- 

Perché si ha diritto a vivere felici

Su Le Leonesse di Vergine Maria di Vanessa Ambrosecchio

Ci sono siciliani di scoglio – scriveva, se non erro, Vittorio Nisticò, a sottolineare il complesso rapporto che gli isolani hanno con radicamento e sradicamento – e siciliani di mare aperto. Ma ci sono siciliani, i palermitani, in particolare, a cui il mare – suggerisce Vanessa Ambrosecchio nel suo nuovo, prezioso libro, Le leonesse di Vergine Maria, edito da Mesogea – a cui il mare è sottratto o nascosto. Ai palermitani è interdetta l’immagine dell’infinito, dunque, la possibilità di viaggiare responsabilmente verso orizzonti gentili e comunitari. Ai palermitani – ci avverte Ambrosecchio con un testo che recupera episodi di cronaca risalenti al 1964 e al 1979 – è imposto un respiro soffocato, inquinato da sordidi interessi, rapace malaffare e cinica incuria. I palermitani si destinano alla rinuncia e all’indifferenza, a ritenersi nuddu immiscatu cu nenti.  Eppure si danno e si sono dati moti di protesta. Resistenze e speranze che non danno per vinte. Di uno di questi moti – ripetutosi sostanzialmente due volte a distanza di anni –  al vitalissimo desiderio di non soffocare nella più triste rassegnazione, dà voce, alternando agilità di dettato a rimandi quasi epici, il lucido e appassionante racconto di Ambrosecchio. A Vergine Maria due volte si disse no all’incuria e alla prepotenza. E furono le donne a guidare la rivolta. Perché, come l’autrice fa dire, in discorso indiretto, a Iole Taormina, una delle ribelli, “siamo state così fin da piccole: pronte alla rivendicazione dei diritti, alla manifestazione del dissenso. […] Perché a casa Taormina, tra il severo principio della realtà della madre e il dettato dell’utopia del padre non c’è iato”. Un autobus, in una sorta di lungo carrello in stile cinematografico, fra curve e rettilinei, tra fermate e ripartenze, conduce la narratrice/personaggio, a Vergine Maria, lì dove l’utopia si fece, almeno per qualche tempo, storia: La borgata in cui, un tempo, gli abitanti, “felici di vivere”, duravano, in tenera simbiosi con la natura, in una sorta di Eden russoviano – dove “la montagna (era) prodiga quanto il mare di inopinate prelibatezze – si è trasformata in un Paradiso perduto e scempiato, dove “quello che è un mare limpido e pescoso e un fondo verde d’alghe è ora acqua torbida e fondali aridi”. Nei Sette contro Tebe, Eschilo a indicare la condizione di sfacelo etico e sociale in cui era precipitata la città, coniava una metafora: un’onda di terradefiniva, infatti, l’esercito che sconquassava Tebe. Un mare di calce è la metafora scelta da Ambrosecchio per condensare, anche lei in un ossimoro, la disfatta di Palermo. Il mare è infatti ridotto a luogo di scarico, di sversamento delle macerie prodotte dai bombardamenti della seconda guerra mondiale. Due volte le donne capeggiano una rivolta che vuol dire rivendicare il diritto ad essere felici di vivere. Prima nel 1964 – erano gli anni “di bulimia edilizia, di foia espansionistica, mercenaria e corruttiva”, e la città cresceva senza piano regolatore – quando i camion pieni sino all’orlo e più di materiale di risulta correvano per le strade di Vergine Maria, per raggiungere in fretta e furia la zona di scarico, e un Fiat 682 si fa bomba e detonazione e di carambola in carambola investe e uccide due bambini. “La gente di Vergine Maria ha il sangue agli occhi”, non ne può più di sopportare sfregi e dolore e “in più punti si schierano blocchi spontanei per impedire ai camion di passare”. La protesta sembrò aver successo, ma già l’anno dopo della discarica – “sarà eliminata? Resterà dov’è?”  – non si parlò più. Nel 1979 la giunta comunale decide che Vergine Maria deve tornare la pattumiera di Palermo. Tutto cambia per non cambiare, dunque, in questa terra? La sentenza di Tomasi di Lampedusa è una pietra tombale sulle speranze e i diritti di questa città?  Le donne di nuovo non ci stanno, riorganizzano una protesta, si meritano l’eponimo di leonesse di Vergine Maria perché fiere e coraggiose non rinunciano a difenderli diritti e speranze, e dopo le barricate in strada, occupano la Sala gialla del Palazzo di città, e il sindaco se la dà a gambe alla chetichella, e la folla gremisce la piazza delle Vergogne e si intonano canti tradizionali, Bella ciao, l’Internazionale e qualche Ave Maria, perché la città si apre al futuro e non intende più ristagnare in una morta gora. 

Fotografia dal web – spiaggia di Vergine Maria

È un trionfo: la giunta cede e Vergine Maria non sarà più u’Scariaturi, che s’alza e s’allunga come una firma, la proterva rivendicazione di uno stupro. Le pagine del testo brillano, così, di una febbrile temperatura epica, e ci si sente trasportati ai tempi della rivoluzione francese. Ma lo sfregio è rimasto, perdurano amare consapevolezze: di avere fermato uno scempio e di averlo fatto troppo tardi. In questa città, sempre e per sempre, tutto precipita come in una cacciata dall’Eden?

Se si scrive e si fa letteratura – pare suggerirci Ambrosecchio, con la grazia di una scrittura che su parole e frasi di levigata tornitura sa distendere una lunare luminescenza di sogno – è anche per scongiurare che speranze (la tensione, cioè, a che il mondo sia più giusto e gentile) e memoria siano seppellite in un mare di calce. Non di atti mancati – la iattura in cui spesso si crogiola questa città – ma di atti rammemorati per non strangolare il possibile, ci narra questo libro. Se le pagine poste quasi a conclusione descrivono un immaginario viaggio a ritroso che l’autobus dell’inizio percorre lungo le vie di una città risanata, non posso, perciò, non pensare al sogno ad occhi aperti di Ernst Bloch, quello che “non permette che ci si accontenti del cattivo presente, appunto non permette che ci si faccia rinunciatari”.

Condividi questo articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *