Roberto Alajmo e l’estate del ’78

13 aprile 2018 di: Egle Palazzolo

Sia la dedica affettuosamente tracciata dall’autore «… saprai di me cose che non pensavi di conoscere…» quanto il limpido apriporta in interno di copertina, mi hanno quasi immediatamente accostato all’ultimo romanzo di Roberto Alajmo , “L’estate del 78” con chiaro senso di gratitudine.

Che mi ha accompagnato per un gran numero di pagine.

Dunque uno scrittore stava consegnandosi quasi “in toto” all’occhio del lettore quale che fosse, amico, sconosciuto, più giovane o meno giovane di lui, mettendo a nudo fatti e sentimenti che, per loro conto, avevano già scritto il suo passato, segnato i suoi giorni, colorato i tasselli di un modo di porsi e proporsi giorno dopo giorno agli altri e un po’ a se stesso. Roberto, che avevo considerato tra i colleghi più giovani un interlocutore colto e sollecitante, un non facile ma irrinunciabile amico, decideva dopo un paio e oltre di solidi romanzi – perché lui è, come mi è più volte capitato di dire, uno dei pochi scrittori  di romanzi del nostro odierno panorama – di uscire, come suol dirsi, allo scoperto. Non di mettersi in discussione, che è cosa altra e che spesso apre a rivoli non facili da districare, ma di tirare giù la tela posta su un grande specchio-sequenza di vita che lo riportava dall’infanzia all’adolescenza sino a ogni suo parametro di uomo, di adulto, i cui contorni si facevano, infine, inequivocabili . Una narrazione all’indietro, riafferrando fili spezzati o ancora tesi, mettendo in campo, spogli da ogni velo, soprattutto nel rapporto con sé, tutti i membri della sua famiglia con amici, affini e collaterali.

Ma soprattutto sua madre: la signora Elena, bella e sofferente di cui un figlio, ormai genitore a sua volta, consegna con profondo amore riposto, con ammirazione e con un indulgenza palese ma a volte persino negata, un quadro di grande, letteraria emozione. E mano a mano che la moviola della narrazione si muove avanti o indietro e i personaggi uno a uno si riaffacciano, creature vive se non più tra i vivi, mentre la scrittura tesse la sua tela nuova in una sorta di riconsacrazione che non è debito e neppure omaggio, il lettore diviene sempre più presente. Personalmente avverto che la gratitudine è accantonata e ha dato posto a un forte, splendido segnale di paura. Di una paura di cui non si muore, anzi con più limpide passioni, si può vivere. Una paura che ti si pone a fianco quasi amica. E che ti viene da una scelta, da un taglio di scrittura.

Nessuna autobiografia o biografia e neppure un ritorno alle origini, da parte di Roberto Alajmo. Piuttosto la fine di ogni sospensione. Con il grande specchio cui si faceva cenno, sempre posto di fronte. Che ti restituisce una immagine che accetti e una compagine di addomesticati bisogni.

Con “L’estate del 78 ” si è fatto ordine. E si è collocata al posto giusto una figura di madre amara e dolcissima: una figura di donna libera, mai sola nella solitudine, mai vinta nel dolore.

 

1 commento su questo articolo:

  1. Aldo Torre ha detto:

    Un ottimo romanzo, Alaimo è veramente cresciuto, ed anche ottima la recensione ed i commenti di Egle Palazzolo.Questa figura di madre resterà nella mia memoria.

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