Maria Messina: il linguaggio delle mani.

28 novembre 2018 di: Margherita Cottone per Archivia

Molte donne non riescono a leggere i testi di Maria Messina,  prolifica scrittrice siciliana, vissuta tra il 1917 e il 1944, ma costretta al silenzio dal 1928 a causa di una grave malattia. Li trovano tristi, angoscianti con le sue donne solitarie, intente a ricamare alla finestra di anguste e fredde abitazioni, ad accudire silenziosamente figli, mariti o vecchi genitori oppure sfinite dal lavoro dei campi. Ma raccontare Maria e le sue donne ha significato per me raccontare innanzitutto ciò che per lei costituì l’evento cardine della sua vita appartata e solitaria, cui lei resta sempre, come scrive, “un po’ selvatica, un po’ estranea”, vale a dire l’avventura della scrittura. Grazie ad essa riuscì a riscattare il silenzio delle sue donne, dando loro voce attraverso la rappresentazione del loro diverso linguaggio, quello del corpo.  Le donne dei suoi scritti, infatti, parlano con gli occhi e  con lo sguardo,  ma  soprattutto  con le mani. Le mani delle donne non sono solo gli strumenti del loro lavoro, ma anche del loro rapporto con se stesse e con il mondo, sono immagini simboliche della loro quotidiana fatica, del loro “ricamare” e “tessere” una vita da cui, soprattutto nei primi testi (Pettini fini, Le briciole della vita) sembrano comunque escluse, rimanendo sempre sulla soglia, vittime sacrificali di un’immutabile società patriarcale. Anche quando diventano strumenti di riscatto e di emancipazione sociale, come nel caso di Severa, una modista, donna abile e volitiva, protagonista del romanzo L’amore negato, esse finiscono per essere causa del suo isolamento e della sua rovina. Le mani sono anche rivelatrici di segrete emozioni, tradiscono i moti dell’animo con il loro tremore improvviso o il violento intrecciarsi o anche il solo riposare tranquillo sul grembo.  Delle “ragazze siciliane”, come recita il titolo di una raccolta di racconti, ben poche però ritengono di potere migliorare la loro condizione attraverso un lavoro intellettuale. Come scrive la stessa Maria Messina nel Congedo in Ragazze Siciliane, si tratta per lo più di donne che “non vivono nelle grandi città siciliane dove le giovinette si preparano a lottare – né più e né meno come le loro compagne d’oltre mare. No. Esse vivono in piccoli paesi chiusi e sperduti, dove l’abitudine segna un ritmo eguale”. Il lavoro delle donne così è spesso merce da sfruttare all’interno di una società rozza e patriarcale oppure attività da nascondere nel ceto nobile e alto borghese, in ogni caso non ha valore, come poco valore hanno i loro bisogni e i loro desideri. Solo, nella produzione più tarda le mani delle donne diventano simbolo della capacità di femminile di crearsi un proprio destino, che si delinea all’orizzonte come un’esile speranza di rinnovamento e di rinascita. Ma sono eccezioni e Maria Messina non ebbe il tempo di maturare e descrivere una così diversa consapevolezza di sé.

 

1 commento su questo articolo:

  1. rita ha detto:

    Scrittrice straordinaria, dai più poco conosciuta, che si esprime con una prosa verista nella quale gli eventi narrati impattano con l’animo femminile.

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