l’angelo di Budapest

2 febbraio 2018 di: Sibilla Gambino

Ci sono storie di donne che devono essere raccontate. Donne che senza grandi fanfare hanno cambiato il destino di altri esseri umani. Donne necessarie.

La storia dell’ungherese Csilla Fényes è una di queste.

Era l’estate del 1989, l’Ungheria aveva assestato il primo colpo alla cortina di ferro. L’intera rete elettrificata lungo il confine tra Austria ed Ungheria era stata divelta. Ufficialmente solo un operazione di ammodernamento, ma i tedeschi della Germania dell’Est iniziarono a sperare. Zoccoli, calzoncini, buste di carta, ombrelloni e tende da campeggio erano già pronti da tempo per le solite vacanze sul lago Balaton. Il mare d’Ungheria. Ma adesso, con quella speranza pulsante nelle vene, i tedeschi della Germania dell’Est aggiungono scorte di viveri, materassi, fornelli a gas, libri, album di fotografie, qualcuno prende anche un ritratto della bisnonna, e tutto viene ammassato a forza nelle sgangherate Trabant. I tedeschi della Germania dell’Est partono decisi a non tornare più. Sono più di ventimila a entrare in Ungheria, per passare da qui in Europa. L’ambasciata ungherese della DDR é allo stremo, non sa più come affrontare l’emergenza. Chiude i battenti. Tanti saluti alle richieste di asilo politico. Sbrigatevela da soli. 13 Agosto 1989.

Il governo ungherese é fra l’incudine e il martello (in tutti i sensi). Il primo ministro Miklosc Nemeth è schierato dalla parte dei profughi tedeschi ma ha firmato un accordo con Honneker: chiunque entri in Ungheria verrà rispedito nella Germania dell’Est. Prigione certa… bene che vada.

Con l’ambasciata chiusa, i tedeschi in calzoncini e zoccoli iniziano ad installarsi nei parchi, lungo i viali, per le strade della città e Nemeth non può più fingere che non stia succedendo nulla.

Ma ecco il deus ex machina. Ecco la nostra donna necessaria: Csilla Fényes che intanto si è sposata ed è diventata Csilla Von Boeselager e Dama della Carità di Malta. Una zazzera di capelli biondi su una testa che è un vulcano. Piccola, esile, con passo claudicante ma deciso raggiunge l’ambasciata della Germania dell’Est, e nonostante gli uffici siano chiusi viene accolta dall’ambasciatore. Non c’è modo di fare uscire i tedeschi legalmente dall’Ungheria. I documenti che hanno non sono validi. L’Austria non li può accogliere. “Ma rischiamo che il governo ungherese li rimandi indietro”, si impunta Csilla. “Sa cosa significa per loro, vero?”. Niente da fare.

Prende di petto il marito: “Tu e le tue conoscenze altolocate! Adesso mi aiutate voi!”

Sì, forse c’è qualcuno fra quelle conoscenze importanti del marito, ma ci vuole tempo e lei tempo non ne ha. Per accogliere i ventimila organizza in tutta fretta una tendopoli nel giardino della chiesa di padre Imre Kozma, chiedendo personalmente aiuto ad ogni cittadino di Budapest. Occorre tutto: coperte, viveri, medicinali. Vuole arrangiare anche una mensa, cucine tavoli sedie. Gli ungheresi rispondono in massa.

Csilla su un camioncino sgangherato rastrella la città. Raccoglie tutti i tedeschi che incontra. La voce si sparge e saranno loro, in centinaia, migliaia, a raggiungere la tendopoli. A raggiungere l’angelo di Budapest.

Con il suo gilet nero e la camicia a maniche corte prepara pasti, cura malati, rammenda calzini, sposta sacconi di abiti e coperte che la gente deposita davanti all’ingresso. Se non sapessimo che pesa solo 55 chili e che ha un tumore che inizia a divorarla penseremmo ad un carro armato in azione.

Il 19 agosto con l’aiuto di Otto Von Habsburg, capo della casa d’Asburgo, Csilla organizza il pic-nic paneuropeo, e ottiene l’apertura temporanea del confine con l’Austria. Tre ore di libertà. Perfetto escamotage per far passare più tedeschi possibile dall’altra parte. Perfetto e sottile gioco diplomatico.

Finalmente arriva il 10 settembre del 1989. Il ministro degli esteri ungherese Gyula Horn annuncia l’apertura ufficiale del confine. Per la cortina di ferro è l’inizio della fine.

Nella mensa della tendopoli Csilla è appoggiata al televisore come a sentire meglio le parole di Horn. Sorride. Raddrizza la testa e inizia a tradurre per i tedeschi che la guardano con gli occhi sgranati: “I rifugiati della Germania dell’est da mezzanotte di oggi possono lasciare Budapest attraversando il confine austriaco legalmente”. Il silenzio é surreale. “Significa che siete liberi”.

Esplode un’ovazione, lacrime, abbracci, risa, urla di gioia, forchette e bicchieri che volano per aria. Libertà. I tedeschi dell’est sono liberi.

A lei, a Csilla, daranno quel nome: angelo di Budapest.

 

 

 

1 commento su questo articolo:

  1. daria ha detto:

    Una storia molto interessante. Grazie. E’ sempre bello sentire storie come queste che portano alla luce eroine sconociute.

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