta il nome dei primi esploratori portoghesi, i quali, meravigliati della bellezza della vallata sulla quale costruirono la città, esclamarono: «O Linda», tradotto «che bella!».

E infatti la vallata è davvero bella: colori accesissimi tra il verde delle palme e l’azzurro del cielo. La piazza dove siamo arrivati con Uber è proprio un miradouro, come quelli che ci sono a Lisbona, con la sola differenza che il paesaggio è pieno di piante tropicali, soprattutto palme di ogni tipo. Quelle più evidenti, le piante di banano, hanno foglie larghe e molto verdi: si vedeva, dal lato del monte, un giardino non curato con alberi e queste piante molto grandi, tanto da sembrare un piccolo bosco. Un muretto ci divideva e a noi sembrava una piccola giungla.

La struttura della Sé, la chiesa di Nossa Senhora, dalla parte opposta, è la stessa della Sé di Lisbona, alle porte del quartiere di Alfama. Una chiesa bianca in stile romanico, con due campanili. La Sé di Olinda non è restaurata, non ha un colore scintillante, con sotto tram e turisti, come quella di Lisbona, città molto europea e occidentale. Nel bianco la Sé di Olinda è simile, ma completamente inserita in un altro contesto: pochissima gente, città piccola e quindi senza rumori, autobus o tram. Si può osservare invece lo stucco bianco un po’ scorticato della chiesa, che la rende in alcuni punti un po’ nera o di colore bianco sporco.
In prossimità della Sé c’è, ancora più in là, una terrazza, in portoghese “miradouro”, dove abbiamo ammirato dall’alto sia Olinda sia, più in lontananza, i moderni grattacieli di Recife. Mi sentivo bene, forse anche perché eravamo su un promontorio, affascinato da un paesaggio a me estraneo, fatto a strisce di colori molto diversi tra loro: il blu delle case vecchie e il bianco dei grattacieli. Quando eravamo in basso, cioè a Recife, avevo una confusione in testa, avevo la testa pesante e non avevo mai visto quegli enormi grattacieli; a Olinda Vecchia, tra palazzi antichi e colorati, si ritrova la pace. Chi è stato a Lisbona o nel resto del Portogallo può ritrovare un sacco di somiglianze e sensazioni simili di lontananza e malinconia. Olinda ti ricorda Lisbona, un’Alfama, per essere più preciso, lontana dal nostro tempo, non restaurata e più trasandata.
Alcune guide locali si sono avvicinate a noi per portarci in giro, ma noi abbiamo preferito andare da soli. Una discesa ripida, fatta di sanpietrini e scale ai lati, ci ha allontanati dal grande “miradouro”: anche questa è una somiglianza con Lisbona. Poi, mentre camminavamo, entrati in un piccolo vicolo, ci siamo fermati a pranzare in un cortile. Era un ristorante molto semplice e la cucina non aveva la porta, ma era protetta da un semplice bancone di metallo alto, da dove uscivano i nostri piatti. Un muro bianco sporco, con sopra del filo spinato intrecciato, ci divideva probabilmente da un grande giardino; le foglie di banano erano intervallate dai grattacieli in lontananza di Recife.
Ricordo che dopo pranzo siamo stati parecchie ore ad aspettare le ore meno calde. Siamo stati molto tempo a riposare. In quell’intervallo i bambini giocavano tra loro, io disegnavo e Gabri e Martina parlavano, fino a quando non mi hanno coinvolto per decidere quale aereo prendere per il Maranhão. Il giorno dopo ci siamo presi l’intera mattinata, nella terrazza della posada, per decidere quale aereo prendere. Siamo partiti la sera stessa.
A differenza dell’Europa non ci sono tante compagnie o tanta scelta. Se prendi un aereo nazionale in Brasile, questo appartiene o alla compagnia Latam o alla Azul: ho pensato che il Brasile abbia il minimo indispensabile, non numerose compagnie aeree come da noi in Europa. Due giorni dopo, quando siamo andati all’aeroporto di Recife, ho notato che i voli interni sono molto usati dai brasiliani: è una cosa molto ovvia, date le dimensioni del Paese.
Dal ristorante scendemmo per una via ripida, mentre le strade si riempivano di persone: così iniziava il pomeriggio.
Ci siamo soffermati per diverso tempo con due mendicanti. Il primo era un giovane uomo, di colore nero, molto magro, e teneva dei materassi a terra per riposare, o forse passava le notti là. Aveva dei braccialetti e me ne ha dati due che ancora porto con me, uno al polso e uno alla caviglia. Si era commosso in una maniera che ci ha tutti sorpreso, perché si è messo a piangere abbracciandomi. Ha detto qualcosa che non ricordo e non ho capito: forse era sorpreso per la mia disabilità o gli ricordavo qualche amico.
Durante tutto il viaggio abbiamo osservato i diversi colori della pelle del popolo brasiliano. Il primo mendicante era completamente nero, il secondo, più vicino ai Quattro Canti, poco più chiaro: questo era bravissimo a intessere foglie secche con le quali fabbricava dei fiori.
Il centro di Olinda sono i Quattro Canti, un nome familiare ai palermitani – a Palermo c’è una piazza che ha lo stesso nome – ma è completamente diversa. La sua forma è rettangolare, con al centro degli alberi, circondata da palazzi completamente blu: al centro della piazza un giardino con alberi molto alti. Mi sono molto incuriosito su chi potessero essere i proprietari di queste case costruite fra Seicento e Settecento, con questo blu intenso.

Al mio ritorno ho cercato libri sulla storia del Brasile e sono pochi quelli tradotti in italiano. Dal libro di Pedro Antonio Viera, Così si è fatto il Brasile[1], sono venuto a conoscenza che quei magnifici palazzi appartenevano ai proprietari portoghesi delle piantagioni di canna da zucchero. I portoghesi che avevano colonizzato quella zona diventarono molto ricchi perché si erano impossessati, come latifondisti, del territorio che andava fino a Bahia.
Oggi il turista cammina attraverso questo passato tragico molte volte senza rendersi conto di quel tempo che non c’è più. Il libro che ho appena citato racconta come si è formato il Brasile, una nazione che, come molte altre, si è costruita con le guerre tra fazioni contrastanti. Il sottotitolo – Tre secoli di invasioni, guerre, rivolte e altre calamità nel periodo coloniale fino all’indipendenza dal Portogallo – ti fa riflettere, anche se racconta di tempi a noi lontani, sulla pericolosità del Brasile che, di tanto in tanto, Gabri e Martina cercavano a fatica di farmi capire.
Per questa ragione mi dissero che andare nelle favelas era pericoloso, ma anche andare da soli; questo mi metteva un po’ di tristezza. Ricordo l’ingresso della favela di Olinda: la strada, uscendo dal cortile dove abbiamo mangiato, scendeva e poi saliva, e si diramava tra delle case, fra le palme, simile a un presepe. Purtroppo, non ci siamo potuti salire, data la pericolosità.
Volgendo lo sguardo in alto si possono ammirare i palazzi nobiliari di un blu intenso e si può percepire in qualche modo quel passato; sotto, la vita e la gente con la vita di tutti i giorni.
Siamo stati per diverse ore alla botega de vejo. Sopra le porte, le insegne con la scritta in grande PITÚ, una delle marche di birra più note del Brasile.

Abbiamo sostato là per diverse ore, bevendo birra o disegnando, parlando in portoghese e in italiano, mentre, a modo di tormentone, usciva dalle casse montate fuori Flor de Tangerina di Alceu Valença – un fiore di mandarino.
La musica è ridondante, ritmata e bella, parla d’amore e si balla in coppia con piccoli passi.

Hoje eu sonhei que ela voltava
E vinha muito mais que linda
À meia luz me acordava
Cheirando a flor de tangerina
Eu lhe amava e mergulhava
No seu olhar de onça menina
E docemente me afogava
Em suas águas cristalinas
Depois sonhei que ela voltava
E dessa vez bem mais que linda
À meia luz me afagava
E sua pele era tão fina
Quando acordei, meu bem chegava
Seria onça ou menina?
Chegar assim, de madrugada
Chegarando à flor de tangerina
[1] Pedro Antonio Viera, Così si è fatto il Brasile, Mimesis Milano 2019


Trovo particolare e anche affascinante questa attenzione ai colori! Il verde delle palme e l’azzurro del cielo, il bianco un po’ scorticato del Se e il paesaggio fatto a strisce di colori, il blu delle case vecchie e il bianco dei grattacieli, i diversi colori della pelle del popolo brasiliano, il blu intenso dei palazzi nobiliari …. Un viaggio da dipingere!
Grazie
Grazie mille