Lina Caffaratto Colajanni

16 novembre 2018 di: Angela Lanza per Archivia

Non è facile parlare in 30 righe di Lina Caffaratto Colajanni. I miei incontri con lei sono iniziati qualche anno prima della nascita di Archivia, spinta dalla consapevolezza che perderne il racconto sarebbe stata una grave lacuna per la nostra Storia. Alla nascita dell’associazione ho intervistato i figli Giorgio e Emilia e Angela Militello, una delle più anziane iscritte all’UDI, e adesso le registrazioni e il racconto di lei, delinato attraverso tanti tasselli, sono conservate ad Archivia. Lina nasce a Bicherasio, in Piemonte, nel ’22 da una famiglia di piccoli agricoltori; fin da piccola ama leggere ed è sicura che da grande farà la maestra. Con molto malumore della madre che la vorrebbe vicino a sé nella conduzione del podere, Lina studia e finisce le scuole superiori in un collegio di suore. Il senso che Lina da ai suoi studi non è quello di conquistare una cultura dimenticando il rapporto con l’altra/o ma è non smarrire la profondità degli avvenimenti fra le persone  e rimanere in una chiarezza di percorsi e relazioni. Finiti gli studi, lascia il convento e tornando a Bicherasio è coopatata dal comune e lì, ancora giovanissima, si spende per aiutare, chiarire, cambiare. Siamo in piena guerra, Lina incontra per caso sul treno Pompeo Colajanni, più grande di lei, di stanza a Cavour con il suo reparto. Si sposano ma incinta al 9 mese del secondo figlio torna a casa della madre: Pompeo, con lo pseudonimo di Barbato, entra in clandestinità e inizia la sua vita da partigiano. Ci sarebbe molto da raccontare sulle vicissitudini di questa giovanissima donna coraggiosa e determinata. Vorrei sottolineare invece il suo indefesso lavoro, una volta finita la guerra e arrivata a Palermo, con le donne dei quartieri  più disagiati: per l’acqua, per la casa, per le scuole; sempre al fianco della sua inseparabile amica Anna Grasso, insostibuili l’una all’altra, seguendo quel modello di solidarietà e rispetto fra donne che risulta invincibile in molte lotte. Così è infatti per la graduatoria unica delle maestre, lotta che dalla Sicilia ha un fortissimo impulso e coinvolege tutta l’Italia. E quando il PCI ,in cui tutte e due erano iscritte, decide che avrebbero dovuto essere le istituzioni democratiche ad occuparsi e risolvere i problemi dei quartieri, Lina dice con rimpianto: “Non avremmo dovuto lasciare le altre donne. Dovevamo inventarci i problemi!” e aggiunge: “Bisognava trovare qualcosa che tenesse unite le donne sul serio!”. Questa precisazione di Lina conferma la sua particolare attitudine a vedere i problemi specifici delle donne come vero terreno su cui potere fare un cambio di marcia con trasformazioni che investono l’intera società. E all’affacciarsi di questa nuova ondata di giovani donne negli anni ’70 sia lei che Anna cercano di capire. Quando Anna morirà , l’inseparabile Lina vorrà dedicata a lei “La biblioteca delle donne”in cui confluirà l’UDI di Palermo che per tanti anni insieme avevano diretto.

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