i buchi neri che ci inghiottono

5 luglio 2017 di: Daria D’angelo

Ad Arezzo una bimba di 18 mesi ha perso la vita per essere stata dimenticata dalla madre nell’auto. Era andata al lavoro dimenticandosi di portarla prima all’asilo.  Mi sento vicina alla sua disperazione. È impossibile immaginare un simile dolore, supera ogni limite del possibile.  Per quanto incredibile possa sembrare, per quanto sconcertante possa apparire, ora sappiamo che in alcuni attimi della vita tutte potremmo essere madri che dimenticano il figlio in auto.

Non si lascia un bambino in macchina perché non si ama. Mai. È che noi donne il più delle volte chiediamo così tanto a noi stesse, che procediamo per automatismi. E può succedere l’irreparabile. A volte abbiamo dei buchi, facciamo delle cose e poi non ricordiamo più se le abbiamo fatte oppure no. A volte torniamo indietro per controllare, non essendo sicure se confondiamo quell’azione con il giorno prima o quello prima ancora. Ho sentito dire che la soluzione è un congegno da inserire in macchina che ci avvisa di quel figlio (che tanto amiamo); certo, potrebbe aiutare, ma, forse, è da noi che dobbiamo ricominciare. Resettarci, cedere il passo, farlo prendere a qualche altro senza sentirci, per questo, inferiori a nessuna. Una pausa breve di maternità per la paura di rimanere indietro. Il fisico che cambia e deve ritornare al suo posto. Teniamo dentro e aggiungiamo. Una cosa oggi, l’altra domani. “Ma sì, ce la facciamo!”, diciamo a noi stesse.

E invece una maternità può sconvolgere e può mettere in discussione equilibri, e allora abbiamo il diritto di chiedere aiuto, anzi dobbiamo farlo e non permettere ad altre madri, amiche, suocere di dirci: ”Ma insomma, un figlio lo hanno cresciuto tutti!”. Dobbiamo modificare la cultura delle madri, e dei nostri figli che saranno madri e padri. Non dobbiamo piacere e compiacere a tutti i costi. Non dobbiamo essere mamme in corsa, e accumulare azioni, sentimenti, ruoli, ore, giorni come se riuscissimo a contenere tutto. Dobbiamo dire la verità, raccontare di quando non ce la facciamo, dei momenti difficili, delle nostre paure. Perché dalla morte non si può tornare indietro. Dobbiamo mettercela tutta per cambiare quella cultura, e sostenerci nei giorni che verranno, concedendoci la possibilità di essere contenitori buoni ma limitati. Dobbiamo cambiare il nostro pensiero, quell’immagine della mamma felice intorno a ciambelle e marmellate fatte in casa, della donna in carriera, degli spot pubblicitari con fisici asciutti. ALT, STOP, prima che il black out ci raggiunga e si faccia tutto buio.

 

 

 

1 commento su questo articolo:

  1. Ornella Papitto ha detto:

    Una riflessione sensibile, misurata, che spinge alla comprensione delle debolezze, quando chiediamo troppo a noi stesse, al nostro corpo a alla capacità di resistere alle richieste eccessive.
    Secondo la società non possiamo dimostrarci fragili perché la fragilità è scambiata per debolezza.
    Stolta società e stolte noi quando ci chiediamo l’impossibile.
    Mandiamola in “blocco” perché una società che confonde non ha diritto di parola!

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