il filo rosso di Biennale Musica 2017

25 settembre 2017 di: Grazia Fallucchi

«Trovare una luce esplorando mondi nuovi», diceva in un’intervista di alcuni anni fa il compositore cinese Tan Dun, Oscar per la colonna sonora de La tigre e il Dragone di Ang Lee nel 2001 e Leone d’oro alla carriera di Biennale Musica 2017, «uno dei pochi compositori contemporanei capace di diventare fenomeno popolare, con 15 milioni di visualizzazioni su You Tube per la sua Internet Symphony». E’ invece giapponese il Leone d’argento Dai Fujikura, la sua è una musica «estremamente mobile, inventiva e sorprendente. Spiazza l’ascoltatore per l’imprevedibilità che il discorso musicale presenta a ogni istante, pur fondandosi su una logica formale di estrema chiarezza e originalità». A parlare è il direttore artistico Ivan Fedele, nuovamente alla guida del Settore Musica sino al 2019, dopo la fine del mandato quinquennale 2012-16.  (foto: il Leone d’oro Tan Dun e il Leone d’argento Dai Fujikura)

Biennale Musica (29 sett/8 ott) quest’anno guarda a Oriente, interrogandosi su come la tradizione orientale si coniughi con l’Occidente e, viceversa, come l’Occidente recepisca motivi, idee, stimoli orientali. Il titolo è breve, una sillaba sibilante: Est. Si può così immaginare che quest’anno la Biennale continui nel solco di una tradizione centenaria, che risale a Marco Polo, quando Venezia «la più occidentale delle città di allora, era una frontiera liquida, la cerniera tra due civiltà» (Tahar Ben Jelloun).

“Made in China – ma anche in Giappone e Corea, aggiungiamo -con plenty of western parts”, molte parti (partiture) occidentali, titolava il New York Times qualche anno fa,– è il filo rosso che attraversa molti dei concerti di questo 61 Festival Internazionale di Musica Contemporanea. «Un filo rosso che si snoda tra i solchi profondi delle pratiche di una tradizione sempre viva che irrora i sentieri della creatività di molti degli autori più rappresentativi e che hanno un rapporto di intensa frequentazione se non addirittura di coniugazione con l’Occidente».

Nel 1978 solo 100 allievi su 170.000 aspiranti sono accolti dal nuovo conservatorio di Pechino: «la Cina è il paese dei grandi numeri quindi non dovrebbe fare meraviglia questa cifra ma sicuramente, -nota Fedele- c’era e c’è tuttora il grande desiderio di rientrare in un circuito di scambi culturali: ed è straordinario che i compositori orientali, quando entrano in contatto con la cultura dell’occidente ne accolgono le istanze senza perdere la loro cifra, che riguarda anche lo stretto rapporto tra uomo e natura, una simbiosi che è il loro modo di comunicare».

Alcuni di loro, come Qigang Chen e Tan Dun, sono critici di ogni genere di accademia: «quello che conta è la libertà di espressione» (Qigang Chen), rimanere fedeli a se stessi e ottenere un riconoscimento da parte del pubblico, come un nuovo legame tra società e artisti. «Artisti radicati nella loro cultura ma con una solida preparazione occidentale – commenta Ivan Fedele- i quali intendono tornare a una musica che si offra alla possibilità di percezione. Per loro un’azione lanciata nel vuoto senza una direzione è inutile».

Xin Chao, New wave, ma con radici antiche: è la nuova generazione di talentuosi musicisti. La Cina, e l’Oriente, incubatrice di compositori, molti dei quali hanno scelto di vivere all’estero diventando in breve tempo voci importanti della musica contemporanea. Oltre a Tan Dun, Guo WenJing, Chen Yi, Zhou Long, Qigang Chen, la Biennale propone un accostamento, sorta di confronto storico di due generazioni, tra i coreani Unsuk Chin (1961) e Isang Yun (1917-1995), con il Parco della Musica Contemporanea Ensemble diretto da Tonino Battista (1 ottobre, Teatro alle Tese). Al giapponese Toshio Hosokawa il festival dedica invece un ritratto che copre venti anni (7 ottobre, Teatro Piccolo Arsenale). E naturalmente, da non perdere, i due concerti dove i leoni la fanno da padroni: il 30 settembre, dopo la cerimonia di consegna del Leone d’Oro, lo stesso Tan Dun dirige l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai in Secrets of Wind and Birds, The Tears of Nature e Concerto for Orchestra; mentre il 7 ottobre, serata del Leone d’argento, l’Orchestra di Padova e del Veneto diretta da Yoichi Sugiyama esegue in prima esecuzione assoluta Horn Concert di Dai Fujikura, insieme al Concerto per koto della giapponese Malika Kishino e Shexi’ di Guo Wenjing.

Viceversa, si diceva, ed è esemplare il concerto inaugurale di Biennale – il 29 settembre, al Teatro alla Tese: Inori, preghiera per solista e orchestra, una delle più celebri partiture, tra misticismo e spettacolarità, dell’occidentale Karlheinz Stockhausen. Sulla scia della fascinazione per lo Zen, negli anni Settanta, il compositore tedesco si lascia prendere da un lato più mistico e si ispira al “Messaggio Sufi” di Hazrat Inayat Khan’s. Scritto nel 1973/74 Inori – preghiera, adorazione in giapponese- si basa sui gesti antichi di diverse religioni: lo yoga indiano, o la preghiera tibetana, la cattolica o i rituali africani, immagini dalle sculture indiane americane o dal tempio cambogiano di AngKor. Gesti silenziosi di un mimo e di un danzatore, che si rispecchiano nella partitura di due gruppi orchestrali. La versione veneziana, in prima italiana diretta da Marco Angius, vede un ensemble di 33 elementi, con la danzatrice mimo Roberta Gottardi e la messa in scena di Alberto Oliva.

Ma c’è ben altro in Biennale 2017, perché intorno al filo rosso altri fili si snodano altrettanto importanti, sottolinea il suo direttore: tra questi, tre atti unici di Biennale College, il Focus sul violoncello, la sperimentazione e la ricerca della sezione 23 off. Quindi, per restare in tema, stay tuned.

(foto: il Takefu Ensemble e le Tese, all’interno delle quali si trova il teatro delle Tese; Ivan Fedele, direttore di Biennale Musica)

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