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“Semiramide” di Gioachino Rossini

Al Teatro Massimo di Palermo

ph © rosellina garbo

Certamente uno degli appuntamenti, a ben ragione, più attesi fra quelli inseriti nel programma del Teatro Massimo quest’anno. Mai rappresentata a Palermo, arriva dopo oltre centocinquant’anni ed è l’esemplare momento creativo con cui il cigno di Pesaro concluse — l’ultima opera, Guglielmo Tell, appartiene infatti al suo definitivo soggiorno parigino — la sua ricca e varia produzione lirica in Italia. Dice il regista Pierre-Emmanuel Rousseau, responsabile anche di scene e costumi, che la visione dell’opera da lui proposta è influenzata dal cinema, e cita i nomi di Stanley Kubrick e Tony Scott. Il che ci porta a ricordare, per Eyes Wide Shut — film del 1999 — l’atmosfera onirica e ossessiva, a tratti estenuante, che lega i due protagonisti; mentre per The Hunger una traccia più marcata, seppure non speculare, può rintracciarsi nel personaggio di femme fatale, reso sullo schermo da una indimenticabile Catherine Deneuve. 

Ma è soprattutto la misura di mistero e di reclusione che, in «un’atmosfera stilizzata e appariscente molto anni ’80», l’ancor giovane regista — che ha già sperimentato con successo la lettura di testi lirici italiani — utilizza come pretesto di narrazione e spettacolarità, riuscendo a trovare, con parziali rivisitazioni di epoche e costumi, una sua riconoscibile amalgama. Peraltro, la splendida musica rossiniana, con le sue particolarità stilistiche, i contrasti vivaci e le agilità tecniche, ritorna più volte assai affascinante e riesce a calibrare con giusto effetto crudeltà e commozione.

Due le scene chiave: Semiramide in un ultimo frontale incontro con l’ex amante Assur, del quale è stata essenziale complice nell’assassinio del re Nino, suo marito; e l’incontro-rivelazione con il figlio Arsace perduto e ritrovato, nel quale un sentimento di purezza e il bisogno di essa riscattano, almeno in parte, l’implacabile regina di Babilonia che ancora trama per affiancarsi a un nuovo re che il popolo assiro attende.

Semiramide è figura di donna ricca di molteplici sfaccettature, di forte impatto, capace di sorprendere ed anche di sorprendersi. Ha ispirato scrittori noti e meno noti, italiani e stranieri; ma forse, come è stato detto, non ha ancora il suo autore. Non è prodotto di una storia né soltanto dell’arte. Più che mito, va ricondotta al racconto fantastico che ne traccia la sorte: figlia di una dea mutata in colomba, cresciuta da un pastore, diverrà moglie di un re e regina di una mirabile città.

Forse ebbe mano più felice Voltaire, al cui testo si riconduce — nel libretto di Gaetano Rossi — la versione del melodramma in scena al Teatro Massimo sino a domenica 18: un’opera che costringe, ma al tempo stesso esalta, un personaggio che chiede tuttora di essere interrogato nella sua dimensione interiore. E se ci si riferisce a Voltaire non solo come a uno dei più influenti filosofi e scrittori dell’Illuminismo, ma anche per le sue battaglie politiche e religiose, ben si spiega come la parola “politica”, insieme a “romantica”, sottolinei la presentazione dell’opera. Tuttavia, se per la lotta al potere — sino alla crudeltà e alla cancellazione etica, tra intrighi e compromessi — si volesse, come spesso oggi accade, riferirsi a nostre drammatiche attualità, conviene essere cauti. Ogni richiamo politico può risultare facile o casuale.

Meglio, di fronte alla bella occasione che ci è stata offerta, godersi la splendida ouverture del grande Rossini, il bel canto e il gioco virtuosistico delle voci, le sue audacie musicali. E la dedizione di ogni interprete che, nella prima serata, ha dato il meglio delle proprie capacità: l’autorevolezza di Vasilisa Berzhanskaya, la bravura e la sensibilità di Chiara Amarù,palermitana doc che, dopo il Conservatorio della sua città, si è specializzata nel repertorio rossiniano e belcantistico; e Francesca Cucuzza, anch’essa palermitana, assai applaudita nelle sue precedenti interpretazioni, come Lola in Cavalleria rusticana. Nei non facili ruoli maschili, Mirco Palazzi (Assur) e Maxim Mironov (Idreno). Nudo e coloratissimo nel rappresentare l’ombra del re Nino, Adriano Gramigni. Grande ovazione finale per uno spettacolo sviluppatosi in circa quattro ore e per l’ottimo direttore Christopher Franklin, che sin dall’inizio ha dato vigore e trasparenza all’orchestra e al coro preparato dal maestro Salvatore Punturo.

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