GIUSTIZIA E COSTITUZIONE: OLTRE IL TIFO DA STADIO, ALLA RICERCA DI UNA SCELTA CONSAPEVOLE

Il referendum sulla giustizia è uno di quei temi che molti evitano perché percepiti come tecnici, complessi, “non “per tutti”. Io credo invece che sia proprio questa percezione a rendere pericolosa l’indifferenza. La giustizia riguarda l’equilibrio tra i poteri dello Stato e i diritti dei cittadini, e rinunciare a capire, anche solo nei suoi tratti essenziali, significa rinunciare a una parte della responsabilità democratica che ciascuno di noi ha.
Per questo trovo necessario ascoltare con attenzione le ragioni del Sì e del No, cercando di tenersi lontani da pregiudizi e semplificazioni politiche. L’idea che votare No significhi automaticamente essere di centrosinistra e votare Sì equivalga a sostenere il centrodestra o l’attuale governo è una forzatura che svuota il dibattito e lo trasforma in una scelta identitaria. È una strumentalizzazione che non aiuta a capire il merito delle riforme e che, anzi, rischia di alimentare ulteriore sfiducia e astensionismo.
Si parla spesso di separazione delle carriere come se fosse una novità radicale, quando in realtà la distinzione tra funzioni esiste già. Il vero nodo riguarda piuttosto l’assetto dell’autogoverno della magistratura e le sue conseguenze istituzionali, ma questo aspetto viene raramente spiegato in modo trasparente.
Un altro punto cruciale è quello del sorteggio e della creazione di due organismi distinti. Chi sostiene il NO teme una politicizzazione eccessiva, dal momento che è prevista una presenza significativa di componenti di nomina politica, potenzialmente espressione della maggioranza di governo del momento. Ed è una preoccupazione che condivido: se nei due nuovi CSM la politica avrà un peso determinante non avremo sconfitto le correnti, avremo semplicemente spostato il controllo dalla magistratura ai partiti. E questo sbilanciamento preoccupa chiunque abbia a cuore l’equilibrio dei poteri.
Chi sostiene il SI, invece, vede nel sorteggio uno strumento per ridurre il peso delle correnti che oggi condizionano in modo evidente il funzionamento degli organi di autogoverno. Anche questa posizione ha una sua coerenza, perché il problema delle correnti esiste ed è stato ampiamente documentato. Il confronto, quindi, dovrebbe stare qui, su questi nodi reali, e non su narrazioni semplificate o retoriche della campagna referendaria, tra le quali promesse di processi più rapidi, maggiore sicurezza, lotta all’impunità. Argomenti che possono funzionare sul piano comunicativo ma che hanno poco a che vedere con i quesiti referendari e che rischiano soprattutto di confondere i cittadini.
Agli aspetti tecnici già menzionati, aggiungo altri due aspetti che raramente vengono affrontati con la dovuta chiarezza. Il primo è che questo referendum non interviene su una legge ordinaria, ma modifica la Costituzione italiana. Cambiarla non dovrebbe mai essere il risultato di una spinta politica contingente o di una maggioranza di turno, né tantomeno l’esito di una campagna polarizzata e semplificata. A questo proposito, trovo illuminante la riflessione che Stefano Menichini ha proposto su Linkiesta. C’è il rischio concreto che la Costituzione venga impugnata non come la casa comune da manutenere con cura, ma come una “clava propagandistica” da abbattere sulla testa degli avversari. Quando si toccano gli equilibri costituzionali, non si dovrebbe agire a colpi di maggioranza per segnare un punto politico o per vendette postume contro la magistratura. La Costituzione dovrebbe unire, non essere il terreno di scontro per una campagna elettorale permanente.
Il secondo aspetto, più generale, è che il referendum popolare sta progressivamente perdendo la sua natura originaria. Un referendum dovrebbe chiamare i cittadini a esprimersi su questioni comprensibili, sulle quali ciascuno possa formarsi un’opinione informata in maniera semplice. Sempre più spesso, invece, viene usato come strumento politico per rafforzare o indebolire una parte, con il risultato di allontanare ulteriormente le persone dalla partecipazione democratica. Ed è un paradosso triste: nel momento in cui tutti dichiarano di preoccuparsi della disaffezione dei cittadini, si contribuisce concretamente ad aggravare il problema.
Anch’io ho ancora dubbi e continuo ad ascoltare gli addetti ai lavori con posizioni diverse. Ma una cosa mi è chiara: rifiuto di vivere questo referendum come un atto di fede politica o come una resa dei conti tra schieramenti. Il mio voto – qualunque sarà – non potrà essere un segnale di appartenenza, ma dovrà riguardare una mia personale opinione formatasi sul merito delle scelte istituzionali sull’equilibrio tra i poteri dello Stato. Proprio quando tutti sembrano schierarsi per partito preso, vale la pena di mantenere la calma e decidere con la propria testa.

