“Esterina” va in carcere

14 maggio 2018 di: Clara Margani

“Esterina” è un testo scritto da me nel 2015 per una rassegna di corti teatrali che aveva come tema la Shoah. Il testo risultò tra i finalisti e l’attrice Masaria Colucci vinse il premio come migliore interprete femminile. Quest’anno in occasione della settimana della Memoria abbiamo portato Esterina nelle scuole e nella biblioteca ‘Marconi’ del Comune di Roma. In quest’ultima occasione ci hanno chiesto se eravamo disposte a presentarlo alle detenute del reparto femminile del carcere di Rebibbia. Abbiamo aderito con entusiasmo alla proposta e il 23 Aprile”Esterina”, insieme a noi, ha varcato il cancello del carcere per raccontare la sua storia alle donne ivi recluse. Dopo una lunga attesa dovuta a problemi di sicurezza e ai necessari controlli siamo entrate nel teatro del reparto femminile. Un piccola ma ben attrezzata struttura di circa 60/70 posti, dove le detenute interessate seguono un laboratorio teatrale e stanno preparando una versione di “Medea”, la cui vicenda chiaramente si svolge in un carcere. Mi spiega tutto questo una detenuta arrivata tra le prime, una donna su cinquant’anni, molto orgogliosa di quest’attività, che mi chiede di venire a vedere lo spettacolo che sarà presentato il 15 maggio. Le detenute comuni, alcune molto giovani, altre sui quaranta/cinquanta anni arrivano da sole o a piccoli gruppi e si siedono nelle prime file seguendo le indicazioni delle guardie carcerarie. Per assistere allo spettacolo hanno dato il loro nome alle “scrivane”, detenute che compilano le liste delle presenze in occasione di eventi culturali. Quelle del reparto di massima sicurezza arrivano più tardi, accompagnate dal personale di sorveglianza e vengono fatte sedere nelle file centrali, separate dalle altre. Alla fine entrano cinque donne che vengono fatte accomodare nelle ultime file insieme alle allieve guardie carcerarie. Le operatrici ci diranno poi che sono le terroriste. Unica presenza maschile è una guardia carceraria che si occupa delle luci.

Masaria Colucci entra dal fondo del palcoscenico e si trasforma nell’amica di Esterina; racconta la sua amicizia con la bambina ebrea, la loro crescita in un ambiente di affetti, ma in un mondo ostile, il loro innamorarsi dello stesso bambino, la loro drammatica separazione il 16 ottobre del 1943. Durante l’esibizione si percepisce un silenzio interessato e complice e alla fine l’emozione si esprime con un applauso scrosciante che ci inorgoglisce e ci commuove. La responsabile delle attività culturali ci chiede di tornare per le altre detenute che il piccolo teatro non ha potuto contenere. Lentamente la sala si svuota.

Masaria ed io lasciamo quel luogo teatrale e di vita con un grande desiderio di tornarci

3 commenti su questo articolo:

  1. silvia ha detto:

    Scuole, biblioteche comunali e carcere: bello che anche quest’ultimo sia vissuto come un luogo della città e non come un qualcosa d’altro o un luogo alieno che nulla ha a che fare con il tessuto urbano e sociale che lo circonda. Bello che Esterina abbia oltrepassato quelle porte con la sua semplicità infantile di sempre a testimonianza che forse gli occhi dei bambini sono sempre quelli più acuti.

  2. Accia ha detto:

    Bellissima iniziativa! Continua, Clara!

    Tuttavia, mi pongo la questione. Se le terroriste sono identificate come tali, le altre detenute sono anch’esse catalogate come ladre, assassine, truffatrici, ecc. ?

  3. Gemma ha detto:

    Clara e Masaria hanno presentato lo spettacolo ai bambini e ai ragazzi delle V elementari e delle tre classi delle medie nella scuola in cui lavoro. Attenti e coinvolti hanno apprezzato la rappresentazione teatrale. Brave l’autrice che, alla fine, ha lasciato spazio alle loro domande e agli interventi spontanei di commento. Brava l’attrice che i ragazzi pensavano la reale protagonista della storia tanto si era immedesimata nella parte. Credo che anche le spettatrici del carcere si siano emozionate perché questa è la magia del teatro: non ha età e non discrimina…

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