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La libertà ha il volto dell’Iran

Fotografia – Artin Bakhan on Unsplash

“Se in un luogo la verità viene soffocata, altrove il respiro della libertà si fa più corto. E allora nessuno, in nessun angolo del mondo, è al sicuro: né in Iran, né in Europa, né in America, né in nessun punto di questo pianeta” così il regista iraniano Jafar Panahi ha aperto la 38ª edizione degli European Film Awards a Berlino lo scorso 17 gennaio.

L’Iran è da molti anni un Paese piegato da meccanismi interni di controllo e da una rete di spionaggio feroce, sorretto da una giustizia di Stato che si richiama alla Sharīʿa, applicata in nome di Dio ma mai a tutela degli esseri umani. È una nazione segnata dalle sanzioni economiche imposte a partire dal 1979 e da una corruzione sistemica che ingrassa le élite di uomini e donne al servizio dell’Ayatollah. Appare ormai evidente che il regime degli Ayatollah e dei pasdaran, dopo aver abusato senza scrupoli delle vite delle persone nel tentativo di allevare sudditi docili, si sia invece ritrovato a fare i conti con dei leoni che purtroppo stanno morendo in massa. 

Quella degli iraniani è una diaspora silenziosa, che raramente conquista l’attenzione dei media e resta visibile solo negli interstizi delle società occidentali contemporanee, dove molti hanno trovato una seconda casa, talvolta persino accogliente, ma mai vasta quanto la madrepatria lasciata alle spalle. Non esistono dati ufficiali sul tasso di abbandono del Paese, ma la portata del fenomeno emerge chiaramente dalle stime dell’OCSE, che registrano aumenti vertiginosi di anno in anno. Tra il 2020 e il 2021, ad esempio, il numero degli emigrati è passato da circa 48.000 a 115.000 persone, con un incremento del 141 per cento in un solo anno.

Nel corso dell’ultimo anno ho avuto modo di avvicinarmi a una delle tante comunità di iraniani, presente a Torino da pochi anni. L’espediente è stata una relazione con un ragazzo appartenente a questa comunità, che più che una comunità era un gruppo di persone provenienti da regioni anche molto lontane e profondamente diverse tra loro. Alcuni arrivavano da Teheran, l’attuale capitale; altri dal Kurdistan iraniano; altri ancora dalla regione del Golestan. La persona con cui mi frequentavo proveniva da Esfahan, antica capitale durante la dinastia safavide e in altri momenti alterni della storia persiana.

Con mia grande sorpresa, ho potuto constatare la grande gentilezza di queste persone e il tatto che le accomunava, senza distinzione di genere, nel modo di porsi con un garbo luminoso e un’educazione ormai rare nelle nostre società “occidentali”. Ho apprezzato, oltre ai modi così rispettosi e al tempo stesso appassionati, una sofisticatezza sottile, fatta di equilibrio nella gestione delle relazioni sociali e di autentica capacità di ascolto dell’altro. Allo stesso tempo, però, non sono mancati momenti di attrito, dovuti a differenti gradi di distanza che definirei culturali, senza alcuna accezione negativa. In alcune circostanze avevo l’impressione che non mi fosse riservata una particolare simpatia: l’avvio delle relazioni era cordiale e persino sincero, ma, superato il primo incontro, tutto sembrava dover essere ricostruito da capo. Mi accorgevo che non rimaneva traccia delle conversazioni precedenti, perché ogni volta si ripartiva come da un primo approccio, e probabilmente così sarebbe stato finché non si fosse raggiunto un livello di amicizia profonda e stabile. Un’esperienza del tutto diversa rispetto a quella vissuta con la persona con la quale uscivo, con la quale invece si era instaurato quasi immediatamente un grado di confidenza molto intenso, sorprendente per una frequentazione di quel tipo. 

A questo quadro si aggiungeva un ulteriore elemento di distanza: la necessità di comunicare esclusivamente in inglese, poiché nessuno di loro parlava italiano. All’inizio questa scelta linguistica aveva un fascino particolare, perché ci costringeva a un’attenzione maggiore alle parole e mi dava l’impressione di una comunicazione più autentica e consapevole. Con il tempo, però, il divario linguistico si è trasformato in un limite significativo: vivere in Italia senza conoscere l’italiano, infondo, si sa, è un’esperienza profondamente avvilente.

