Custodi di un mondo che appartiene a tutti

9 agosto 2018 di: Consuelo Lupo

Ogni giorno sui giornali, sui media, si sente parlare di migranti, migrazioni, respingimenti, naufragi. Donne, bambini, uomini, morti affogati, tanti numeri, solo e soltanto numeri. Non dicono mai un nome, solo la provenienza: Ghana, Nigeria, Eritrea, Costa d’Avorio Somalia, Camerun.. Paesi africani di cui spesso non conosciamo né la posizione geografica ,né la situazione politica né quella economica. E quindi non comprendiamo nemmeno perché questa gente decida di affrontare un viaggio così difficile e pericoloso, che spesso ha come epilogo la morte. Morire di Speranza, incredibile, ma è così, tutti partono avendo nel cuore la speranza; la speranza di un futuro migliore per se e per i propri figli, che in molti casi, mandano da soli perché non possono pagare il viaggio per tutta la famiglia. Basterebbe questo a farci comprendere da quali condizioni di povertà, miseria, oppressione, scappano via. Se ciò che ami più al mondo lo fai partire per un viaggio così pericoloso è perché dove vivi, è ancora peggio. Ma questa umanità errante non è anonima non è senza identità, sono donne, bambini, uomini che hanno un nome, una storia, una vita vissuta, fatta di sentimenti di gioie e dolori, come quelle di tutti noi. Io l’ho capito quando con la Comunità di Sant’Egidio siamo andati negli ospedali a trovare i migranti che erano stati ricoverati. Donne violentate, incinta, prossime al parto, bambini disidratati, con gravi carenze alimentari, uomini e donne ustionati gravemente. Forse non tutti sanno che su quei gommoni maledetti o inaffidabili imbarcazioni il mix di benzina e salsedine, stando accovacciati a terra stretti e ammassati gli uni agli altri, provoca ustioni terribili di 2° e 3° grado che se s’infettano, portano alla morte. E’ così che sono morte Fiore e Rachel due giovani eritree di 18 anni ricoverate in rianimazione al Civico di Palermo. Quanti sogni infranti, persi per sempre. E poi per fortuna c’è Clarens, mamma camerunense che dopo due mesi al centro ustionati è guarita e sta bene. Ha affrontato questo terribile viaggio per trovare un lavoro e potere sostenere e dare un futuro ai suoi bellissimi 4 figli. E poi c’è Fatima, somala incinta, scappata dalla guerra e dalla povertà; e come lei c’è Mariam dalla Costa d’Avorio violentata nei campi in Libia, che con la nascita della sua bimba ritrova il senso della vita. E ancora Fatima e Latifa due sorelle Siriane incinta, che con i mariti dopo un lungo periodo nei campi profughi in Libano, un terribile cammino nel deserto fino in Libia e la traversata del Mediterraneo sono arrivati a Palermo nella speranza di un futuro migliore. E poi Jennifer nigeriana seviziata dalle milizie, fuggita senza potere portare con sé i 2 figli rimasti con la nonna…..tante storie, tanti racconti, tanto dolore , che ti fanno capire che i “migranti” non sono numeri, ma persone, di cui dobbiamo prenderci cura con amore. Nel libro della Genesi cap. 4,9 sta scritto, infatti, “Allora il Signore disse a Caino: “Dov’è tuo fratello?” – Egli rispose “Non lo so. Sono forse io il custode di mio fratello?”.

Sì, siamo tutti custodi, gli uni degli altri, la terra e i suoi frutti sono di tutti, il mondo non è una proprietà, dobbiamo solo custodirlo condividendo.

2 commenti su questo articolo:

  1. Maria l.b. ha detto:

    ULTIMI CORPI CONOSCIUTI

    e dai barconi li tiravano a secco

    ammassati corpi su corpi

    si dice uomini donne e bambini

    si fa carne da macello

    e lo stupro come tortura

    per queste erezioni di capi

    furiosi e devastatori

    sempre pronti a scannare

    a utilizzare per i propri scopi

    e il denaro scorre a fiumi in africa

    scrittori vanesi

    si occupano di apparire

    innocenti davanti agli occhi

    dell’universo

    scrittrici impegnate

    gridano la Verità

    e intanto ogni giorno

    sulle coste del continente italiano

    si consuma il rito macabro

    dell’accoglienza

    la conta dei morti

    il lamento funebre

    dei più

    la soddisfazione

    di pochi

    l’omicidio

    più furioso e ripetuto

    degli anni duemila

    con quanti occhi aperti

    e con quante lacrime

    trattenute

    si scrive

    amore

    anche su

    questi esseri viventi

    detti e nominati

    ma mai col loro nome

    quanta paura

    di riconoscersi

    uguali

    Maria Lo Bianco

  2. silvana ha detto:

    cara Maria apprezziamo molto che tu continui a seguirci, ma per favore per necessità del computer sono necessari commenti brevi Grazie

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