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TILLI BERTONI. UN PROFUMO DELICATO MA PERSISTENTE DI CULTURA E PASSIONE

Ci ha lasciato di recente Clotilde Bertoni. Il ricordo di una sua allieva all’università di Palermo

Tilli Bertoni fotografia web

Si dice, e non so se sia vero ma mi piace pensarlo, che il profumo stabilisca con la pelle con cui viene a contatto un legame segreto e irriproducibile: che varia insomma, anche molto, a seconda di chi lo indossa. Tilli era una di quelle pochissime persone – lo è sempre stata – che lasciano la scia di un profumo insieme intenso e delicato, persistente ed etereo. Il suo era speciale, di quelli che non si comprano. Te ne accorgevi subito.

Una delle ultime volte in cui l’avevo sentita parlare in pubblico ho annusato l’aria e mi sono detta: è lei. 

La prima volta che ho incontrato Tilli era per me la prof. Clotilde Bertoni, secondo o terzo anno del corso di laurea in Scienze della comunicazione, indirizzo giornalismo.
 Altri tempi, fine anni Novanta: tempi di lezioni dislocate a piazza Florio, via Pascoli o via Aquileia, che condividevo con un gruppo di una decina di futuri aspiranti giornalisti. Alcuni di noi lo diventarono davvero. Era quell’età di sogni e incertezze, di torte fatte in casa (già allora mi riuscivano malissimo) e di studio appassionato tra una corsa e l’altra in redazione, sostenuti da un gruppo di docenti – giornalisti e accademici – con cui avevamo un dialogo intenso, profondo. Necessario, per dei neanche ventenni che stanno decidendo di scrivere per tutta la loro vita.
 Tilli di questo gruppo faceva parte a pieno titolo. Aveva un modo di insegnare appassionato, una cultura così profonda che non lasciava spazio a esibizioni: quel profumo che forse non sapeva di indossare. Parlava delle trame dei libri e insieme del contesto con una precisione e con un amore tali (non mi riesce di trovare parole diverse) che il Modernismo, il Fantastico, lo Strano, il Meraviglioso con i loro autori e le loro storie erano lì con noi, impregnavano i quaderni di appunti. Erano lezioni che in qualche misura lasciavano storditi. Come faceva, la Bertoni, a ricordare così tanto e allo stesso tempo a riversare una passione tanto grande da farti venire voglia di leggere tutti quanti quei libri che andava sistemando nel percorso letterario, sociale, storico in cui erano nati?

Era il suo profumo, quello. Lo stesso con cui ci ascoltava o mi aspettava mentre arrivavo a piedi da un altro quartiere, rossa in viso e trafelata. Erano quelle due collane di argento e smalto che le vedevo spesso alternare, era un anello d’oro all’indice, era la sua voce e il suo modo di gesticolare. Il nostro rapporto non finì con la laurea, naturalmente, ma smise di essere quasi quotidiano. Eravamo stati i suoi primi studenti, mi diceva sorridendo, e nel frattempo era diventata Tilli. 

Quella volta, una delle ultime in pubblico, aveva citato e tradotto a memoria dal francese il testo di Georges Brassens, Le Gorille, poi ripreso in italiano da Fabrizo De Andrè. Stava dimostrando una sua tesi e lo fece brillando. Anzi. Lo fece impregnando l’aria di quel suo profumo insieme intenso e delicato, persistente ed etereo, forse sempre senza rendersene conto.
Ho chiuso gli occhi per un attimo per annusare quelle parole. È lei. È Tilly, ho sorriso.

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