Libia, terra di conflitti e di antichi sapori

1 ottobre 2019 di: Silvia Romanese

Ogni anno a dicembre al centro di piazza Bologna, cuore del quartiere Nomentano-Italia a Roma, si accendono le luci del candelabro a otto braccia per la festa di Chanukkah, segno della presenza di una numerosa comunità ebraica. In una strada poco lontana anni fa un cinema è stato trasformato in sinagoga di rito tripolino, così come alcuni ristoranti ripropongono ricette kasher della cucina ebraico-tripolina.

Fino al 1940 in Libia erano presenti circa 40 mila ebrei, successivamente molti emigrarono verso il neonato Stato di Israele. Ma fu nel 1967 che, in seguito alla guerra dei 6 giorni, la situazione politica precipitò e la restante comunità di circa 4 mila persone si venne a trovare improvvisamente in grave pericolo. Migliaia di famiglie in fuga si concentrarono all’aeroporto di Tripoli e fu anche grazie al coraggio di una hostess Alitalia, Floriana Zappoli, che molti riuscirono a raggiungere il nostro Paese e quindi Roma. Tra essi c’era un ragazzo allora dodicenne, Hamos Guetta che oggi è un imprenditore nel campo della moda.

Partendo dalla sua passione per la cucina e dal ricordo dei sapori e degli aromi che avevano accompagnato la sua infanzia ha deciso negli ultimi anni di raccontare la sua storia e quella di una comunità estinta attraverso il cibo e quei piatti che appartenevano alla tradizione kasher tripolina, tramandati dall’antica sapienza di generazioni, quando nelle famiglie per ogni ricorrenza, ogni festa si preparavano pietanze particolari. Hamos afferma di aver voluto così “trasformare la sua patria in cibo”, inteso come patrimonio di una intera comunità, attraverso quel potere magico che hanno i profumi di riportarci ad un tempo lontano, in una realtà che sentiamo appartenerci ed in cui possiamo ritrovare la nostra identità più autentica. I suoi sono piatti della memoria che riaffiora, come per alchimia, ogni volta che si mescolano gli ingredienti.

Ecco allora che il modo migliore per andare a cena in un ristorante ebraico-tripolino è quello di mettersi seduti a tavola come ospiti di riguardo a casa d’altri, con rispetto e riconoscenza. Ciò che il menù propone non sono soltanto pietanze vagamente etniche, ma il racconto di una storia d’amore: sorseggiando un gradevole tè con foglie di menta ed arachidi ascolteremo la descrizione minuziosa dei piatti, ingredienti, tempi e sistemi di cottura.

Fino ad ora a raccolto circa 150 ricette, molte delle quali caricate anche sul sito di Italia ebraica che costituisce un punto di riferimento per tutta la comunità affinché le tradizioni non si perdano, ma continuino a vivere a beneficio anche delle nuove generazioni.

2 commenti su questo articolo:

  1. Rosa ha detto:

    Interessante articolo. La cultura di un popolo si tramanda anche a tavola. Le famiglie si riuniscono condividendo il cibo che ha accompagnato la storia dei commensali e che ha allietato il palato e migliorato l’umore per generazioni. Da sempre le pietanze che abbiamo amato da bambini e ritrovato da adulti ci hanno dato quel senso di sicurezza e di appartenenza che ci fa sentire a casa.

  2. noemi Massa ha detto:

    io sono una mezzosangue ebrea l’articolo è profondo al limite della commozione

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