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Pescatori in via di estinzione anche a Ustica

Un mestiere antico che rischia di scomparire, ma anche la ricerca di nuove prospettive. Da Ustica, il reportage di M.Laura Crescimanno racconta la crisi della piccola pesca artigianale e le opportunità che possono nascere dalla tutela del mare.

Renato Mancuso, anziano pescatore usticese, di giornate di pesca ne ha vissute parecchie. Andava a pescare con suo padre quando si usciva a vela a gettare le reti prima che le barche avessero i motori.  Ricordi che ha stampati negli occhi, accesi di gioia quando si parla di mare, scritti sulle rughe del volto scurito dal sole.  Classe 49, la mattina con il primo caldo di giugno è già arrampicato su una scala giù al porto per stuccare la prua dell’Uragano, un peschereccio d’ altura che dovrebbe andare alla pesca del pesce spada.  L’ Urgano II, al contrario, è pronto da mesi per la demolizione: con lui scompaiono lunghi anni di vita e di ricordi – ci racconta – quando si usciva in venti persone di equipaggio e si restava a mare per giorni…Pescare era ancora un lavoro dignitoso, come lui stesso lo definisce. Oggi al contrario non è più così. 

Gli chiediamo perché la pesca è un’attività artigianale che va a morire, sapendo bene che la sua storia è comune a quella di molti altri pescatori delle isole minori. Testimonianze simili si ripetono ormai in molte piccole marinerie del Mediterraneo. A mare c’è sempre meno pesce pregiato, gli esperti lo confermano da anni, il cambiamento climatico sta accelerando l’intromissione di specie aliene distruttive, come il granchio blu e il vermocane che compare nei nostri mari, perfino sui fondali di Ustica, che sono sempre più caldi. A questo si aggiunge che la burocrazia è troppo complessa i costi di gestione e di carburante alle stelle. 

A Ustica, piccola perla vulcanica a largo delle coste di Palermo, c’è da 40 anni la prima l’AMP d’ Italia e forse da qui potrebbe ripartire una possibilità di rilancio della piccola pesca artigianale. I pescatori potrebbero diventare, per parte dell’anno, ambasciatori dell’ambiente e lavorare per il turismo sostenibile. Non sembra ci possano essere molte altre alternative. Un primo segnale positivo c’è: alcuni giovani di seconda generazione si stanno riorganizzando nella nascente cooperativa dei pescatori di Ustica, anche se saranno solo quattro o cinque le barche rimaste con una licenza operante. 

 “La pesca a Ustica è in via di estinzione.I pescatori si stanno riducendo di numero, i giovani non continuano il mestiere dei padri: sono solo una decina le famiglie ancora attive. I giovani non vogliono più alzarsi all’ alba e andare a mare a gettare le reti come abbiamo fatto noi per una vita. E dire che ci siamo adeguati, abbiamo dismesso le reti derivanti dal 2014 come indicato dalle norme europee, per salvaguardare i cetacei.  Il mare è la nostra casa, questo è stato il nostro lavoro, ma adesso tutto sta cambiando, troppa tecnologia a bordo, costi di gestione insostenibili per personale e carburante”.  Si sfoga così Renato Mancuso – padre di quattro figli maschi avviati al lavoro in mare, diplomati all’ Istituto Nautico, ma che hanno preso strade diverse. 

Suo nipote Massimiliano, sulla banchina del porto di Santa Maria, imperturbabile stende le reti al sole e le controlla con gesti veloci di piedi e mani. “Come ci sentiamo noi giovani dell’isola? Come carcerati, eppure siamo all’ aperto, ancora liberi… Restano solo cinque barche attive per la pesca artigianale, così abbiamo deciso di creare una cooperativa sperando di accedere a fondi regionali.” La speranza è di collaborare con l’Amp, per progetti di monitoraggio ambientale e pulizia dei fondali, per i quali sono già previsti incentivi economici dal fondo europeo regionale per la pesca Feamp.

Ce lo conferma il direttore dell’ Amp Davide Bruno, che da tempo si schiera a fianco dei pescatori e li ha già coinvolti nel progetto di monitoraggio del piccolissimo gambero di grotta locale, il parapandolo, conclusosi a metà giugno, e in quello del recupero delle reti abbandonate accidentalmente, Ghost Net.  “E’ da anni ormai evidente che a Ustica sopravvive solo la piccola pesca artigianale, quella con gli strumenti sostenibili, con barche entro i dieci metri che utilizzano il tramaglio e il palangaro, reti con maglie molto ampie che evitano il così detto by-catch.   Abbiamo di recente fatto censimenti sugli stock ittici dell’ Amp con la Stazione Anton Dohrn, che ha certificato la buona presenza di specie locali e pelagiche, cernie, lampughe, ricciole e sauri”.

 La biologa marina che lavora all’ AMP di Ustica, Elena Principato, ci ha spiegato come a giugno i pescatori abbiano collaborato allo studio relativo alle tecniche di pesca del gamberetto locale.  Lo scopo è stato quello di analizzare le differenze di efficienza di cattura tra due tipologie di nassa, quella in plastica o in giunco, considerando sia il numero di individui sia la biomassa catturata, ma anche quella di esplorare la possibile reintroduzione degli strumenti tradizionali, più sostenibili, nell’ambito della piccola pesca artigianale. 

Dunque il futuro ci sembra, e non solo ad Ustica, quello di collaborare per proteggere e salvare la biodiversità marina, tutti insieme, uniti verso un obiettivo comune. 

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