La vita in una bottiglia di vetro.

27 settembre 2018 di: Sibilla Gambino

Respiri profondi, labbra distese, mani ben in vista sul tavolo e rilassate. Queste le parole che Irena Sendler continuava a rigirarsi nella mente.  E ancora: nascondere la paura.  E soprattutto: resistere. Un solo tentennamento e i bimbi salvati dal ghetto di Varsavia sarebbero stati uccisi. E con loro gli attivisti dell’organizzazione segreta per il soccorso degli ebrei, la Zegota. Un solo tentennamento…

L’uomo della Gestapo la stava fissando. Occhi pungenti. Astuti. Il primo violento ceffone la fece barcollare sulla sedia. Non dirò nulla, pensò. Meglio morire. Meglio morire ripeté a se stessa quando le spezzarono le gambe a colpi di spranga. Muta. Resistere. Non una parola nell’agghiacciante carcere di Pawiak. Lunghi giorni. Eterne notti. Tre mesi e non una parola. I tedeschi non sapevano chi avessero arrestato. L’aria dimessa e gracile della giovane donna non lasciava certo immaginare che fosse proprio lei al vertice della Zegota. Sospettavano qualcosa. Troppo poco. Era il 20 ottobre del 1943. Il ghetto di Varsavia con i suoi cinquecentomila abitanti era già stato murato.  Mancavano pochi mesi alla prima insurrezione: 18 gennaio. Qualcuno in più alla seconda, più violenta e definitiva: 18 Aprile 1943.

Ma prima della sua totale distruzione l’assistente sociale Irena Sendler – nome in codice Jolante – munita di  una falsa specializzazione in malattie infettive entra ed esce dal ghetto percorso dal tifo e  organizza un’intera rete clandestina per il soccorso degli ebrei nella Polonia occupata da Hitler. Arruola decine di staffette fornendo loro falsi lasciapassare sanitari. Stringe rapporti con la polizia ebraica. Raccoglie danaro contraffacendo i registri del ministero assistenziale. Coadiuvata da autisti di tram, di ambulanze e autopompe fa fuggire i bimbi dal ghetto. Individua alloggi segreti dove ospitarli.

2500 bambini salvati.

Annota i loro nomi e il loro recapito segreto su striscioline di carta velina avvolte a formare un unico rotolo: l’archivio segreto per permettere ai genitori di ritrovare i figli.  E fu così che andò: la Sandler scampò da Pawiak grazie all’ingente mazzetta allungata ad una SS dai dirigenti della Zegota, nascose l’archivio all’interno di una bottiglia di vetro che sotterrò sotto il melo del giardino della sua migliore amica, Jadwiga Piotrowska. Le SS perquisirono  ogni casa ma mai un giardino.

Nel 1945 nello scenario di una Varsavia fantasma, rasa al suolo  dai tedeschi, ormai sconfitti, Irena e le altre attiviste della Zegota dissotterrarono la bottiglia contenente il prezioso archivio e consegnarono la lista dei nomi ad Adolf Berman, presidente del Comitato Centrale degli Ebrei in Polonia. Più della maggioranza dei bambini riabbracciò almeno un genitore. Gli altri furono trasferiti in Palestina.

Nel 2007 la Sendler fu proposta per il  Nobel della Pace. Per un illogico meccanismo che prevede che l’attività meritoria venga svolta entro i due anni precedenti  alla nomina, la candidatura venne rifiutata. Il premio fu assegnato ad Al Gore, quarantacinquesimo vice presidente degli Stati Uniti per uno studio sui cambiamenti climatici.

“Ogni bambino salvato con il mio aiuto è la giustificazione della mia esistenza sulla terra, e non è un titolo di gloria… ma avrei potuto fare di più. Questo rimpianto non mi lascia mai”. Parole di Irena Se ndler in una delle sue ultime interviste rilasciate all’autrice della biografia Nome in codice Jolante, Anna Mieszokowska

Del suo ricordo rimane il suo nome nell’elenco dei “Giusti fra le Nazioni” nel museo Yad Vashem.

E il grande melo di casa Piotrowska.

1 commento su questo articolo:

  1. Emanuela ha detto:

    Storie che toccano il cuore e aiutano a riflettere! Grazie a chi ha il dono di raccontarle così bene.

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