A partire da una tenace resistenza nell’apprendere la lingua che vedevo in queste persone – come se vivere in Italia non fosse per loro particolarmente esaltante -, ho iniziato a interrogarmi su come la volontà di lasciare il proprio Paese possa convivere con quella di non integrarsi pienamente nel contesto di arrivo. Senza alcuna pretesa di generalizzazione e riconoscendo tutte le necessarie sfumature, da questa esperienza personale ho ricavato l’impressione di un distacco dalla propria terra certamente non voluto, ma talvolta persino rifiutato, fino al punto di respingere ogni forma di integrazione nel Paese scelto, o imposto, come nuova dimora. Ma come si può abitare davvero un luogo quando esso resta soltanto lo spazio del riposo, mentre la vita autentica continua a scorrere impetuosa nelle vene, forse confinata in un altrove mentale, lontano dallo sguardo degli altri?

Un dilemma questo tipico del problema della migrazione con il quale ho imparato a relazionarmi finché non ho sentito che questo paradigma stava diventando una narrazione preponderante e una voce dentro la mia vita in qualche modo fuorviante rispetto ai miei desideri. È per questa ragione che con un po’ di amarezza ho infine scelto di proseguire per la mia strada.

Stando accanto a questi ragazzi, tutti indistintamente dotati di una straordinaria bellezza interiore oltre che esteriore, ho compreso molto della loro cultura. Ospitali e cordiali, compagni gioviali, amanti premurosi, amici sinceri, socievoli e generosi. Eppure, quando il discorso si spostava sulla politica o sulla società, emergevano delle incongruenze. In quanto persone profondamente assetate di libertà tengono a questa aspirazione più di quanto facciamo noi, che viviamo in contesti nei quali diverse forme di libertà sono comunque garantite (fino ad ora almeno). Ma molto spesso, quando un popolo è costretto a vivere sotto una repressione costante e pervasiva, diventa difficile persino immaginare come conquistare la libertà, perché in simili condizioni non si conosce più nemmeno il volto che essa potrebbe avere. La stessa cosa vale, oltre che per la libertà, anche per l’elezione di una forma di governo, laica, che si avvicini ad una democrazia, la peggiore forma di governo ad eccezione di tutte le altre, come la definiva Wiston Churchill. 

Credo che sia anche per questo motivo che oggi in molti reclamano a gran voce il ritorno del figlio dello Scià di Persia, Reza Pahlavi, in esilio negli Stati Uniti da quarantasette anni: non perché vi sia la certezza che egli non possa trasformarsi, a sua volta, in un nuovo satrapo, ma perché, nell’attuale situazione, forte è la speranza che una figura esterna al Paese possa sostenere la causa del popolo iraniano. È chiaro, tuttavia, che un sostegno efficace non può che passare attraverso un intervento che abbia anche una dimensione istituzionale. Da solo, il popolo, non farebbe che andare incontro al massacro, senza alcuna soluzione di continuità.

A valle di queste proteste, si contano più di 36 mila morti (da quando ho iniziato a scrivere questo articolo il numero delle vittime è aumentato di sette volte in pochissimo tempo), e il numero continua tristemente ad aumentare di ora in ora. I loro volti restano in gran parte sconosciuti; solo alcuni iniziano ad emergere grazie al lavoro instancabile delle ONG, che con enorme difficoltà cercano di ricostruire quanto sta accadendo nelle strade dell’Iran, mentre il regime tenta di mantenere tutto avvolto nel segreto.

La domanda sorge inevitabile: come può un Paese esercitare una tale crudeltà contro i propri abitanti? Come può un padre arrivare a massacrare i propri figli? Oggi assistiamo a una perdita incommensurabile di energie vitali, un massacro feroce del potenziale di cambiamento racchiuso nelle giovani vite spezzate.

D’altro canto, la possibile (e speriamo probabile) caduta del regime islamico rappresenta una seria minaccia agli equilibri e agli interessi strategici dell’intera area mediorientale e proprio per questo potrebbe essere ostacolata dai Paesi confinanti, a partire dai ricchi e potenti Emirati Arabi. Eppure, la rivoluzione è ormai iniziata e, sebbene il prezzo da pagare sia altissimo, diventa necessario manifestare vicinanza a questo popolo, affinché nessuno debba mai più perdere la vita in nome della libertà.

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