Campo di stermino a Trieste: Risiera San Sabba.

10 giugno 2019 di: Sibilla Gambino

Giannina Bordignon ebbe la colpa di sposare un ebreo: Aldo Sereni. Fu arrestata insieme al marito e ai figli Paolo, Ugo ed Elena a Venezia nel 1944. Trasferiti immediatamente nella risiera di San Sabba, Trieste. Solo Paolo fece ritorno dall’inferno.
Il corpo di Giannina torturato, mutilato e forse ancora in vita fu gettato nel forno crematorio.
Sì, il forno crematorio c’era anche in Italia.
Risiera San Sabba a poche centinaia di metri da Trieste, tanto vicina che le guardie del campo prendevano l’autobus numero dieci per raggiugerla. Tanto vicina che le SS trasmettevano attraverso gli altoparlanti Lili Marlene a tutto volume per non far udire ai cittadini le urla strazianti dei condannati. Tanto vicina che quando soffiava lo scirocco l’odore acre di carne e capelli bruciati rendeva irrespirabile l’aria in città.
La risiera San Sabba era sotto il controllo di un italiano. Un triestino: Odilo Globočnick. Quello che diresse i lavori dei campi di sterminio di Belzec, Sobibor e Treblinka, per intenderci. Quello che fu stretto collaboratore e amico fraterno di Reinhard Heydrich conosciuto come il “macellaio di Praga”, quel Reinhard che diresse la conferenza di Wannesse orchestrando la soluzione finale degli ebrei, sempre per intenderci.
In risiera San Sabba i detenuti, ebrei, partigiani, antifascisti, dissidenti politici, rom, ammassati fino a sei nelle celle due metri per due poste al pian terreno, aspettavano la loro ora tenendo d’occhio attraverso lo spioncino il portone verde del “garage della morte”. Una ex autorimessa nella quale veniva immesso gas mediante un apposito automezzo di scarico fatto venire dalla Germania.

I corpi gasati, secondo le stime circa cinquemila, venivano poi bruciati nel forno crematorio limitrofo, un tempo essiccatoio del riso poi sapientemente modificato.
Gli altri prigionieri della risiera, circa venticinquemila, vennero smistati tra i campi di Auschwitz, Sobibor, Bergen-Belsen o Ravensbrük.
La ciminiera e l’annesso forno crematorio di San Sabba vennero fatti saltare in aria dalle SS (anche italiane) la notte tra il 29 ed il 30 giugno del1945 nel tentativo di eliminare prove dei loro crimini.
La risiera San Sabba rimase nell’oblio per più di trent’anni, nonostante le numerose denunce di testimoni e sopravvissuti.
Solo nel 1976 le coscienze si svegliano e il 16 febbraio ha inizio il processo per i responsabili dei crimini perpetrati nel campo di sterminio italiano. Ormai però i principali imputati hanno lasciato l’Italia per nazioni più accoglienti: Brasile, Argentina, Venezuela, Cile. Altri sono stati giustiziati dai partigiani e altri ancora morti per cause naturali. Ne rimangono solo due: August Dietrich Aller che sembra sia morto qualche mese prima del processo e Joseph Oberhauser, che continua a vendere birra in Baviera perché gli accordi italo-tedeschi non prevedono estradizione per crimini commessi prima 1948. Il banco degli imputati rimane così vuoto e la condanna all’ergastolo per Oberhauser decade. Morirà sereno, fra le sue birre in Baviera nel 1979.
Giannina Bordignon e le altre cinquemila vittime bruciate nel forno crematorio della Risiera San Sabba non avranno mai giustizia.
Ma i loro resti, mescolati alla cenere che le SS in quegli anni di orrore raccoglievano dal forno riempiendo migliaia di sacchi e riversavano sul litorale triestino, continuano tutt’oggi ad essere rinvenuti.

2 commenti su questo articolo:

  1. Daniela ha detto:

    In Italia? Incredibile…

  2. Filomena ha detto:

    Che tristezza! Ma i libri di storia sono aggiornati?

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